Dai missili Cruise a Comiso al Trattato INF tra Russia e America che stabilisce di debellarli
Dai missili Cruise a Comiso al Trattato INF tra Russia e America che stabilisce di debellarli
Oggi, quella memoria ritorna sotto nuove forme. La minaccia nucleare, lungi dall’essere scomparsa, si ripresenta in scenari geopolitici diversi, come il Medio Oriente, dove tensioni regionali e strategie di deterrenza si intrecciano in modo instabile. I sistemi d’arma contemporanei, pur tecnologicamente più avanzati, rimandano a una continuità inquietante con il passato: la persistenza di una logica fondata sull’equilibrio del terrore.
In questo contesto si inserisce l’azione della International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, promotrice del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari. La novità di questo trattato non risiede soltanto nel suo contenuto normativo, ma nel cambio di paradigma che propone. Esso sposta il baricentro dalla sicurezza degli Stati alla sicurezza delle persone, introducendo un approccio che può essere definito di “umanesimo giuridico”. Non sono più le testate o gli equilibri strategici a essere al centro del discorso, ma le vittime, gli hibakusha, e gli effetti a lungo termine delle esplosioni nucleari sull’ambiente e sulle generazioni future. Il disarmo, in questa prospettiva, non è soltanto una questione tecnica o diplomatica, ma un processo profondamente politico e democratico, che chiama in causa la responsabilità collettiva dell’umanità.
Tuttavia, questo approccio si scontra con un limite strutturale: la natura statocentrica dell’ordine internazionale. Anche ICAN opera all’interno delle Nazioni Unite, un sistema in cui i soggetti giuridici restano gli Stati. La firma di un trattato presuppone che il governo rappresenti la volontà del proprio popolo, ma questa equivalenza è spesso problematica, soprattutto in contesti autoritari o in sistemi politici in cui le decisioni strategiche sfuggono al controllo democratico. In molti Paesi dotati di armi nucleari, o protetti da alleanze nucleari, esiste una distanza significativa tra l’opinione pubblica, spesso favorevole al disarmo, e le scelte dei governi.
È in questo spazio che si inserisce la riflessione sulla “Costituzione della Terra”, proposta da Luigi Ferrajoli. L’idea di fondo è che esistano beni fondamentali — come la vita, la pace e l’ambiente — che non possono essere subordinati alla sovranità statale. Se il possesso di armi nucleari implica un rischio esistenziale per l’umanità, allora esso entra in conflitto con diritti che precedono e fondano lo Stato stesso. In questa prospettiva, il diritto alla vita assume il carattere di norma imperativa, non negoziabile, che dovrebbe vincolare l’azione politica a livello globale.
Il passaggio da una logica statocentrica a una forma di sovranità globale rappresenta, tuttavia, un salto di paradigma che non può essere imposto unicamente attraverso strumenti giuridici. Esso richiede la formazione di una coscienza collettiva capace di riconoscere l’interdipendenza tra i popoli e la comune vulnerabilità di fronte alla minaccia nucleare. ICAN, in questo senso, si trova di fronte a una scelta strategica: continuare a operare prevalentemente come soggetto di pressione diplomatica oppure evolvere verso un ruolo più ampio, quasi costituente, capace di mobilitare la società civile globale attorno all’idea del disarmo come diritto fondamentale.
Questa tensione emerge con particolare evidenza nelle crisi contemporanee, come quella iraniana. Qui il problema non riguarda soltanto il rispetto del diritto internazionale tra Stati, ma anche il rapporto tra potere politico e diritti delle persone. La diplomazia nucleare tende spesso a riconoscere nei governi gli unici interlocutori legittimi, anche quando questi esercitano forme di repressione interna. Ne deriva un paradosso: in nome della stabilità e della non proliferazione, si rischia di legittimare assetti di potere che negano i diritti fondamentali dei propri cittadini.
Un approccio coerente con l’“umanesimo giuridico” del TPNW dovrebbe invece tenere insieme questi due livelli. La sicurezza globale non può essere separata dalla sicurezza umana. Un programma nucleare sviluppato in un contesto autoritario non rappresenta soltanto una minaccia esterna, ma anche un fattore di oppressione interna, sia per il controllo centralizzato che comporta sia per le risorse economiche che sottrae a bisogni sociali essenziali. In questo senso, il disarmo può essere interpretato anche come una forma di redistribuzione, un processo capace di liberare risorse e opportunità per le popolazioni.
Ne consegue che la pace non può essere ridotta alla semplice assenza di guerra. Essa implica la presenza di condizioni di giustizia, dignità e partecipazione. Un sistema internazionale che si limiti a gestire gli equilibri tra Stati senza interrogarsi sulla qualità dei regimi politici rischia di essere intrinsecamente instabile. Integrare il disarmo nucleare con la tutela dei diritti umani significa riconoscere che la sicurezza non è un bene divisibile: non può esistere sicurezza globale duratura in assenza di sicurezza per le persone.
In questa prospettiva, ICAN potrebbe configurarsi non solo come promotrice di un trattato, ma come espressione di un movimento più ampio, orientato alla costruzione di una “terrestrità” politica e giuridica. Il disarmo diventerebbe così non un obiettivo settoriale, ma un prerequisito per la libertà e la sopravvivenza dell’umanità. La memoria di Comiso, come quella di Hiroshima e Nagasaki, continua allora a interrogare il presente, ricordando che la storia non è mai definitivamente superata e che le conquiste del passato possono sempre essere rimesse in discussione se non vengono sostenute da una vigilanza critica e da un impegno collettivo costante.
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