L’anniversario del Trattato ONU Premio Nobel per la Pace: il TPNW come ancora giuridica

 L’anniversario del Trattato ONU Premio Nobel per la Pace: il TPNW come ancora giuridica 

 di Laura Tussi



Il 22 gennaio 2026 abbiamo celebrato troppo distrattamente il quinto anniversario dell’entrata in vigore del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, un passaggio storico che va ben oltre la dimensione giuridica. Questo Trattato infatti non è soltanto un insieme di norme, ma rappresenta una scelta etica chiara e radicale: affermare che le armi nucleari sono illegali e, prima ancora, moralmente inaccettabili.

In un mondo ancora dominato dalla logica della forza, il TPNW introduce un cambio di paradigma. Propone di sostituire la politica della minaccia con quella del diritto e della cura. Ci invita a ripensare il concetto stesso di sicurezza, che non può più fondarsi sulla deterrenza, ma deve nascere dalla cooperazione tra i popoli, dal rispetto della vita e dalla tutela dell’ambiente. Disarmare, in questo senso, non significa soltanto eliminare testate nucleari, ma intraprendere un percorso più profondo, che riguarda anche il modo in cui pensiamo il futuro del pianeta

Il 2026 sarà inoltre un anno cruciale per questo cammino. Tra il 30 novembre e il 4 dicembre, presso la sede delle Nazioni Unite a New York, si terrà la prima Conferenza di Riesame del Trattato, presieduta dal Sudafrica. Sarà un momento importante per fare il punto sui risultati raggiunti e sulle sfide ancora aperte.

135 Paesi hanno aderito 

I numeri mostrano un progresso significativo. Gli Stati che hanno aderito al Trattato continuano a crescere: 122 lo avevano adottato già nel 2017, 74 lo hanno ratificato e 95 lo hanno firmato, anche se 21 di questi ultimi non hanno ancora completato il processo di ratifica. Complessivamente, 135 Paesi sono stati coinvolti nei diversi livelli di adesione. Si tratta di dati rilevanti, che indicano come una parte consistente della comunità internazionale stia scegliendo di prendere le distanze dalla logica del riarmo.

Eppure, accanto a questo progresso, resta evidente una frattura profonda. Le principali potenze nucleari — Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord — non hanno aderito al Trattato, così come i Paesi della NATO. Questa distanza solleva interrogativi importanti sul futuro del diritto internazionale e sulla reale volontà di costruire un ordine globale fondato sulla pace.

Un dibattito pubblico troppo disattento 

In questo scenario, il ruolo del cosiddetto Sud Globale appare sempre più centrale. Africa, America Latina e Sud-est asiatico stanno guidando questa trasformazione, proponendo una visione alternativa della sicurezza, più attenta alla giustizia e alla dignità umana.

Nonostante ciò, la questione nucleare resta sorprendentemente marginale nel dibattito pubblico. Eppure, tra tutte le crisi che l’umanità si trova ad affrontare, questa è forse la più grave. Le armi nucleari rappresentano una minaccia capace di annullare ogni altro problema nel giro di pochi minuti.

La deterrenza, spesso presentata come garanzia di pace, si fonda in realtà sull’equilibrio del terrore. Presuppone la disponibilità a una distruzione totale e indiscriminata, che coinvolgerebbe non solo gli eserciti, ma intere popolazioni e l’ecosistema globale. È un sistema che espone l’umanità a un rischio permanente, accettato quasi inconsapevolmente.

Uno dei motivi di questa sottovalutazione è l’assuefazione. Dopo decenni di “pace armata”, si è diffusa l’illusione che le armi nucleari non verranno mai utilizzate. A questo si aggiunge la crescente complessità tecnologica: l’integrazione tra sistemi militari avanzati, intelligenza artificiale e nuove tipologie di armamenti, come i missili ipersonici, introduce variabili difficili da controllare e potenzialmente pericolose.

Una questione di giustizia.

Le enormi risorse destinate al mantenimento e all’ammodernamento degli arsenali nucleari vengono sottratte a bisogni fondamentali: la lotta alla povertà, la tutela della salute, la protezione dell’ambiente. È una scelta che riflette una precisa gerarchia di priorità, spesso lontana dalle reali esigenze dell’umanità.

Il contesto attuale rende tutto questo ancora più urgente. Viviamo in un’epoca segnata da conflitti interconnessi, da tensioni diffuse e da un progressivo indebolimento delle regole internazionali. La cosiddetta “guerra mondiale a pezzi” rischia, in ogni momento, di trasformarsi in qualcosa di più ampio e incontrollabile.

In questo quadro, diventa fondamentale non limitarsi a un’analisi teorica, ma promuovere azioni concrete. È necessario monitorare l’attuazione del TPNW, comprendere le resistenze delle potenze nucleari e analizzare il legame tra crisi locali — come quelle legate all’Iran, all’Ucraina e a diverse aree africane — e i rischi di escalation globale.

Allo stesso tempo, il ruolo della società civile è decisivo. Solo attraverso una crescente consapevolezza collettiva è possibile trasformare l’indignazione in pressione politica, affinché il disarmo non resti un ideale, ma diventi una scelta concreta e condivisa.

In definitiva, il TPNW rappresenta un punto di riferimento, un’ancora giuridica e morale in un mondo incerto. Non risolve da solo il problema nucleare, ma indica una direzione chiara: quella di un futuro in cui la sicurezza non sia costruita sulla paura, ma sulla responsabilità e sulla cura reciproca. 

Commenti