L’autonomia di chi? Per una scuola come comunità democratica

 L’autonomia di chi? Per una scuola come comunità democratica

Autonomia scolastica, concorrenza, lavoro docente e principio educativo


A complemento di quanto scritto in precedenza sulla svalutazione della scuola e del lavoro docente, c’è un’altra anomalia sulla quale vale la pena soffermarsi.

Se le retribuzioni degli insegnanti italiani sono particolarmente basse rispetto a quelle degli altri lavoratori con un livello di istruzione analogo, non altrettanto può dirsi per i dirigenti scolastici. Secondo gli ultimi dati OCSE, nella scuola primaria italiana la retribuzione effettiva di un dirigente è quasi tre volte quella di un docente; nella scuola secondaria è circa il doppio o più. Il dato acquista un significato particolare se ricordiamo che, contemporaneamente, un insegnante italiano della primaria guadagna mediamente il 33 per cento in meno di un lavoratore a tempo pieno con istruzione terziaria.

Non siamo quindi semplicemente di fronte a una scuola impoverita. All’interno della stessa istituzione sono stati redistribuiti reddito, riconoscimento e potere secondo una precisa gerarchia.

La crescita del ruolo, delle responsabilità e della retribuzione della dirigenza scolastica è del resto coerente con una trasformazione iniziata con l’autonomia scolastica e con la progressiva costruzione della figura del dirigente-manager. Il vecchio preside, proveniente dall’insegnamento e collocato all’interno di un sistema largamente collegiale, è stato progressivamente trasformato in una figura alla quale vengono attribuite funzioni sempre più estese di gestione di un’organizzazione complessa.

È però proprio sul concetto di autonomia che sarebbe necessario fare un po’ di chiarezza.

Il dibattito sull’autonomia scolastica è infatti spesso sorprendentemente schematico. Per alcuni avrebbe finalmente liberato le scuole dal centralismo ministeriale; per altri avrebbe trasformato automaticamente ogni istituto in un’azienda. Entrambe le rappresentazioni rischiano di prendere troppo sul serio la retorica che ha accompagnato la riforma.

L’autonomia introdotta alla fine degli anni Novanta è stata, sotto molti aspetti, una strana autonomia: alle scuole è stata attribuita una discreta libertà nell’organizzazione della scarsità, senza attribuire loro un corrispondente potere nella determinazione delle risorse.

Il DPR 275 del 1999 riconosce alle istituzioni scolastiche autonomia didattica e organizzativa, oltre che autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo. Le scuole possono articolare diversamente tempi e modalità della didattica, adottare forme differenti di flessibilità organizzativa, modificare entro determinati limiti l’impiego del monte ore, organizzare diversamente il calendario e costruire una propria offerta formativa.

Ma non decidono autonomamente quanti docenti assumere, non determinano la massa salariale, non dispongono liberamente delle risorse necessarie per realizzare i propri progetti, non decidono gli investimenti strutturali fondamentali.

È quindi un’autonomia singolare: autonomia nell’organizzazione, dipendenza nella disponibilità dei mezzi.

Una scuola può essere chiamata a costruire un’offerta formativa originale, ma deve farlo con organici determinati altrove, all’interno di vincoli finanziari stabiliti altrove e spesso utilizzando fondi accessori che devono servire anche semplicemente a rendere possibile il funzionamento quotidiano dell’istituzione.

Si è così costruita una struttura che possiede molte delle apparenze esteriori dell’azienda senza possederne uno degli elementi essenziali: il potere sulle risorse.

Eppure questa autonomia incompleta ha prodotto conseguenze molto concrete.

Una delle più rilevanti è stata l’introduzione di una logica concorrenziale nei rapporti tra le scuole. Se le risorse fondamentali rimangono largamente determinate dal centro, uno dei beni sui quali gli istituti possono realmente competere è l’utenza.

Occorre attirare iscrizioni.

