Come il militarismo e le guerre contemporanee accelerano la crisi climatica

 L’ecologia del conflitto armato. Come il militarismo e le guerre contemporanee accelerano la crisi climatica 

 di Laura Tussi

La riflessione contemporanea sulle crisi geopolitiche tende, per drammatica necessità e urgenza etica, a concentrarsi soprattutto sul costo umano dei conflitti. Le immagini provenienti da Gaza, dalla guerra tra Russia e Ucraina e dagli altri numerosi teatri di guerra raccontano la distruzione di città, la perdita di vite umane, gli sfollamenti di massa, la fame, la sofferenza delle popolazioni civili e la sistematica violazione del diritto internazionale umanitario. Esiste però un’altra dimensione della guerra, meno evidente ma altrettanto devastante, che riguarda gli effetti ambientali prodotti dalla militarizzazione e dai conflitti armati. Si tratta di una forma di distruzione che non termina con il cessate il fuoco, ma continua a incidere sugli ecosistemi e sul clima per decenni.

Negli ultimi anni il rapporto tra guerra e cambiamenti climatici è divenuto oggetto di crescente attenzione da parte della comunità scientifica internazionale. Organismi come l’**Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)**, il **Conflict and Environment Observatory (CEOBS)** e numerosi istituti di ricerca hanno evidenziato come i conflitti rappresentino un fattore di aggravamento della crisi climatica, pur rimanendo ancora largamente sottostimati nelle statistiche ufficiali sulle emissioni di gas serra.

Per comprendere la reale portata del fenomeno è necessario considerare la guerra come un sistema economico e industriale permanente. La sua impronta ecologica comincia molto prima dello scoppio delle ostilità. La produzione di armamenti richiede enormi quantità di energia e materie prime: acciaio, alluminio, titanio, terre rare, rame e materiali compositi vengono estratti, lavorati e trasformati attraverso processi altamente energivori. La costruzione di aerei da combattimento, sommergibili, portaerei, carri armati, droni e sistemi missilistici comporta emissioni considerevoli di anidride carbonica lungo tutta la filiera produttiva.

A questa dimensione industriale si aggiunge quella operativa. Le grandi potenze militari mantengono quotidianamente basi, aeroporti, flotte navali, sistemi satellitari, mezzi logistici e reparti in costante stato di allerta. Tutto ciò richiede un consumo continuo di combustibili fossili. Secondo diversi studi internazionali, il settore militare rappresenta uno dei maggiori consumatori istituzionali di petrolio al mondo. Se le forze armate globali fossero considerate come un unico Stato, la loro impronta carbonica le collocherebbe tra i principali emettitori di gas serra del pianeta.

Eppure questo enorme impatto continua a essere solo parzialmente contabilizzato. Durante i negoziati internazionali sul clima, a partire dal Protocollo di Kyoto fino agli accordi successivi, la rendicontazione delle emissioni militari è rimasta per lungo tempo incompleta o facoltativa. Ciò ha contribuito a creare una significativa zona d’ombra nella valutazione complessiva delle responsabilità climatiche.

Quando la guerra esplode, il danno ambientale cresce in maniera esponenziale. I bombardamenti provocano incendi estesi, liberano nell’atmosfera enormi quantità di anidride carbonica e di sostanze tossiche, distruggono foreste, contaminano il suolo e le falde acquifere con metalli pesanti, residui di esplosivi e sostanze chimiche persistenti. Le infrastrutture energetiche diventano spesso obiettivi militari: raffinerie, centrali elettriche, depositi di carburante e impianti industriali rilasciano nell’ambiente grandi quantità di agenti inquinanti.

Gli ecosistemi vengono profondamente alterati. Terreni agricoli fertili diventano inutilizzabili per anni, le aree boschive vengono devastate dagli incendi, numerose specie animali sono costrette ad abbandonare i propri habitat naturali e interi ecosistemi perdono la loro capacità di assorbire anidride carbonica, contribuendo così ad accelerare ulteriormente il riscaldamento globale.

Nel caso della guerra in Ucraina, numerosi studi indipendenti hanno cercato di quantificare l’impronta carbonica del conflitto, evidenziando emissioni pari a decine di milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, generate sia dalle operazioni militari sia dalla distruzione delle infrastrutture civili ed energetiche. Analogamente, la devastazione della Striscia di Gaza ha prodotto danni ambientali di enorme portata, con la compromissione degli acquiferi, l’accumulo di macerie contaminate, la dispersione di sostanze tossiche e il collasso di numerosi servizi ambientali essenziali.

La guerra produce inoltre un effetto climatico destinato a protrarsi ben oltre la fine dei combattimenti. La ricostruzione delle città distrutte richiederà enormi quantità di cemento, acciaio, vetro e materiali da costruzione. Proprio l’industria del cemento è responsabile di circa l’8% delle emissioni globali di anidride carbonica. Ogni edificio ricostruito rappresenta una necessità umanitaria imprescindibile, ma comporta inevitabilmente un nuovo costo climatico che si estenderà per molti anni.

A tutto ciò si aggiunge il costo opportunità della spesa militare. Secondo i dati dello **Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI)**, la spesa militare mondiale ha ormai superato i 2.700 miliardi di dollari annui, raggiungendo il livello più elevato dalla fine della Guerra Fredda. Una parte significativa di queste risorse potrebbe essere destinata alla transizione energetica, allo sviluppo delle fonti rinnovabili, all’adattamento ai cambiamenti climatici, alla prevenzione dei disastri naturali e alla cooperazione internazionale per la tutela degli ecosistemi.

La militarizzazione crescente rischia invece di sottrarre risorse economiche, tecnologiche e scientifiche proprio nel momento in cui la comunità internazionale dovrebbe accelerare gli investimenti nella decarbonizzazione delle economie e nella protezione della biodiversità.

Si configura così una duplice ingiustizia. Le popolazioni colpite dalla guerra sono spesso anche quelle maggiormente esposte agli effetti del cambiamento climatico: desertificazione, siccità, scarsità di acqua potabile, insicurezza alimentare e fenomeni meteorologici estremi si sommano alle distruzioni provocate dalle ostilità, creando una spirale di vulnerabilità che colpisce soprattutto le aree più fragili del pianeta.

Per queste ragioni, la costruzione della pace non rappresenta soltanto un obiettivo politico o diplomatico, ma costituisce anche una fondamentale strategia di tutela ambientale. La giustizia climatica e la pace sono ormai profondamente interdipendenti. Ridurre la corsa agli armamenti, promuovere il disarmo, rafforzare il diritto internazionale e investire nella cooperazione tra i popoli significa anche diminuire l’impatto ecologico del sistema militare globale.

Difendere la biosfera significa difendere la pace. Ogni conflitto armato lascia infatti un’eredità che supera la dimensione umana immediata: modifica gli equilibri ecologici, compromette la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi e trasferisce sulle generazioni future un debito ambientale destinato a durare per decenni. In questo senso, la lotta contro il cambiamento climatico e l’impegno per il disarmo non sono percorsi separati, ma costituiscono due aspetti complementari di una stessa responsabilità nei confronti dell’umanità e della casa comune.

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