Dall'intolleranza al razzismo
Dall'intolleranza al razzismo
di Laura Tussi
L'intolleranza consiste nell'atteggiamento
abituale di chi avversa le opinioni altrui, specialmente in materia politica
e religiosa.
È un atteggiamento improntato ad una rigida e
risentita chiusura dogmatica nei confronti degli altri, che si manifesta dalle origini
dell'uomo, con la sottomissione degli schiavi, le persecuzioni degli eretici,
l'antisemitismo e con fatti di violenza verso i migranti e i non
comunitari.
L'intolleranza si manifesta anche contro i Sinti e i Rom perché gli
abitanti delle nazioni che li ospitano si considerano appartenenti ad una
patria costituita da una sola razza, poiché lo spirito nazionalistico li rende
ostili a razze diverse.
Attualmente l'intolleranza ha raggiunto livelli non più sopportabili a
causa della convivenza tra popoli differenti ed è motivata da un'ignoranza
diffusa rispetto alle persone che la società reputa diverse, perché la gente ha
sempre paura dell'ignoto e di tutto ciò che è estraneo e sconosciuto. Un
motivo che alimenta l'intolleranza è la mancanza di valori da parte delle
persone che maltrattano i migranti e i non comunitari. Anche in politica è
diffusa l'ostilità. Infatti, in modo frequente, in televisione, nei
dibattiti e nei telegiornali si può assistere a discussioni molto animate tra
uomini politici e anche queste sono forme di intolleranza. Sembra
impossibile che dalle scoperte di Mendel, il mondo debba ancora essere turbato
dal prolungato uso del concetto di razza, reso insostenibile dallo sviluppo
della genetica moderna. "La complessa opera di
educazione e istruzione dello Stato popolare deve trovare il proprio
coronamento nel riuscire a far diventare istintivo il sentimento di razza nel
cuore e nel cervello della gioventù. Nessun fanciullo e nessuna fanciulla deve
lasciare la scuola senza essersi reso conto fino in fondo dell'essenza della
necessità della purezza del sangue". Queste parole di
Adolfo Hitler nel Mein Kampf inducevano alle incredibili crudeltà dei campi di
concentramento e di sterminio.
La biologia moderna ha dimostrato che il concetto di
razza e di sangue sono infondati.
La genetica ha mostrato come non esiste una purezza di caratteri ereditari
entro popolazioni umane. Nonostante questi fondamentali principi
scientifici, si manifestano attualmente forme di razzismo
nei confronti degli ebrei e di tutti i “meridionali” e i diversi del
mondo. Il termine razzismo indica l'ideologia che distingue la
razza umana divisa in razze superiori ed inferiori e che prevede la supremazia
della razza forte su quella più debole. Attualmente e in passato, le
vittime di questa ideologia razzista sono state la razza nera e quella ebrea.
Il razzismo comporta
pregiudizi, stereotipi mentali, presenti nella società, che se anche non
necessariamente si esprimono in discriminazioni, possono essere sfruttati da
movimenti politici radicali, che tentano di mobilitare in lotte assurde e
incivili, in nome della supremazia del più forte sul più debole.
In Germania avvengono ancora manifestazioni neonaziste, dove, da una parte,
si distinguono i nostalgici, i veterani di guerra, e dall'altra stanno invece
giovani estremisti per cui il nazismo è un elemento di aggregazione.
Questi ultimi, detti naziskin, hanno bisogno dell'autorità di un capo che
li guidi e abbia capacità di scelta e dia loro l'impressione di essere forti e
non avere paura di niente. L'intolleranza è diffusa e radicata nella
nostra società, come violenza morale e fisica manifestata contro le persone
portatrici di una diversità, tra cui gli ebrei, gli immigrati, le persone di
colore, gli omosessuali. L'intolleranza si manifesta in forma violenta e
pericolosa. I naziskin si rifanno agli ideali nazisti di violenza e
intolleranza contro una vasta gamma di tipologie di persone considerate
inferiori e diverse. In Italia, oltre al problema naziskin, esiste il
razzismo che rappresenta l'intolleranza per eccellenza.
Cosa è possibile fare per escludere questo problema
dalla società?
Risulta necessario eliminare le discriminazioni anche all'interno di uno
stesso popolo, per esempio in Italia, tra settentrionali e meridionali, perché
prima di giudicare occorre conoscere.
Il razzismo, che per anni è rimasto sotterraneo,
tenuto a bada perché combattuto dai partiti di sinistra, dall'associazionismo
cattolico, trova adesso legittimità, in un momento di crisi economica, politica
e culturale, nei fenomeni di violenza di gruppo, nei gruppi di tifosi
intolleranti, nelle ronde organizzate, che fomentano raduni per eliminare lo
straniero, l'immigrato, il diverso.
La crisi economica, morale e culturale che colpisce il nostro Paese rischia
di travolgere anche le ultime trincee della solidarietà e dell'aiuto reciproco,
dove il vero problema è quella sorta di indifferenza e di silenzio che
ottenebra le persone.