Da qui la moltiplicazione di open day, indirizzi, curvature, progetti, sperimentazioni, certificazioni e innovazioni, alcune certamente sensate e altre francamente difficili da distinguere da strumenti di marketing scolastico. Il Piano dell’offerta formativa, che dovrebbe descrivere l’identità culturale e progettuale di una scuola, rischia così di diventare anche il catalogo attraverso il quale l’istituto presenta se stesso alle famiglie.

Il problema non è semplicemente estetico.

Quando le scuole vengono poste in concorrenza, le famiglie non partecipano a questa competizione disponendo tutte delle stesse informazioni, delle stesse risorse culturali e delle stesse possibilità materiali. La scelta della scuola può quindi contribuire a processi di selezione sociale: alcuni istituti acquistano reputazione, attraggono determinate famiglie e finiscono per rafforzare ulteriormente quella reputazione; altri concentrano progressivamente situazioni di maggiore svantaggio.

Non sarebbe corretto attribuire all’autonomia scolastica, da sola, la produzione della segregazione. Pesano la struttura sociale dei quartieri, la distribuzione territoriale della popolazione, le condizioni economiche delle famiglie e numerosi altri fattori. Ma una scuola organizzata secondo una logica concorrenziale può rafforzare anziché contrastare questi processi.

Si arriva così a un paradosso. Una riforma presentata anche come strumento per avvicinare la scuola al territorio può contribuire a trasformare il territorio da comunità alla quale la scuola appartiene in mercato dal quale deve conquistare utenti.

Tutto questo rende però ancora più urgente una domanda.

Chi non accetta questa trasformazione aziendalistica della scuola, che cosa propone al suo posto?

È qui che una parte consistente della critica mostra, a mio avviso, la propria debolezza. L’alternativa rimane spesso vaga oppure ritorna dentro le dispute pedagogiche che abbiamo già incontrato: conoscenze contro competenze, autorità contro permissivismo, scuola seria contro innovazione. Una rissa da cortile che finisce per lasciare intatta proprio la struttura materiale che si vorrebbe contestare.

Non credo che la risposta alla scuola-azienda possa essere il ritorno alla scuola precedente.

Occorre provare a costruire un principio educativo all’altezza del nostro tempo.

E il punto di partenza potrebbe essere molto semplice: pensare la scuola come una comunità democratica di ricerca.

La democrazia, in questa prospettiva, non è un insieme di procedure. Non coincide con l’elezione dei rappresentanti degli studenti, con qualche organismo collegiale o con alcune ore di educazione civica. È una forma mentale e, contemporaneamente, una forma dell’organizzazione sociale del sapere.

Una comunità democratica di ricerca è un luogo nel quale chi insegna e chi studia – con ruoli, responsabilità e conoscenze evidentemente differenti – affronta problemi, formula ipotesi, utilizza conoscenze, verifica risultati ed è disponibile a modificare le proprie conclusioni.

È precisamente dentro uno spazio di questo genere che la contrapposizione tra conoscenze e competenze perde gran parte del proprio significato.

Non esiste ricerca senza conoscenze. Ma le conoscenze acquistano significato quando possono essere utilizzate per comprendere qualcosa che ancora non conosciamo. E le competenze cessano di essere addestramento alla prestazione quando diventano capacità autonoma di mobilitare il sapere di fronte a problemi nuovi.

Conoscenze, competenze e abiti mentali possono allora diventare parti differenti dello stesso processo.

Una scuola democratica dovrebbe produrre nel lungo periodo proprio questo: persone capaci di continuare a imparare, di partecipare alla vita collettiva e, soprattutto, di controllare chi esercita il potere.

Detto in termini meno educati: persone capaci di controllare chi governa e chi comanda.

Se questo è il compito, cambia inevitabilmente anche il modo in cui dobbiamo pensare il lavoro docente.

Una scuola concepita come comunità di ricerca non può essere costruita da docenti ridotti a esecutori di procedure. Richiede lavoratrici e lavoratori della conoscenza dotati di autonomia, di una solida preparazione disciplinare e pedagogica e della possibilità materiale di continuare a formarsi per tutta la propria vita professionale.

