Guardare l’abisso senza distogliere lo sguardo

 Guardare l’abisso senza distogliere lo sguardo: la nonviolenza come unica politica possibile nell’era del rischio totale. È una necessità biologica, una condizione indispensabile per la sopravvivenza della specie 

di Laura Tussi



Tra guerre permanenti, deterrenza nucleare, crisi climatica e accelerazione tecnologica, l’umanità si trova davanti a un bivio storico. Non basta più denunciare la violenza: occorre smontarne le logiche profonde. La nonviolenza non è un’utopia, ma una necessità concreta per la sopravvivenza.

Ogni preparazione alla distruzione è già, in sé, una forma di distruzione della nostra umanità. Non è soltanto un’affermazione morale, ma una constatazione che riguarda il modo in cui pensiamo, organizziamo e giustifichiamo il nostro stare al mondo. Quando la guerra diventa un presupposto accettato, quando l’annientamento entra nel linguaggio della politica come un’opzione tra le altre, qualcosa si spezza prima ancora che i conflitti esplodano. È da qui che occorre ripartire: dal rifiuto della rassegnazione e dall’obiezione alla progressiva dissoluzione della civiltà come progetto condiviso.

Di fronte alla crisi globale – politica, climatica, antropologica – la nonviolenza non appare più come una scelta tra le tante, né come una posizione etica minoritaria. Si impone piuttosto come una bussola necessaria per ritrovare orientamento e dignità. Non offre scorciatoie, né soluzioni semplici, ma indica una direzione: quella di un pensiero e di una pratica capaci di tenere insieme verità, responsabilità e limite. In questo senso, il riferimento al Satyagraha, la “forza della verità”, non rimanda a un’astrazione spirituale, ma a un metodo concreto di azione politica, fondato sulla coerenza tra mezzi e fini e sulla capacità di trasformare il conflitto senza distruggere l’altro.

L’attuale fase storica segna il tramonto di un’illusione radicata: quella del “Sovrano” come potere capace di imporsi dall’alto, in modo unitario e incontestabile, sulla complessità sociale. Le vicende politiche recenti, in Italia come nel mondo, mostrano crepe sempre più evidenti in questa pretesa. Non si tratta soltanto di sconfitte contingenti o di errori tattici, ma del logoramento di un modello fondato sul controllo e sul dominio. I processi globali — dalle tensioni interne alle democrazie occidentali agli stalli geopolitici in aree cruciali come il Medio Oriente — rivelano una difficoltà crescente a immaginare la pace come orizzonte praticabile.

Questa crisi non è soltanto un collasso: è anche il segno di una resistenza diffusa, spesso silenziosa, che attraversa le società civili. Le nuove generazioni, in particolare, mostrano una sensibilità diversa, meno disposta ad accettare gerarchie imposte e più attenta alle relazioni di interdipendenza che legano individui, comunità ed ecosistemi. In questo spazio fragile ma reale si apre la possibilità di un ripensamento radicale della politica.

Uno dei nodi più urgenti riguarda la logica della deterrenza. L’idea che l’accumulo di armi — soprattutto nucleari — possa garantire stabilità si fonda su un presupposto tanto diffuso quanto fragile: quello di una razionalità costante degli attori in gioco. Ma in un sistema caratterizzato da tempi di reazione sempre più rapidi, tecnologie opache e margini di errore inevitabili, questa ipotesi vacilla. Basta un incidente, un malinteso, un falso allarme perché la “sicurezza” si trasformi in catastrofe.

La deterrenza si rivela così per ciò che è: non un equilibrio, ma un paradosso. Non somma sicurezza, bensì moltiplica il rischio. La promessa implicita — evitare la guerra attraverso la minaccia della distruzione totale — contiene già l’accettazione dell’annientamento come possibilità concreta. Quando la sopravvivenza dipende dalla capacità di distruggere l’altro, il fondamento stesso della politica viene meno. Non si tratta più di governare la convivenza, ma di sospenderla sotto la minaccia permanente della sua fine.

Per questo il pacifismo contemporaneo non può limitarsi alla denuncia morale della guerra. Deve assumersi un compito più radicale: smontare le categorie che rendono pensabile e accettabile la violenza sistemica. Deve mostrare come la logica dell’annientamento non sia un’eccezione, ma una forma di nichilismo istituzionalizzato che attraversa il nostro tempo.

La questione, infatti, non riguarda solo le armi. Il paradigma della violenza si manifesta anche nel rapporto con l’ambiente, nella gestione delle risorse, nello sviluppo incontrollato di tecnologie che rischiano di sfuggire al controllo umano. Crisi climatica, perdita di biodiversità, militarizzazione dell’intelligenza artificiale, espansione di biotecnologie ad alto rischio: fenomeni diversi, ma uniti da una stessa matrice, quella di un approccio che mira a dominare la vita invece di custodirla.

In questo contesto, la nonviolenza assume un significato ulteriore: diventa una necessità biologica, una condizione indispensabile per la sopravvivenza della specie. Non si tratta più soltanto di scegliere di non uccidere, ma di riconoscere che la continuità della vita sulla Terra dipende dalla capacità di interrompere dinamiche distruttive che noi stessi abbiamo costruito. Anche ambiti apparentemente neutrali, come il nucleare civile, rivelano questa ambiguità: la loro filiera tecnologica resta difficilmente separabile da quella militare e proietta i suoi effetti su tempi incompatibili con qualsiasi orizzonte politico tradizionale.

Rifiutare la preparazione alla guerra, in tutte le sue forme, significa allora rompere la spirale del “male minore”, quella logica che giustifica ogni escalation come necessaria e inevitabile. Significa sottrarsi a un linguaggio che normalizza la violenza e ne prepara la perpetuazione.

In questo scenario, l’azione politica non può più pretendere di illuminare tutto, di offrire soluzioni totali. Forse è più realistico pensarsi come una piccola luce nel buio: non un riflettore che dissolve ogni ombra, ma una candela che rende visibile il passo successivo. È in questa dimensione concreta e limitata che la nonviolenza può diventare pratica condivisa, laboratorio permanente di trasformazione.

Alcune direzioni possono orientare questo cammino. Il riconoscimento dell’interdipendenza globale: la sicurezza non nasce dall’accumulo di forza, ma dalla consapevolezza della vulnerabilità comune. Il rafforzamento degli strumenti giuridici internazionali per il disarmo, non come enunciazioni simboliche ma come basi operative. La riscoperta dell’obiezione di coscienza come metodo politico, fondato sulla coerenza tra mezzi e fini. E, infine, la mobilitazione civile, quella energia che si oppone alla rassegnazione e mantiene aperta la possibilità del cambiamento.

La nonviolenza, dunque, non è inerzia né rinuncia. È azione consapevole che accetta la complessità senza cedere al cinismo. Non è debolezza, ma lucidità: la capacità di vedere fino in fondo le conseguenze delle nostre scelte. Non è un sogno irrealistico, ma la condizione minima per continuare a essere umani in un mondo in cui la distruzione è diventata tecnicamente possibile su scala totale.

Se esiste ancora una possibilità di salvezza per l’umanità e per la Terra, essa passa da qui: dalla scelta – fragile ma concreta – di interrompere la logica della violenza e di costruire, passo dopo passo, forme di convivenza fondate non sulla paura, ma sulla responsabilità condivisa.

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