Ciò che più meraviglia è che proprio l'Italia, un
Paese risorto sulle ceneri del regime fascista, trova difficoltà a reagire al
problema del razzismo e non riesce a trovare nella propria storia e nella sua
memoria gli anticorpi per risolverlo.
Stiamo perdendo la memoria storica e un popolo senza memoria non ha
futuro. Cresce sempre il rischio che si diffondano maggiormente
atteggiamenti razzisti come conseguenza dell'insicurezza generale che si vive
con la crisi economica, morale e culturale. In un periodo di profonda
incertezza politica, le paure vengono amplificate e cresce così la necessità di
difesa. Tutti in un certo senso siamo razzisti, almeno implicitamente nei
fatti, nel silenzio, nella debolezza delle reazioni, nella scarsa volontà di capire,
nell'esibire striscioni razzisti allo stadio. Il paradosso di questo
nostro Paese è che la parola solidarietà appare vuota e inutile anche se viene
costantemente ripetuta e gridata. Il razzismo si deve affrontare non solo
sul piano politico e psicosociale, ma anche sul piano globale, a livello
culturale.
L'oscuramento della ragione si deve all'aver accolto, forse all'inizio
inconsapevolmente, per una scarsa coscienza morale, i miti dell'intolleranza
fanatica, della disuguaglianza tra gli uomini e della conseguente riduzione
dell'avversario a una condizione subumana e della convinzione della sovrumana
qualità del proprio gruppo perennemente costretto a difendersi dall'oscura
congiura dei sottouomini corruttori della propria razza primigenia e
perfetta.
L'ignoranza degli avvenimenti della nostra storia
recente è causata non soltanto dai programmi scolastici e nemmeno dal poco
tempo che rimane all'insegnante di storia, oppresso dalla vastità della
materia, ma dalla coscienza civica di ogni singolo individuo nella scelta di
trasmettere quanto è avvenuto con il dovere di ricordare.
Il contatto diretto con i protagonisti dei lager è l'aspetto più
affascinante, ma anche pericoloso della storia orale perché inevitabilmente
soggetto all'emotività. Quello che manca delle testimonianze è un quadro
complessivo, una serie di narrazioni che permettano un paragone, un confronto
tra diverse storie ed una racconto del quotidiano, delle giornate sempre uguali
e spossanti, nell'obiettivo e nel fine ultimi del deportato: arrivare a sera,
rimanendo vivo.
La resistenza alla spersonalizzazione e
all'annientamento era costituita da piccoli episodi, che si presentavano ogni
giorno e dovevano essere superati se si voleva, e poteva, evitare di essere
sommersi.
È possibile essere nazisti, in maniera praticamente inconsapevole, anche in
un paese democratico, attraverso quella promozione istituzionale
dell'aggressività che consiste nel far parte delle forze armate e di sicurezza,
le quali sono considerate indispensabili anche in un paese che voglia
mantenersi neutrale.
Forze di polizia ed eserciti rappresentano una riserva
di aggressività istituzionalizzata e autorizzata, con il fine di conservare il
sistema, generando dimestichezza e abitudine all'aggressività, confermando una
cultura della violenza suffragata e dimostrata dai mass media.
Un altro esempio di promozione istituzionale è l'emarginazione. In
ogni paese considerato civile sussistono organizzazioni pubbliche e private che
si occupano istituzionalmente del controllo della devianza, che viene così
messa sotto controllo per non nuocere e non creare problemi. Dunque
occorrono dei devianti per attribuire al resto dei cittadini la patente di
normalità. Questo accade nel nostro mondo equilibrato e civile come ha
assunto connotazioni drammatiche nell'Europa nazista e attualmente ancora negli
Stati in cui i diritti umani vengono sistematicamente negati e violati. Il
disimpegno è un altro esempio di promozione istituzionale che privilegia lo
status quo, il noto, il già collaudato, le mode e la non partecipazione attiva, la stasi
e la non consapevolezza. In questa mentalità sono inserite anche la
scuola, le istituzioni politiche, culturali e religiose quasi a sottolineare
che il pensiero sociale, progressista e lungimirante non paga, sia a livello
individuale, sia collettivo.
Questo atteggiamento molto diffuso ha vantaggi in
termini di governabilità, perché la banalizzazione dell'esistenza, la minaccia
dell'emarginazione, se non si seguono le leggi della subcultura del proprio
gruppo di appartenenza, l'aggressività e la violenza vissute come valore
accettabile in determinati contesti, sono la risoluzione per governi mediocri,
in lotta per la supremazia e per garantire a chi detiene il potere la minore
opposizione possibile, dove i mass media sono in grado di pubblicizzare rapidamente
il nemico e il capro espiatorio, come la minoranza etnica, l'atto terroristico,
la catastrofe ecologica, fino al più banale dei fatti di cronaca.
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