Da questo punto di vista, le modalità attraverso le quali l’Italia ha reclutato e formato i propri insegnanti negli ultimi decenni mostrano un’impressionante assenza di programmazione. Concorsi, precariato, sanatorie, percorsi abilitanti continuamente modificati si sono succeduti senza che emergesse con sufficiente chiarezza una domanda preliminare: quale docente serve alla scuola che vogliamo costruire?

Anche la formazione permanente continua troppo spesso a essere affidata all’iniziativa, alla disponibilità economica e, in definitiva, alla buona volontà del singolo.

Ma non si può rivendicare autonomia professionale senza rivendicare contemporaneamente le condizioni che permettono di esercitarla. Tempo per studiare e aggiornarsi, formazione permanente di qualità, possibilità di ricerca e confronto tra pari non sono ornamenti della professione docente: dovrebbero costituirne una parte strutturale.

Rimane infine la questione più difficile: quale principio educativo può essere adeguato al nostro tempo?

Viviamo contemporaneamente dentro un’economia nella quale la conoscenza assume una centralità crescente e dentro una globalizzazione che, per quanto oggi frammentata e contraddittoria, rende sempre più anacronistica l’idea di un’educazione costruita semplicemente intorno alla riproduzione di una cultura nazionale chiusa.

La risposta non può essere quella di rifugiarsi nei saperi già conosciuti.

La scuola dovrebbe fornire all’insieme delle studentesse e degli studenti ciò che potremmo chiamare un’intelligenza generale: sufficientemente astratta da permettere di comprendere fenomeni differenti e sufficientemente flessibile da consentire di apprendere nuovi paradigmi quando quelli precedenti non sono più adeguati.

Un’intelligenza contemporaneamente tecnico-scientifica e umanistica.

Proprio per questo sarebbe profondamente sbagliato anticipare ulteriormente la separazione tra formazione generale e formazione professionale. Chiedere a ragazze e ragazzi di quattordici o quindici anni di orientare precocemente la propria formazione verso una collocazione produttiva significa rischiare di trasformare l’istruzione in un meccanismo di adattamento passivo al mercato proprio nel momento in cui comincia a svilupparsi seriamente la capacità di comprenderlo criticamente.

La questione, ancora una volta, non è rifiutare la flessibilità.

Il mondo cambia e continuerà a cambiare. Le conoscenze diventano obsolete, le tecnologie modificano il lavoro, nuovi problemi richiedono nuovi strumenti concettuali. Una scuola che promettesse di consegnare una volta per tutte un patrimonio di conoscenze sufficiente per l’intera vita sarebbe semplicemente una scuola incapace di comprendere il proprio tempo.

Ma esistono due modi radicalmente differenti di essere flessibili.

Si può essere flessibili perché si è costretti ad adattarsi continuamente a trasformazioni decise da altri. Oppure si può possedere una cultura sufficientemente ampia da comprendere quelle trasformazioni, apprendere ciò che serve per affrontarle e decidere individualmente e collettivamente quale posizione assumere nei loro confronti.

Nel primo caso la flessibilità è subordinazione.

Nel secondo può diventare libertà.

Questo dovrebbe essere, forse, il principio educativo di una scuola all’altezza del nostro tempo: non preparare le persone ad adattarsi meglio al cambiamento, ma fornire loro gli strumenti per non esserne dominate.

Trasformare la flessibilità da obbligo imposto dal mercato in possibilità di autodeterminazione individuale e collettiva.

All’interno di uno spazio di libertà.

Fonti essenziali: OECD, Education at a Glance 2025, profilo Italia e capitolo sulle retribuzioni di docenti e dirigenti scolastici; DPR 8 marzo 1999, n. 275, Regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche; OECD, Balancing School Choice and Equity, sul rapporto tra scelta scolastica, equità e segregazione socioeconomica

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