Lettera collettiva di attivisti politici, civili e per i diritti umani al Comitato Nobel: Revocate il Premio Nobel per la Pace a Shirin Ebadi!

 Lettera collettiva di attivisti politici, civili e per i diritti umani al Comitato Nobel: Revocate il Premio Nobel per la Pace a Shirin Ebadi!

Egregio Presidente e membri del Comitato Nobel norvegese,

i firmatari di questa dichiarazione, un gruppo di attivisti politici, civili e per i diritti umani iraniani, sia all’interno che all’esterno del Paese, si rivolgono a voi sulla base di principi di patriottismo, tutela dell’integrità territoriale, indipendenza nazionale dell’Iran e diritti umani. Con questa lettera aperta intendiamo sottoporre alla vostra attenzione una richiesta specifica: la revoca del Premio Nobel per la Pace (assegnato nel 2003) alla signora Shirin Ebadi.



La Fondazione Nobel ha sempre dichiarato di voler onorare gli sforzi instancabili a favore della pace, dei diritti umani, della convivenza pacifica e del rifiuto della violenza. Tuttavia, purtroppo, negli ultimi anni la signora Ebadi ha assunto posizioni in fondamentale contrasto con questi valori universali. Un’analisi critica delle sue posizioni mostra che si è allontanata dal ruolo di difensora dei diritti umani, trasformandosi in un’attivista allineata con correnti di estrema destra, sostenitrici della guerra e della distruzione dell’Iran.
La signora Ebadi, adottando posizioni affini a quelle di chi mira a trasformare l’Iran in una “terra bruciata”, in una lettera indirizzata a Donald Trump, attuale presidente degli Stati Uniti, ha apertamente sostenuto un attacco militare contro l’Iran. La richiesta di un intervento militare da parte di governi stranieri, il cui esito inevitabile è l’uccisione di civili innocenti — donne, uomini e bambini iraniani — e la minaccia all’integrità territoriale del Paese, è incompatibile con qualsiasi principio di pacifismo e con il rispetto del diritto internazionale. I suoi doppi standard nella condanna delle violazioni dei diritti umani hanno seriamente compromesso il valore di questo premio. Ad esempio, il suo silenzio di fronte ad atti gravissimi contro la pace e i diritti umani, tra cui l’attacco a una scuola elementare femminile a Minab, in Iran, e la morte di circa 170 bambini innocenti, mostra che, secondo lei, i diritti umani sono subordinati a valutazioni politiche, e non un valore intrinseco e universale.
È sorprendente ricordare che la stessa Ebadi, alcuni anni fa, aveva giustamente criticato il silenzio e l’inazione di Aung San Suu Kyi (anch’essa Premio Nobel per la Pace) di fronte alla pulizia etnica nel suo Paese, invitandola a preservare la dignità di tale riconoscimento. Oggi, tuttavia, Ebadi sembra essere caduta in una condizione simile — se non più preoccupante — di quella di Suu Kyi. L’abbandono dei principi dei diritti umani per allearsi con forze favorevoli alla guerra rappresenta una chiara violazione degli ideali del Premio Nobel per la Pace.
L’indipendenza di giudizio e la difesa dei diritti fondamentali dei popoli in ogni circostanza sono condizioni essenziali per un impegno autenticamente pacifista e fondato sui diritti umani. I cambiamenti di posizione politica della signora Ebadi appaiono privi di coerenza logica e di reale preoccupazione per i diritti umani. Il degrado etico, giuridico e politico non avviene improvvisamente. Strumentalizzare il concetto di “pace” per giustificare violenza, sanzioni indiscriminate e guerra rappresenta un grave pericolo per la credibilità dell’istituzione Nobel. In breve, la signora Ebadi ha da tempo perso la legittimità di rappresentare l’alto valore della pace ed è diventata simbolo di approcci interventisti, distruttivi per l’Iran e favorevoli alla guerra.
Ci aspettiamo che il Comitato Nobel, esaminando le prove di questa trasformazione politica — alcune delle quali qui menzionate — intraprenda un’azione simbolica per preservare il prestigio storico del Premio Nobel per la Pace, revocando il titolo di “Premio Nobel per la Pace” alla signora Ebadi o almeno richiamandola ai valori della pace. Infatti, il pacifismo non è compatibile con l’invito al bombardamento e alla distruzione.
Siamo consapevoli che, secondo le regole della Fondazione, la responsabilità giuridica del Comitato Nobel si limita al momento dell’assegnazione del premio e che il giudizio sul comportamento successivo dei vincitori è lasciato alla storia e all’opinione pubblica. Tuttavia, un dovere almeno umano ed etico — se non giuridico — richiede che il Comitato Nobel non rimanga completamente indifferente rispetto alle azioni successive dei premiati e che, almeno sotto forma di espressione di preoccupazione, reagisca a eventuali violazioni dei principi di pace da parte dei vincitori. Sebbene questo premio possa non essere giuridicamente revocabile, i privilegi e le opportunità che comporta hanno, nel caso della signora Ebadi, contribuito — purtroppo — a mettere ulteriormente a rischio la pace. Non è degno del Comitato Nobel mantenere un silenzio assoluto di fronte agli effetti negativi che, in questo caso, il Premio Nobel per la Pace avrebbe prodotto.

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