Buon compleanno Manifesto

 

Buon compleanno Manifesto

 

Il 21 febbraio 1848 si pubblicava la prima edizione del “Manifesto del Partito Comunista”, di Karl Marx e Friedrich Engels

La sua critica alla società ed il suo programma di azione hanno segnato il XX secolo

 

“Le idee degli economisti e dei filosofi politici, quelle giuste e quelle sbagliate,

sono più potenti di quanto comunemente si ritenga.

In realtà il mondo è governato da poche cose al di fuori di quelle.

Gli uomini della pratica, i quali si ritengono liberi da ogni influenza intellettuale,

sono spesso schiavi di qualche economista defunto.

Pazzi al potere, odono voci nell’aria,

distillano le loro frenesie da qualche scribacchino accademico di pochi anni addietro.”

John Maynard Keynes[i]

 

Piccole reminiscenze scolastiche

 

“Sul finire degli anni Quaranta ha inizio una fase molto importante della storia moderna ricordata ancora oggi come una serie di rivolte e disordini. Conosciuta come Primavera dei popoli o Rivoluzione del ‘48, trova le sue radici in una serie di conflitti sociali, economici, istituzionali e politici generatisi durante la restaurazione e usciti allo scoperto durante gli anni Trenta. La rivoluzione coinvolse la maggior parte dell’Europa (restarono escluse solo la Russia e la Gran Bretagna) ed è ancora oggi simbolo di uno stravolgimento improvviso e radicale.”[ii]  

“Le rivoluzioni del 1848 cancellarono completamente nel senso comune europeo il concetto di Restaurazione, il portato della rivoluzione francese fu rivisitato e riassunto sotto nuove forme (specificatamente nazionali), i movimenti meno radicali (in particolare quelli liberali e monarchico-costituzionali, ma anche quelli nazionalisti), furono quelli che ne trassero maggior giovamento, riuscendo nei successivi 60 anni ad imporre o ad ottenere costituzioni e parlamenti in tutte le nazioni europee, mettendo i monarchi sotto controllo e rendendo difficile, per non dire impossibile, la monarchia assoluta, ristabilendo il principio dell'uguaglianza formale davanti alla legge e diffondendo la libertà di stampa e di pensiero, oltre alla possibilità di creare un'opinione pubblica incisiva sull'azione del governo. Alcune delle idee quadro del '48 divennero dunque egemoniche nella società e nella cultura europea, soprattutto in Europa occidentale e settentrionale. I gruppi più radicali (democratici, progressisti, anarchici, socialisti, comunisti, neo-giacobini, mazziniani, democratico-federalisti di Cattaneo, populisti russi, ecc.), nati sovente a ridosso del 1848, furono quelli maggiormente repressi, sia fisicamente (carcere, esilio, fucilazioni, confino, deportazioni), sia perché contro di loro si accanì il controllo poliziesco dei successivi anni, con una repressione alimentata dal timore di una nuova sollevazione, che coinvolse tutti gli stati europei eccetto Svizzera e Gran Bretagna (divenute per questo meta d'esilio di molti perseguitati politici). Contro di loro funzionò a lungo la censura, rendendo la penetrazione delle loro idee più lenta, ma comunque notevole, soprattutto in Francia, come si vide nel 1870.”[iii]

“La Comune di Parigi è il governo socialista che diresse Parigi dal 18 marzo al 28 maggio 1871.

A seguito delle sconfitte militari sofferte dalla Francia nella guerra franco-prussiana contro la Prussia, il 4 settembre 1870 la popolazione di Parigi impose la proclamazione della Repubblica e chiese riforme sociali e la prosecuzione della guerra.

Il governo provvisorio deluse le sue aspettative. L'Assemblea nazionale, eletta l'8 febbraio 1871, impose la pace e minacciò il ritorno della monarchia.

Quindi, il 18 marzo 1871 Parigi insorse cacciando il governo Thiers che aveva tentato di disarmare la città.

Il 26 marzo elesse direttamente il governo cittadino, sopprimendo l'istituto parlamentare.

La Comune, che adottò a proprio simbolo la bandiera rossa, eliminò l'esercito permanente e armò i cittadini, stabilì l'istruzione laica e gratuita, rese elettivi e revocabili i magistrati e tutti i funzionari, retribuì i funzionari pubblici e i membri del Consiglio della Comune con salari prossimi a quelli operai, favorì le associazioni dei lavoratori ed iniziò l'epurazione degli oppositori, tra cui i rappresentanti religiosi.”[iv]

 

La memoria

 

“La memoria apunta hasta matar
a los pueblos que la callan
y no la dejan volar
libre como el viento”.

León Gieco[v]

 

 

“Memoria” è un termine che implica molto più di una categoria filosofica utile a pensare il rapporto tra storia e oblio. Nei luoghi fisici dove costruire il futuro continua ad essere una idea che possiede un senso, la memoria continua a non essere un concetto innocente, perché contiene una storia tanto “presente” nella vita quotidiana da non poter eluderla.

Ognuno è prigioniero della propria memoria. Per me, il primo esempio di una storia che non può essere elusa è quello dei desaparecidos.

