Come combattere il caldo nei luoghi di lavoro

 



Intervento di Federico Giusti (CUB)
e un breve testo di approfondimernto





Se sicurezza e salvaguardia della salute

arrivano dopo la tutela degli interessi dell’impresa

F. Giusti, E. Gentili – Centro studi politico-sindacale

 

Il Decreto[1] approvato dal Governo il 22 giugno 2026 non lascia i lavoratori e le lavoratrici solo con l’amaro in bocca: ci sentiamo letteralmente derisi e la nostra stessa dignità è stata calpestata.

È ormai acclarato che il rispetto delle norme in materia di salute e sicurezza lo si pratichi facendone pagare gli oneri prevalentemente alla forza lavoro. Citiamo, a titolo d’esempio, la norma sui riposi compensativi per le prestazioni domenicali nel Pubblico impiego. Questa obbliga a un giorno di stacco pari ad almeno 24 ore consecutive, stabilendo allo stesso tempo, però, che se ti mancano le ore dovrai aggiungerle come dipendente ricorrendo a eccedenze orarie. Dunque, se di domenica lavori per quattro ore dovrai aggiungere due delle tue ore per raggiungere le sei necessarie per avere diritto al riposo compensativo.

Questo esempio è calzante e ci aiuta a comprendere come il Governo affronti, oggi, le problematiche legate al caldo, un caldo previsto da settimane ma rispetto al quale l’Esecutivo si è fatto trovare impreparato. E nonostante le imprese siano in realtà tenute a controllare i bollettini del Ministero della Salute ed eventuali ordinanze locali.

 

I. Aspetti salienti del Decreto

Fondamentalmente il Decreto non aggiunge una nuova disciplina, rispetto alle norme approvate durante l’estate precedente. Con la Cassa integrazione per caldo, ancora una volta i datori potranno scaricare sullo Stato i propri ritardi e inadempienze, beneficiando allo stesso tempo degli ammortizzatori sociali. I lavoratori, invece, pagheranno le alte temperature non solo con il rischio di ammalarsi e di infortunarsi, ma anche attraverso paghe più basse, dato che il Governo non ha previsto risorse sufficienti per pagare la Cassa al 100%.

Mancano inoltre all’appello innumerevoli figure lavorative che, pur operando in condizioni di oggettivo rischio, sono rimaste escluse dal provvedimento: riders, operatori culturali e sociali, quanti lavorano in luoghi chiusi con temperature superiori a 35° per via dell’assenza di condizionatori. Non c’è niente di oggettivo in queste scelte: è invece evidente che a muovere il Governo sia la volontà di limitare la spesa.

Per quanto riguarda gli aspetti prescrittivi della norma si nota un incremento della regolamentazione da osservare in caso di ondate di calore. Le imprese edili, ad esempio, dovranno imparare a valutare non solo il dato meteorologico, ma anche il contesto reale del cantiere: tipo di lavorazione, orario, esposizione, dispositivi indossati dagli operai e condizioni organizzative.

Ciò detto, in questi anni l’esperienza delle Ordinanze regionali avrebbe dovuto indurre il Governo perlomeno a stanziare maggiori risorse per questi ammortizzatori sociali, sapendo che la parte datoriale spesso applica la norma ma poi, quando non c’è più l’ammortizzatore, esige il recupero delle ore mancanti o procede automaticamente alla riduzione dei salari. La nozione di “pubblica autorità”, che permette di supportare una richiesta di integrazione salariale, dovrebbe quindi essere considerata in termini assai più estensivi. Sarebbe inoltre auspicabile, alla luce di questi eventi eccezionali, una generalizzata revisione dei Documenti di Valutazione dei Rischi (DVR).

 

II. Conclusioni

            Siamo davanti a situazioni non nuove, che si presentano ormai da anni, e ogni volta la situazione peggiora, con ondate di calore che arrivano prima del tempo e in maniera più prolungata. Chi sottovaluta il cambiamento climatico avrebbe ragioni per cui ricredersi guardando con maggiore attenzione, e minore superficialità, a quanto le condizioni climatiche incidano sulle lavorazioni per via delle temperature elevate e dell’inadeguatezza dei DPI (che spesso aumentano il carico termico).

In conclusione, ci sembra evidente che i provvedimenti adottati a livello nazionale e locale siano solo destinati alla salvaguardia degli interessi d’impresa. La dimostrazione è data dalle troppe esclusioni di categorie lavorative e dal fatto che malattie professionali, infortuni e morti sul lavoro presentino numeri e statistiche a dir poco preoccupanti (oltre a un grande sommerso).



[1] Cfr. D. L. 107/2026.



Commenti