Contro il sistema guerra nel suo complesso
Siamo tutti contro il sistema guerra nel suo complesso
di Laura Tussi
Dopo un autunno che ha visto il popolo italiano scendere in piazza contro il genocidio in corso a Gaza e contro il riarmo, davanti si nuovi attacchi dell’imperialismo USA in Venezuela e Iran e di Israele in Libano e le minacce a Cuba, è fondamentale rilanciare la mobilitazione contro il sistema guerra nel suo complesso. Un sistema che coinvolge i principali attori della politica occidentale e che, da tempo, ha imboccato la strada di una “terza guerra mondiale a pezzi”, di cui l’Iran e il Medio Oriente rappresentano oggi uno dei fronti più pericolosi.
Il prossimo 28 marzo a Roma si terrà la manifestazione “Together”, promossa dall’assemblea “No Kings” svoltasi a gennaio a Bologna, al cui interno svolge un ruolo centrale l’area Stop Rearm Italia. Alcuni organismi che animano questo aggregato – nato per contrastare l’aumento delle spese militari e la corsa al riarmo dell’Unione Europea – hanno nelle scorse settimane promosso iniziative e presidi a sostegno delle proteste nella Repubblica Islamica dell’Iran e, in modo ambiguo, hanno assunto la posizione “né con gli Ayatollah né con gli USA e Israele” dopo i bombardamenti dell’aviazione statunitense e israeliana iniziati lo scorso 28 febbraio.
Eppure, i promotori della guerra globale e i principali responsabili dell’attuale escalation non sono generiche “élite” o simbolici “re e regine”, ma hanno nomi e strutture precise: gli Stati Uniti, la NATO, l’Unione Europea e il sistema politico-militare israeliano.
Questi attori occupano di fatto il nostro Paese, lo trasformano in base operativa per le proprie guerre, incidono pesantemente sui territori e trascinano l’economia in una spirale di aumento dei costi e impoverimento. Risorse sottratte ai lavoratori vengono destinate al riarmo invece che alla creazione di lavoro, al rafforzamento della sanità e dell’istruzione pubblica e alla tutela dell’ambiente. Parallelamente, si assiste a una progressiva compressione delle libertà democratiche conquistate con le lotte del Novecento.
In questo quadro, la spinta verso il conflitto globale si accompagna a una pressione crescente anche all’interno dei Paesi occidentali: una dinamica che colpisce in primo luogo le classi popolari. Non c’è diritto o libertà che non possa essere sacrificato in nome della guerra. Il diritto internazionale, quando non è funzionale agli interessi dominanti, viene svuotato e aggirato.
Per questo, ogni posizione che finisca, anche indirettamente, per giustificare o attenuare le responsabilità delle grandi potenze militari rischia di indebolire il fronte della mobilitazione e di spostare l’attenzione dagli obiettivi principali.
La sfida che si pone oggi è quella di costruire un movimento ampio e consapevole, capace di opporsi concretamente alla militarizzazione, alla logica dei blocchi e alla deriva bellicista, rilanciando una prospettiva di pace, giustizia sociale e cooperazione tra i popoli.
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