Lo preciso perché penso che ogni punto di vista sia la vista o visione da un punto specifico. Dichiarando qual è il proprio punto di partenza e d’analisi, si scarta ogni pretesa di universalità. E vedo ogni pretesa di universalità come una pretesa che si confà alla religione, non all’analisi.

 

La politica, secondo i testi di scienza politica, è un arte (o un disastro), non una scienza esatta. La quantità di variabili e imponderabili questa prassi umana la espone sempre all’errore, alla necessità di rettificare la marcia. Può, persino, portarci laddove non volevamo finire. Centrandosi sul potere, possiede un lato oscuro che finisce sempre per colpirci in qualche modo, anche in forma non direttamente politica. Accadde, ad esempio, con gli indemoniati di Dostoevskij, le mani sporche di Sartre od i giusti di Camus[vi]. E accadde oggi, ad esempio, in Paesi come Italia.

Penso si debba sempre cercare di partire dal punto di vista della sinistra ontologica, una sinistra che fa proprio ogni progetto di emancipazione dell’umanità avendo quale principio d’ordine l’idea di uguaglianza.

Solo così, penso, si può provare a costruire un pensiero sostantivo, con contenuto proprio non risolvibile in altri saperi, evitando il “pensiero aggettivo” o di secondo grado, sprovvisto di tematica propria, che poggia su pensieri altrui ed enuncia “verità” irrefutabili e inverificabili.

Normalmente tutti produciamo pensiero aggettivo.

Cercare di costruirne uno sostantivo non equivale a riuscirci.

 

Poco più di vent’anni fa, in seguito al crollo del muro di Berlino e alla chiusura di ciò che Eric Hobsbawm chiama “il secolo breve”[vii] e Francis Fukuyama definisce come “la vittoria definitiva del capitalismo[viii], in questa parte del mondo l’esperienze che fino ad allora costituivano un presente vissuto diventarono un passato imperfetto.

Dopo il 1989, in Europa non c’è stato alcun progetto di futuro capace di organizzare in modo intelligibile e superabile quanto era avvenuto. Ci si è limitati ad uno sforzo interpretativo caratterizzato da una diffusa malinconia che si ferma all’analisi (povera) delle ragioni dell’insuccesso e, conseguentemente, è incapace di costruire una militanza politica presente.

Detto altrimenti, dopo il 1989 la dialettica si è ridotta ad un stanco andare e venire tra il passato prossimo e la memoria del presente, a un vano, a volte vanitoso, sforzo ermeneutico che prescindeva, e prescinde a priori, della undicesima tesi di Marx su Feuerbach: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo in vari modi; il punto è cambiarlo”. E, come Marx aveva anticipato nella tesi IX, “l'altezza massima a cui può arrivare il materialismo intuitivo, cioè il materialismo che non concepisce il mondo sensibile come attività pratica, è l'intuizione dei singoli individui nella «società borghese»[ix].

Marx non intendeva affatto dire che la filosofia fosse irrilevante, ma che i problemi filosofici sorgono dalle condizioni della vita reale e possono risolversi solo cambiando quelle condizioni. Ciò pone il problema dell’unità teoria e pratica o, per dirlo con la leggerezza di un poeta cinese di epoca Tang (618-907), significa che “nessuno può bere acqua da un miraggio”[x].

 

Da quando la sua idea di trasformazione del mondo è stata sconfitta, la sinistra europea si dedica ad interpretare ciò che è stato, dividendosi tra i cultori della riaffermazione del senso di appartenenza (non si sa esattamente a cosa) e spericolati amanti di piroette logiche accomunate dall’indiscusso senso sempre più a destra.

In entrambi i casi, non è una sinistra-soggetto ma una sinistra-interprete.

Come accadde sempre nei momenti bui della storia, la speranza appartiene anzitutto agli artisti e non a caso, in questi anni bui la più evidente forma di opposizione è stata quella dei comici, della musica e del buon cinema non didascalico. Penso, ad esempio, a “Queimada” di Gillo Pontecorvo, dove la sinistra ontologica impersonata da José Dolores, il tagliatore di canna che, pur avendo tutto da perdere, si ribella contro lo schiavismo europeo rappresentato dal cinico e simpatico Walker/Marlon Brando. Ho sempre associato José Dolores ad un testo dotato di linfa e respiro, “I dannati della terra”, di Franz Fanon, un discendente da schiavi africani e servi tamil e bianchi, che trovò nella sua natia Martinica e nella sua terra di elezione, l’Algeria, le basi per un progetto di decolonizzazione integrale[xi].

 

Parafrasando il concetto di storia di Walter Benjamin[xii], penso che in quanto “istante di pericolo” il presente possa servirci per ricuperare proficuamente il passato rispettando nel contempo l’impegno di redenzione.

Intendo dire che i morti non sono morti in vano e che l’urgenza di conservare la memoria del passato contro ogni sradicamento significa formulare “una concezione della storia che eviti ogni complicità con quella a cui i politici continuano ad attenersi” (Tesi X).

