Sit-in davanti al TAR contro il raddoppio della RWM.
Sit-in davanti al TAR contro il raddoppio della RWM. Cresce lo scontro politico e giudiziario sulla fabbrica d’armi che sporca (moralmente) e inquina (materialmente) la Sardegna
di Laura Tussi
L’Europa è oggi il continente che registra l’aumento più consistente degli investimenti militari, con una crescita media del 14% rispetto al 2024. Una tendenza che si inserisce in un contesto internazionale segnato dalla guerra permanente, dal riarmo generalizzato e dalla progressiva integrazione tra apparati industriali e complessi militari.
Per anni Papa Francesco ha denunciato con forza la pericolosità dell’economia di guerra e della corsa agli armamenti, definendole una premessa strutturale ai conflitti contemporanei. Le sue parole risuonano oggi con particolare forza mentre in Sardegna si apre un nuovo fronte giudiziario sul destino dello stabilimento RWM di Domusnovas, controllato dal colosso tedesco Rheinmetall.
Mercoledì 27 maggio il TAR sarà chiamato a pronunciarsi sul ricorso presentato da Italia Nostra e da un ampio fronte pacifista e ambientalista contro la decisione del governo Meloni di nominare una commissaria straordinaria per imporre il raddoppio degli impianti produttivi della RWM, nonostante una precedente sentenza contraria del Consiglio di Stato, che aveva evidenziato la mancanza delle necessarie garanzie ambientali.
A rendere ancora più esplosiva la vicenda è la posizione assunta dalla Regione Sardegna guidata da Alessandra Todde. Pur avendo in passato giudicato “carente e incompleta” la procedura di valutazione ambientale relativa all’ampliamento dello stabilimento, la Regione ha deciso di non schierarsi a favore del ricorso promosso dalle associazioni pacifiste e ambientaliste, sostenendo di fatto la linea del governo.
Una scelta che ha provocato forti polemiche nel mondo associativo e nei movimenti antimilitaristi, soprattutto perché arriva da una giunta sostenuta dal Movimento 5 Stelle, storicamente critico nei confronti dell’industria bellica e delle servitù militari.
Il sit-in davanti al TAR
In concomitanza con l’udienza davanti al Tribunale Amministrativo Regionale, si terrà in piazza del Carmine, davanti alla sede del TAR, un sit-in di sensibilizzazione e informazione promosso da associazioni, movimenti e realtà sociali impegnate da anni nella denuncia dei processi di militarizzazione industriale della Sardegna.
La mobilitazione, convocata a partire dalle ore 9 del 27 maggio, si inserisce in una vicenda che negli ultimi anni ha assunto una rilevanza non soltanto giuridica e amministrativa, ma profondamente politica, ambientale e sociale, poiché riguarda il modello di sviluppo imposto ai territori dell’isola e il rapporto tra istituzioni pubbliche, industria bellica e comunità locali.
Il progetto di ampliamento della RWM
Al centro della controversia si colloca il progetto di ampliamento dello stabilimento RWM, destinato alla produzione di ordigni esplosivi e sistemi d’arma poi utilizzati in particolare dalla coalizione angloamericana-araba alleata con Israele contro lo Yemen rivoluzionario, ma anche a Gaza.
Secondo i promotori della mobilitazione, l’approvazione del progetto determinerebbe una significativa intensificazione della capacità produttiva del sito, con la triplicazione della produzione di bombe per aerei della serie MK e l’incremento della fabbricazione di droni armati di progettazione israeliana, sistemi già utilizzati nei più recenti scenari di guerra.
La questione, tuttavia, non riguarda soltanto l’espansione materiale dell’impianto industriale, ma il significato politico che tale scelta assume nel contesto contemporaneo, segnato da una crescente integrazione tra apparati produttivi civili e filiere globali della guerra.
La Sardegna e la militarizzazione del territorio
La Sardegna rappresenta storicamente uno dei territori maggiormente gravati dalla presenza militare nel Mediterraneo.
Servitù militari, poligoni sperimentali, esercitazioni NATO e insediamenti industriali legati alla produzione bellica hanno progressivamente ridefinito il rapporto tra territorio, economia e sovranità democratica, producendo effetti profondi sia sul piano ambientale sia su quello sociale.
In questo quadro, il caso RWM viene interpretato dai movimenti pacifisti e ambientalisti come l’ennesima manifestazione di una subordinazione strutturale delle esigenze delle comunità locali agli interessi strategici dell’industria militare e delle alleanze geopolitiche internazionali.
Il ruolo controverso della Regione Sardegna
Particolarmente contestata appare la scelta della Giunta regionale sarda di costituirsi in giudizio a sostegno della RWM e del decreto commissariale firmato dal governo Meloni.
La decisione è stata interpretata dai promotori della protesta come un atto politicamente contraddittorio e istituzionalmente grave, poiché determina un allineamento dell’ente regionale con gli interessi dell’industria bellica, nonostante le criticità ambientali e procedurali già evidenziate nel corso dell’iter amministrativo e giudiziario.
La nomina della commissaria governativa Orsola Reillo viene inoltre percepita come un’imposizione centralistica destinata a scavalcare sia il Consiglio di Stato sia eventuali valutazioni contrarie della Regione stessa.
Il fatto che il Consiglio di Stato abbia precedentemente giudicato abusivo l’ampliamento dello stabilimento rafforza, agli occhi dei manifestanti, la percezione di una persistente tensione tra legalità amministrativa, interessi economici e scelte politiche.
Pace, riconversione e modelli di sviluppo
La mobilitazione del 27 maggio assume quindi il significato di una pratica di partecipazione democratica che intende riportare nello spazio pubblico un conflitto spesso confinato entro linguaggi tecnici e procedurali.
Attraverso il sit-in, le organizzazioni promotrici mirano a rilanciare il dibattito sulle implicazioni etiche, economiche e ambientali della produzione bellica, interrogando il rapporto tra sviluppo industriale e diritti delle popolazioni locali.
La critica all’espansione dello stabilimento RWM non si limita infatti alla dimensione pacifista, ma investe più ampiamente il modello economico imposto alla Sardegna e le possibili alternative produttive.
I promotori sostengono la necessità di avviare processi di riconversione economica fondati sulla tutela ambientale, sulla valorizzazione delle risorse territoriali e sulla costruzione di economie orientate alla pace piuttosto che alla guerra.
La riconversione viene interpretata non soltanto come trasformazione industriale, ma come scelta culturale e politica: sottrarre il territorio alla dipendenza dalle produzioni militari e immaginare forme di sviluppo compatibili con sostenibilità ambientale, giustizia sociale e autodeterminazione delle comunità locali.
Le organizzazioni promotrici
La manifestazione è aperta alla partecipazione di associazioni, movimenti, organizzazioni sindacali e cittadini.
Tra i promotori figurano Italia Nostra, A Foras, USB Sardegna, Comitato Riconversione RWM, Assotziu Consumadoris Sardigna e Movimento Nonviolento Sardegna, realtà che negli ultimi anni hanno contribuito a mantenere alta l’attenzione pubblica sui processi di militarizzazione dell’isola e sulle conseguenze ambientali e politiche connesse all’espansione dell’industria bellica nel territorio sardo.
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