Remigrazione e suprematismo bianco vs accoglienza e rispetto dei diritti umani. Il bivio dell’Europa: tra la forza del diritto e le ragioni di convenienza degli Stati di Laura Tussi Il Parlamento europeo ha approvato il nuovo Regolamento sui rimpatrih, uno dei pilastri del Patto europeo su migrazione e asilo. La norma punta ad accelerare l’espulsione dei migranti irregolari, introduce un ordine europeo di rimpatrio valido in tutti gli Stati membri, rafforza gli obblighi di collaborazione dei migranti destinatari di espulsione e consente, a determinate condizioni, il trasferimento in centri di rimpatrio situati in Paesi terzi extra-UE (i cosiddetti return hubs). Lo slogan “Remigrazione”, utilizzato dall’eurodeputato Roberto Vannacci e da ambienti della destra identitaria europea, indica però non solo il rimpatrio degli immigrati irregolari, ma il ritorno nei Paesi d’origine anche di immigrati regolari o naturalizzati considerati “non integrati” o culturalmente estranei. Si tratta di un concetto politico e ideologico molto più ampio e controverso rispetto ai normali rimpatri previsti dal diritto europeo. Ma certo va nella stessa direzione, si serve della stessa retorica e si ispira ugualmente a una concezione razzista: il suprematismo bianco. Non è diversa la visione di Giorgia Meloni: il governo italiano ha sostenuto con forza l’inasprimento delle politiche europee sui rimpatri e il modello dei centri in Paesi terzi, presentandolo come un successo della linea italiana. Per ora, il regolamento approvato non adotta il concetto di “Remigrazione” di Vannacci: riguardando esclusivamente persone prive del diritto di soggiornare nell’UE, non cittadini europei o immigrati regolari. Ma certo va nella stessa pericolosa direzione. Il dibattito contemporaneo sulle politiche migratorie dell’Unione Europea ha superato i confini del mero confronto programmatico per trasformarsi in un radicale scontro di natura etica e antropologica. Le dure requisitorie che si levano da ampi settori della società civile, dell’associazionismo e dei movimenti per i diritti umani accusano le istituzioni comunitarie di aver intrapreso una deriva disumanizzante. In questa visione, l’inasprimento delle misure di controllo, l’accelerazione delle procedure di rimpatrio e il ricorso alla detenzione amministrativa non vengono letti come strumenti di gestione burocratica, bensì come una violazione sistematica della dignità di persone inermi, una vera e propria capitolazione morale di fronte all’altare della sicurezza nazionale. A fare da tragico sfondo a questa requisitoria è la realtà del Mar Mediterraneo, trasformatosi negli anni in un immenso cimitero liquido, simbolo di un’Europa percepita come una “fortezza” ripiegata su se stessa. Chi denuncia questa situazione evoca lo spettro di nuove forme di schiavitù e di sfruttamento che fioriscono proprio nelle pieghe dell’irregolarità e dell’emarginazione giuridica. Di fronte a quello che viene definito un vero e proprio orrore quotidiano, la risposta invocata non è la rassegnazione, né la reazione violenta, ma l’esercizio della nonviolenza attiva. Si tratta della scelta di opporre la “forza della verità” e la difesa intransigente dei diritti universali alle logiche dell’esclusione, secondo il principio cardine per cui non vi è alternativa ammissibile a un’umanità condivisa, se non la barbarie. Dall’altro lato del perimetro politico e istituzionale, le riforme e i patti europei sulla migrazione vengono invece presentati dai loro promotori come risposte necessarie e pragmatiche a una crisi complessa e strutturale. Nella prospettiva dei governi e dei legislatori, la regolamentazione rigida dei flussi non nasce da un intento razzista o punitivo, ma dall’esigenza di preservare la tenuta sociale, economica e democratica degli Stati membri. L’argomentazione cardine poggia sulla distinzione formale tra chi ha diritto alla protezione internazionale e chi, muovendosi per ragioni puramente economiche, deve essere reindirizzato secondo canali legali. In quest’ottica, il contrasto ai trafficanti di esseri umani e il controllo delle frontiere esterne vengono descritti come precondizioni indispensabili per garantire la legalità e la stessa sopravvivenza del sistema di accoglienza per i più vulnerabili. Ciò che emerge da questo scontro è una profonda lacerazione sull’identità stessa del progetto europeo. Da un lato vi è l’Europa dei trattati e dei valori universali, nata sulle ceneri dei totalitarismi per proteggere la persona in quanto tale, indipendentemente dalla sua cittadinanza o dal suo status giuridico. Dall’altro vi è l’Europa come comunità di Stati sovrani, gravata dal peso delle paure elettorali, della sicurezza interna e della Realpolitik. La sfida sollevata dai fautori della nonviolenza interroga direttamente questa contraddizione, ricordando che la misura di una civiltà si valuta proprio dalla sua capacità di non sacrificare i diritti dei più deboli in nome della propria sicurezza.
Remigrazione e suprematismo bianco vs accoglienza e rispetto dei diritti umani. Il bivio dell’Europa: tra la forza del diritto e le ragioni di convenienza degli Stati
Lo slogan “Remigrazione”, utilizzato dall’eurodeputato Roberto Vannacci e da ambienti della destra identitaria europea, indica però non solo il rimpatrio degli immigrati irregolari, ma il ritorno nei Paesi d’origine anche di immigrati regolari o naturalizzati considerati “non integrati” o culturalmente estranei. Si tratta di un concetto politico e ideologico molto più ampio e controverso rispetto ai normali rimpatri previsti dal diritto europeo. Ma certo va nella stessa direzione, si serve della stessa retorica e si ispira ugualmente a una concezione razzista: il suprematismo bianco.
- Non è diversa la visione di Giorgia Meloni: il governo italiano ha sostenuto con forza l’inasprimento delle politiche europee sui rimpatri e il modello dei centri in Paesi terzi, presentandolo come un successo della linea italiana.
Per ora, il regolamento approvato non adotta il concetto di “Remigrazione” di Vannacci: riguardando esclusivamente persone prive del diritto di soggiornare nell’UE, non cittadini europei o immigrati regolari. Ma certo va nella stessa pericolosa direzione.
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