La crisi umanitaria, sociale e politica nell’est della Repubblica Democratica del Congo

 

La crisi umanitaria, sociale e politica nell’est della Repubblica Democratica del Congo

a cura del gruppo insegnanti di geografia autorganizzati

 "le autorità europee sospendano immediatamente l’accordo del 19 febbraio 2024 con il Ruanda e ritirino il supporto militare a questo regime"

La crisi umanitaria, sociale e politica nell’est della Repubblica Democratica del Congo si era riaccesa già a fine 2021, con la ripresa delle attività militari del Movimento M23, presentato come il volto congolese dell’ambizione espansiva del regime ruandese. Nonostante le dichiarazioni degli esperti dell’Onu riguardanti la presenza di circa 4.000 soldati ruandesi a sostegno dell’M23, l’avanzata è proseguita senza sosta, con il tacito consenso internazionale, causando morti, stupri e il massiccio sfollamento di persone, che si sono rifugiate in campi di fortuna nei dintorni di Goma.

La guerra si è  recentemente inasprita con l'occupazione di Goma il 27 gennaio 2025 e di Bukavu il 16 febbraio, capoluoghi delle regioni del Nord e del Sud Kiwu, e avanzata anche in altre zone del Congo. Gli sfollati, costretti dalle nuove autorità a lasciare i campi, si trovano ad affrontare condizioni di vita estremamente difficili, tra case distrutte e campi abbandonati o occupati da altri.

La carneficina di Goma, con circa 3.000 morti accertati, ha scosso profondamente le coscienze internazionali.

E' opinione ampiamente diffusa che le radici di questa guerra affondano nei Paesi del nord, in una politica bilaterale e comunitaria nei confronti del Ruanda, mossa principalmente dalla necessità di approvvigionamento degli ambiti minerali strategici del Congo, ignorando il sangue e l'ingiustizia che accompagnano questo commercio.

L’Unione Europea, con il Memorandum economico firmato il 19 febbraio 2024, ha sancito una partnership con il Ruanda per l’approvvigionamento e la trasformazione di materie prime critiche, nonostante la scarsa disponibilità di queste nel Paese. Allo stesso tempo, il Ruanda ha ricevuto ingenti somme di denaro dall'Europa per sostenere la sua missione militare in Mozambico, alimentando indirettamente il conflitto nella regione. E per rimanere in casa nostra, il 9 luglio 2024, l’Italia e il Ruanda hanno firmato un accordo di 50 milioni di euro per sostenere progetti di resilienza climatica nell’ambito del Piano Mattei.

Di fronte a tutto ciò e dopo una forte campagna della società civile e di alcuni europarlamentari, il 13 febbraio scorso, il Parlamento Europeo ha votato, quasi all’unanimità, la Risoluzione 2025/2553 (RSP), chiedendo l’immediata sospensione del Memorandum economico del 19 febbraio 2024 con il Ruanda, la fine del finanziamento e del supporto militare all’esercito ruandese e sanzioni contro il regime di Kigali ed il movimento M23.

In questo contesto, la rete “Insieme per la Pace in Congo”  ha lanciato un pubblico appello ai parlamentari italiani, affinché utilizzino il loro ruolo per sollecitare il Governo italiano a fare propria la risoluzione votata dal Parlamento Europeo il 13 febbraio scorso

Avanza inoltre richiesta al nostro Governo di intervenire attivamente a livello europeo per chiedere l’applicazione di questa risoluzione: "le autorità europee sospendano immediatamente l’accordo del 19 febbraio 2024 con il Ruanda e ritirino il supporto militare a questo regime".

La rete “Insieme per la Pace in Congo” chiede infine che i parlamentari si adoperino affinché il Governo italiano solleciti con forza e determinazione il ritiro delle truppe ruandesi dal Congo e supportino le iniziative internazionali che mirano a porre fine a questa guerra ormai pluridecennale, della quale i paesi del Nord sono attori indiretti.

 

M23, genesi e ascesa di un esercito ribelle

 Il peso del gruppo filo-ruandese nel conflitto che affligge l'est della Repubblica democratica del Congo

La storia dell’M23 è lunga e complessa e riflette le tensioni tra gruppi di popolazioni e Stati nazionali che gravitano intorno ai grandi laghi. A partire dal XVIII secolo gruppi di pastori tutsi hanno iniziato a stabilirsi in Kivu, nel territorio di Mwenga, dove i capi locali concessero loro l’uso dei pascoli. Già prima della divisione coloniale sancita dalla conferenza di Berlino del 1884-1885 clan composti sia da hutu che da tutsi vivevano nella regione di Rutshuru, a Walikale, a Goma e nel massiccio del Masisi (attualmente la popolazione di origine ruandese in Congo è di circa 3 milioni di persone).

In sintesi storia, demografia e cultura si sono intrecciate e scontrate in questi territori e la scoperta di sempre nuove ricchezze nel sottosuolo ha aggiunto ulteriore complessità. Ma l’effetto più deflagrante è avvenuto nel 1994, quando con l’afflusso di rifugiati tutsi e hutu fuggiti dal genocidio del Ruanda il Congo è diventato un luogo di transfert della contesa ruandese, di cui potremmo dire l’M23 è un effetto.

Il Movimento 23 marzo (M23) è nato in seguito alle tensioni irrisolte sul trattato di pace del 2009 ad opera di ex membri del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp), un gruppo ribelle che aveva accettato di integrare le sue truppe nell’esercito congolese come parte di un accordo di pace. Tuttavia, quando le promesse di quell’accordo vennero percepite come non mantenute, molti ex miliziani tornarono alle armi nel marzo 2012.

In pochi mesi M23 fu in grado di avanzare in diverse aree del Nord Kivu fino ad arrivare alla presa di Goma (novembre 2012). Sotto la pressione internazionale l’M23 lasciò Goma per ripiegare in Ruanda e Uganda fino al 2021, quando ci fu una ripresa delle armi e una sistematica conquista di territori sia nel nord che nel sud Kivu.

 

Scheda di Fabrizio Floris

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