Tra paura e dignità: migranti, media e politiche della sicurezza nella società contemporanea

 Tra paura e dignità: migranti, media e politiche della sicurezza nella società contemporanea  

di Laura Tussi

La questione migratoria rappresenta una delle sfide più profonde e controverse del mondo contemporaneo, non soltanto sul piano politico ed economico, ma soprattutto sul piano etico e culturale. In Italia, come in gran parte dell’Europa, il fenomeno delle migrazioni è stato progressivamente trasformato in un terreno di scontro ideologico nel quale la figura del migrante viene spesso privata della propria individualità e ridotta a simbolo di paura, emergenza o insicurezza. In questo processo, il ruolo dei media e delle politiche securitarie è stato determinante. La narrazione dominante ha infatti contribuito a costruire un’immagine dell’immigrazione come problema da contenere piuttosto che come realtà umana da comprendere, mentre normative come il cosiddetto “decreto sicurezza” hanno consolidato un approccio fondato prevalentemente sul controllo e sulla restrizione.

I media contemporanei non svolgono soltanto una funzione informativa, ma partecipano attivamente alla costruzione dell’immaginario collettivo. Le parole utilizzate per descrivere i fenomeni migratori non sono mai neutrali: esse orientano le emozioni pubbliche, definiscono i confini simbolici tra “noi” e “gli altri” e influenzano il consenso verso determinate scelte politiche. Espressioni come “invasione”, “emergenza sbarchi” o “clandestini” evocano un senso di minaccia permanente, creando nell’opinione pubblica la percezione di un pericolo imminente. In tale rappresentazione il migrante perde il proprio volto umano e diventa una massa indistinta, un’entità astratta sulla quale proiettare paure collettive e insicurezze sociali.

Questa costruzione narrativa produce effetti profondamente disumanizzanti. Le storie personali, le sofferenze, i traumi e le speranze di chi attraversa il mare o fugge da guerre, dittature, devastazioni climatiche e ambientali, povertà estrema e persecuzioni vengono oscurati da una comunicazione che privilegia il sensazionalismo e il conflitto. Il migrante compare spesso nello spazio mediatico soltanto in relazione a episodi di cronaca nera, degrado urbano o tensione sociale. Rimangono invece invisibili il lavoro svolto nei campi agricoli, nei cantieri, nelle case e nei servizi essenziali, così come il contributo economico e umano che molte persone migranti offrono quotidianamente alla società italiana. L’invisibilità delle esperienze concrete favorisce la riduzione della persona a categoria astratta e rende più facile l’accettazione sociale dell’esclusione.

In questo contesto si inseriscono le politiche securitarie adottate negli ultimi anni. Il cosiddetto “decreto sicurezza” rappresenta uno degli esempi più significativi di una concezione della migrazione fondata prevalentemente sull’ordine pubblico. Attraverso la restrizione delle forme di protezione umanitaria, l’indebolimento dei sistemi di accoglienza e l’inasprimento delle condizioni di regolarità amministrativa, tali politiche hanno contribuito ad aumentare la precarietà esistenziale di migliaia di persone. Il paradosso etico di questo approccio consiste nel fatto che la sicurezza viene perseguita producendo maggiore vulnerabilità. Una persona privata di diritti, documenti, assistenza e possibilità di integrazione non scompare dalla società; al contrario, diventa più esposta allo sfruttamento lavorativo, all’emarginazione e alla ricattabilità criminale.

La questione assume quindi una dimensione profondamente morale. Alla base di ogni società democratica dovrebbe esistere il riconoscimento della dignità umana come valore universale e inalienabile. La dignità non dipende dalla cittadinanza, dall’origine geografica o dalla condizione economica. Ogni individuo possiede un valore intrinseco che precede qualsiasi definizione giuridica o politica. Quando il migrante viene trattato esclusivamente come problema amministrativo o strumento di propaganda elettorale, si compie una riduzione dell’essere umano a oggetto di gestione e controllo. La storia europea dimostra quanto sia pericoloso separare il diritto dalla coscienza etica e quanto facilmente l’esclusione possa diventare normalità quando viene giustificata dalla paura.

Tuttavia, il diffondersi di atteggiamenti ostili nei confronti dei migranti non può essere interpretato soltanto come manifestazione di razzismo individuale. Esso è legato anche a una crisi più ampia che attraversa le società contemporanee: precarizzazione del lavoro, disuguaglianze economiche, perdita di fiducia nelle istituzioni, senso di insicurezza culturale e paura del futuro. In molti casi il migrante diventa il bersaglio simbolico sul quale si concentrano tensioni che hanno origini ben più profonde. La politica populista sfrutta spesso queste paure attraverso una semplificazione estrema della realtà, individuando nello straniero il responsabile visibile di problemi strutturali complessi. Anche parte del sistema mediatico, inseguendo logiche di audience e spettacolarizzazione, contribuisce ad alimentare questa dinamica.

Affrontare seriamente la questione migratoria richiede invece il recupero della complessità e della responsabilità etica. Ciò non significa negare il diritto degli Stati a regolamentare i flussi migratori o a garantire la sicurezza pubblica. Ogni comunità politica ha il diritto di organizzare l’accoglienza secondo criteri sostenibili. Tuttavia, una politica autenticamente democratica non può fondarsi sulla negazione dell’umanità dell’altro. Governare le migrazioni non dovrebbe significare produrre esclusione sistematica, bensì creare condizioni di legalità, integrazione e tutela reciproca.

È necessario quindi costruire un modello capace di coniugare sicurezza e diritti umani, legalità e solidarietà, controllo e dignità. Ciò implica investire in canali regolari di ingresso, programmi di integrazione linguistica e lavorativa, cooperazione internazionale e lotta concreta contro lo sfruttamento e la tratta degli esseri umani. Significa anche promuovere una cultura mediatica più responsabile, capace di raccontare la migrazione nella sua realtà umana e non soltanto come fenomeno emergenziale.

In definitiva, il modo in cui una società guarda ai migranti rivela la qualità morale della propria democrazia. Quando la paura diventa il criterio dominante dell’azione politica, il rischio è quello di trasformare la sofferenza altrui in elemento ordinario del paesaggio sociale. La migrazione non riguarda soltanto i confini geografici di uno Stato, ma i confini etici della nostra idea di umanità. La scelta fondamentale che le società contemporanee sono chiamate a compiere consiste nel decidere se costruire il proprio futuro sulla logica dell’esclusione o su quella del riconoscimento reciproco. 

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