Le donne iraniane, un secolo di dolore tra monarchia, teocrazia e guerra

 Le donne iraniane, un secolo di dolore tra monarchia, teocrazia e guerra 

 di Laura Tussi


In Iran il corpo delle donne è diventato da decenni un campo di battaglia silenzioso. Le loro vite attraversano rivoluzioni, guerre, leggi e divieti che si sedimentano come cicatrici collettive. C’è la violenza visibile delle repressioni e quella più sottile delle norme che controllano ogni gesto: un velo considerato “sbagliato”, uno sguardo giudicato troppo libero, un passo fuori dalla linea tracciata dalla morale di Stato.

Cosa è rimasto delle donne persiane rispettate ed autonome?

Nell’antica Persia la condizione della donna era inserita in una società patriarcale, ma presentava alcuni aspetti relativamente più avanzati rispetto ad altre civiltà dell’antichità. Durante il periodo dell’Impero achemenide le donne potevano possedere beni, amministrare proprietà e partecipare alla gestione delle attività economiche familiari. Le fonti amministrative mostrano che alcune lavoratrici ricevevano compensi e razioni per il loro lavoro e che le donne dell’aristocrazia potevano gestire vaste proprietà o esercitare una certa influenza nella vita di corte.

Allo stesso tempo, la società rimaneva fortemente organizzata intorno alla famiglia e all’autorità maschile. Il matrimonio era spesso deciso dalle famiglie e il potere politico restava quasi esclusivamente nelle mani degli uomini, anche se alcune figure femminili dell’élite riuscirono a esercitare un ruolo significativo. La religione dominante, lo Zoroastrismo, attribuiva comunque a uomini e donne una responsabilità morale simile davanti al bene e al male, contribuendo a una visione che riconosceva alle donne una dignità spirituale e sociale non sempre presente in altre società antiche.

Nel Kurdistan iraniano, dove la marginalità geografica si somma a quella politica, persistono ferite antiche come le mutilazioni genitali femminili, pratiche che sopravvivono tra silenzi, tabù e abbandono istituzionale. In altre case, soprattutto nelle generazioni che hanno attraversato gli anni Ottanta, le donne portano il peso dei lutti della guerra: sono le madri dei ragazzi mandati al fronte nel conflitto con l’Iraq, giovani vite spezzate mentre lo Stato costruiva il mito del sacrificio.

E poi c’è la quotidianità della sorveglianza: le umiliazioni della polizia morale, le ammonizioni in strada, gli arresti per un velo scivolato o per un gesto considerato improprio. Episodi che sembrano piccoli, ma che nel tempo costruiscono un sistema di controllo capillare, fatto di paura e di obbedienza forzata.

Dentro questa storia lunga di ferite e resistenza si inserisce l’orrore più recente: l’eccidio di studentesse e scolare nel primo giorno della nuova guerra. Non è soltanto un episodio di violenza brutale. È l’epilogo simbolico di una narrazione che dura da decenni, in cui le donne iraniane pagano il prezzo più alto di conflitti politici, religiosi e militari che non hanno scelto.

Quelle giovani vite spezzate diventano così il volto più tragico di una storia più ampia: quella di generazioni di donne che continuano a vivere, resistere e ricordare in un Paese dove il dolore femminile è troppo spesso considerato una conseguenza inevitabile del potere.

Le donne iraniane, una storia di persecuzione 

La storia delle donne iraniane è una delle più dolorose del Medio Oriente contemporaneo. Non è la storia semplice di un prima libero e di un dopo oppresso, come spesso si racconta in modo superficiale. È piuttosto una lunga sequenza di promesse tradite, modernizzazioni imposte, rivoluzioni che hanno rovesciato i padroni ma non la logica del dominio. Dallo Scià alla Repubblica islamica degli ayatollah fino alla stagione delle guerre e delle repressioni più recenti, il corpo e la vita delle donne sono stati spesso il campo di battaglia su cui si sono scontrate ideologie, potere e religione.

Sotto lo Scià: modernizzazione e repressione

Nel XX secolo, durante la monarchia dei Pahlavi, l’Iran intraprese un rapido processo di modernizzazione. Riforme degli anni Sessanta e Settanta ampliarono l’accesso delle donne all’istruzione, alla vita pubblica e alla politica: alcune divennero giudici, parlamentari e funzionarie dello Stato. Alla vigilia della rivoluzione del 1979, le donne occupavano seggi in Parlamento e ricoprivano ruoli nella pubblica amministrazione.

Ma questa modernizzazione aveva un volto ambiguo. Le riforme erano imposte dall’alto da una monarchia autoritaria e spesso accompagnate da repressione politica. Lo stesso progetto di “occidentalizzazione” toccò anche il modo di vestire: negli anni Trenta il regime aveva addirittura proibito il velo islamico, e la polizia arrivò a strapparlo di dosso alle donne che lo indossavano.

