L’ illusione pericolosa della deterrenza. Disporre di armi nucleari non ci salva dal rischio della distruzione, anzi lo innesca

 L’ illusione pericolosa della deterrenza. Disporre di armi nucleari non ci salva dal rischio della distruzione, anzi lo innesca 

di Laura Tussi


Circola sempre più spesso un’idea tanto semplice quanto ingannevole: se l’Iran avesse avuto la bomba atomica, non sarebbe stato attaccato e il Medio Oriente sarebbe oggi più stabile. È la vecchia teoria della deterrenza, secondo cui la minaccia reciproca di distruzione garantirebbe equilibrio e pace. Ma questa narrazione, apparentemente razionale, nasconde una contraddizione profonda: la sicurezza fondata sulla possibilità di sterminio non è sicurezza, è un equilibrio del terrore.

L’idea stessa presuppone attori perfettamente “razionali”, capaci di controllare ogni escalation. La storia, però, dimostra il contrario. In un contesto già segnato da conflitti, rivalità regionali e instabilità politica, l’ingresso di una nuova potenza nucleare non porterebbe tranquillità, ma innescherebbe immediatamente una corsa al riarmo. Paesi come l’Arabia Saudita e altri attori regionali cercherebbero a loro volta di dotarsi dell’atomica, moltiplicando i rischi invece di contenerli.

La deterrenza come “genocidio programmato”

La deterrenza nucleare è spesso presentata come uno strumento di pace. In realtà è una promessa implicita di annientamento reciproco: una forma di “genocidio programmato” che tiene il mondo in uno stato di terrore sospeso. Non è pace, ma una tregua fragile fondata sulla paura.

Quando la sicurezza di uno Stato si basa sulla capacità di distruggere un altro, quel modello politico ha già rinunciato a qualsiasi forma di relazione. È la “politica del dominio” portata al suo estremo: non convivere, ma minacciare. Non dialogare, ma intimidire.

Inoltre, più attori possiedono armi nucleari, più cresce la probabilità statistica di incidenti, errori tecnici o interpretazioni sbagliate. I tempi di reazione si riducono a pochi minuti. In uno scenario ad alta tensione, un falso allarme o un errore nei sistemi radar potrebbe scatenare una catastrofe irreversibile prima ancora che la diplomazia possa intervenire.

Un’esplosione nucleare, infatti, non distingue tra colpevoli e innocenti: altera l’ambiente, contamina territori, supera confini. Di fronte a una nube radioattiva, l’idea stessa di sicurezza nazionale diventa priva di senso.

La sicurezza come patto di suicidio collettivo

Sostenere che l’Iran sarebbe più sicuro con l’atomica significa accettare un principio inquietante: che la sicurezza dipenda dalla capacità di compiere uno sterminio indiscriminato. Ma l’arma nucleare non è difensiva, è per definizione uno strumento di distruzione totale. Il suo uso comporterebbe inevitabilmente una ritorsione, portando alla cancellazione reciproca.

La deterrenza, in questo senso, è un vero e proprio patto di omicidio-suicidio. Una logica estrema che trasforma la sicurezza in una minaccia permanente e globale. Se accettiamo che uno Stato debba avere l’atomica per proteggersi, allora dobbiamo accettare che tutti gli Stati debbano averla. Il risultato è matematicamente chiaro: un mondo sempre più instabile e sempre più vicino alla catastrofe.

La vera sicurezza non nasce dalla paura, ma dall’interdipendenza, dal riconoscimento reciproco e dalla cooperazione. Per questo il Trattato di proibizione delle armi nucleari rappresenta un tentativo concreto di uscire da questo circolo vizioso: l’unica sicurezza reale è quella che elimina alla radice la possibilità dell’annientamento.

Sostenere che la bomba porti equilibrio significa accettare un rischio collettivo immenso. La sicurezza nucleare è un ossimoro: non si può costruire la vita sulla minaccia della fine della vita. La vera forza non è il “potere su”, incarnato dall’arma, ma il “potere con”: la capacità di costruire relazioni, accordi e percorsi condivisi di pace.

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