Molte iraniane furono quindi prese tra due pressioni opposte: da una parte lo Stato che voleva trasformare il loro aspetto e il loro ruolo sociale, dall’altra una società tradizionale e patriarcale che reagiva con forza a quei cambiamenti. Le libertà concesse non cancellavano la mancanza di democrazia né la violenza della polizia segreta del regime. Così, quando nel 1979 esplose la rivoluzione contro lo Scià, anche molte donne scesero in piazza sperando in un futuro più giusto.

La rivoluzione e la disillusione

La rivoluzione iraniana fu anche una rivoluzione femminile. Migliaia di donne parteciparono alle manifestazioni, convinte che la caduta dello Scià avrebbe portato libertà e diritti. Ma la speranza durò poco.

Con l’ascesa dell’ayatollah Ruhollah Khomeini e la nascita della Repubblica islamica, molte conquiste furono cancellate. Le leggi sulla famiglia furono abolite, il diritto al divorzio fu limitato e l’età legale del matrimonio per le ragazze venne abbassata fino a nove anni secondo l’interpretazione della legge islamica.

Quasi subito arrivò anche l’obbligo del velo. Nel marzo 1979 Khomeini decretò che le donne dovessero coprirsi i capelli nei luoghi di lavoro; nel giro di pochi anni l’obbligo si estese a tutti gli spazi pubblici. Chi non rispettava la norma rischiava punizioni severe, fino a 74 frustate secondo il codice penale islamico introdotto nel 1983.

Le proteste non tardarono. L’8 marzo 1979, giornata internazionale della donna, migliaia di iraniane marciarono per le strade di Teheran contro l’imposizione del velo e la perdita dei diritti. Le manifestazioni durarono giorni e furono affrontate con intimidazioni e violenze da gruppi islamisti.

Molte delle donne che avevano creduto nella rivoluzione compresero allora che il nuovo potere non aveva liberato la società: aveva soltanto cambiato il volto dell’autorità.

Decenni di controllo e resistenza

Negli anni successivi la Repubblica islamica costruì un sistema di controllo capillare sulla vita femminile. Il velo obbligatorio divenne uno strumento politico oltre che religioso, usato per reprimere dissenso e autonomia. Le autorità e le cosiddette “pattuglie morali” sorvegliavano l’abbigliamento, mentre attiviste e oppositrici venivano intimidite o arrestate.

Nonostante questo, la società iraniana non rimase immobile. Le donne continuarono a studiare, a lavorare, a organizzarsi. Il movimento femminile iraniano è oggi considerato uno dei più dinamici del mondo islamico, nato proprio dalla resistenza a queste restrizioni.

Negli ultimi anni nuove proteste hanno attraversato il Paese, soprattutto dopo la morte della giovane Mahsa Amini nel 2022, arrestata dalla polizia morale per il velo considerato “improprio”. La sua morte scatenò il movimento “Donna, vita, libertà”, che ha portato migliaia di donne a sfidare pubblicamente le regole del regime.

La repressione e la tecnologia del controllo

Le autorità iraniane hanno risposto con una repressione crescente. Secondo rapporti internazionali, negli ultimi anni il governo ha utilizzato anche tecnologie di sorveglianza per controllare il rispetto dell’obbligo del velo, con telecamere, riconoscimento facciale e sistemi di segnalazione tramite applicazioni digitali.

Attiviste e dissidenti continuano a essere incarcerate, mentre la tensione politica e sociale resta altissima.

Le donne nella stagione delle guerre

A questa lunga sofferenza si è aggiunto il peso delle guerre che hanno segnato la regione. Dalla devastante guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta fino alle tensioni e ai conflitti più recenti, le donne iraniane hanno pagato un prezzo altissimo.

La guerra ha significato lutti, povertà, militarizzazione della società. Ha rafforzato la retorica nazionalista e religiosa che spesso ha ridotto ulteriormente gli spazi di libertà. Molte donne hanno perso mariti, figli e fratelli; altre sono diventate il simbolo della resistenza nazionale, ma senza ottenere in cambio una reale emancipazione.

Un futuro ancora incerto

Oggi l’Iran vive una fase di forte instabilità: crisi economica, tensioni internazionali e proteste interne. In questo scenario le donne restano al centro della battaglia per il futuro del Paese.

La loro storia recente racconta una verità dolorosa: nessun regime, né monarchico né teocratico, ha davvero restituito loro la piena libertà promessa. Eppure, proprio da questa lunga sofferenza nasce anche la loro forza.

Ogni volta che una donna iraniana decide di camminare a capo scoperto, di studiare, di protestare o semplicemente di vivere senza paura, continua una lotta iniziata decenni fa. Una lotta che non riguarda solo il velo o le leggi, ma la dignità stessa della persona.

E che, nonostante tutto, non si è mai fermata.

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