Intendo che ciò implica combattere la fantasmagoria del progresso, interminabile e incessante, di una storia intesa come un continuum trainato dallo sviluppo tecnico che costituisce uno strumento privilegiato della classe dominante per annullare il passato: “La concezione di un progresso del genere umano nella storia è inseparabile da quella del processo della storia stessa come percorrente un tempo omogeneo e vuoto” (Tesi XIII).

Penso significhi non dimenticare che l’ideologia dei dominatori si lascia “scorrere fra le dita la successione dei fatti come un rosario” (Tesi XVIII) e che, per imporsi, deve liquefare retroattivamente la storia poiché “nemmeno i morti saranno al sicuro dal nemico, se egli vince. E questo nemico non ha smesso di vincere” (Tesi VI).

Infine, “chiunque ha riportato fino ad oggi la vittoria partecipa al corteo trionfale in cui i dominatori di oggi passano sopra quelli che oggi giacciono a terra. La preda, come si è sempre usato, è trascinata nel trionfo. Essa è designata con l’espressione «patrimonio culturale»” (Tesi VII).

 

Penso che si possa trovare un’alternativa alla malinconia della sinistra europea visitando quei territori dove la parola “memoria” riguarda la politica quotidiana. Perciò, non per un “terzomondismo” da reduce del partito preso, mi occupo spesso di ex colonie.

Il ricorso alla figura non retorica dei desaparecidos mi permette di affermare che memoria non è solo sinonimo di malinconia ma può esserlo anche di mobilitazione, di organizzazione e di apertura critica. Che gli spazi della memoria non concludono la discussione ma continuano a rappresentare uno scandalo; che sono un’affermazione della diversità e una spinta ad auto-situarsi.

La memoria è una pedestre capacità degli umani richiamata a volte da “storie subalterne” e fuori contesto.

Ricordo, ad esempio, che negli Anni ’80 mi capitò di recarmi, a Bogotà, in una struttura in cui vivevano alcune migliaia di bambini, tra i 5 ed i 18 anni, ricuperati dalla strada da un prete italiano, Saverio.

Della “Città dei bambini” ricordo, tra molte altre cose, che il loro sindaco, un ragazzino quindicenne eletto con migliaia di voti dalla comunità, mi raccontò che loro partecipavano sempre alle manifestazioni di protesta in città. “Abbiamo memoria di ciò che siamo stati e abbiamo un’idea di ciò che siamo. Perciò sappiamo che protestare è sempre giusto”[xiii].

E con ciò mi risolse alcune paturnie e molti settarismi.

 

 

I diritti umani aprono una nuova strada


 

 “Sognavamo nelle notti feroci. Sogni densi e violenti sognati con anima e corpo:

tornare; mangiare; raccontare.

Il comando dell'alba: “Wstawać”,

e si spezzava in petto il cuore.

Ora abbiamo ritrovato la casa,

il nostro ventre è sazio.

Abbiamo finito di raccontare.

E’ tempo.

Presto udremo ancora il comando straniero:

“Wstawać”.

Primo Levi[xiv]

 

 

Non esiste una parentela tra i diritti umani ed il “Manifesto comunista”, ma esiste continuità.

Nel terzo millennio il tema dei diritti umani non si lega necessariamente ad un disegno di sinistra, ma può esserlo in base al contesto di riferimento.

Ad esempio, quando nel contesto della Guerra fredda e della dottrina della Sicurezza nazionale gli Stati latinoamericani violarono il primo diritto, quello alla vita, alzare la voce contro era profondamente sovversivo.

Da quelle parti, e non solo, è ancora considerato sovversivo protestare, anche quando lo Stato ha autorizzato la fumigazione delle piantagioni OGM (e delle case vicine) con anticrittogamici chimici.

Anche se vista da questa parte del mondo non contiene in sé alcun virus di trasformazione sociale ma è, “semplicemente”, una protesta contro una decisione che diminuisce la qualità della vita, è una protesta sovversiva che ha un grande senso laddove la vita vale poco o nulla.

 

La democrazia rappresentativa e le sue istituzioni transitano per spazi sempre più lontani dai veri conflitti globali che si muovono tra la vita e la morte. E, per mantenere ed aumentare i loro profitti, le elite estremizzano le pratiche contro le persone, le comunità e la natura.

La tendenza si sviluppa diversamente a seconda dei Paesi, dei tempi, dei territori e delle forme concrete di realizzazione, ma punta dovunque verso la determinazione di un nuovo spazio caratterizzato dalla maggiore durezza nell’esercizio del potere che, tuttavia, non può definirsi automaticamente come fascismo.

Questo il contesto in cui risulta rilevante collegare e contestualizzare in modo dinamico fatti che il potere politico-economico qualifica come isolati ed eccezionali: la politica di sterminio dello Stato d’Israele contro il popolo palestinese; le violazioni diritti di bambine e bambini nei centri di detenzione statunitensi; le migliaia di morti e scomparsi nel Mediterraneo negli ultimi 30 anni; il cimitero clandestino di migranti nel Sahara …

Tollerare quanto è eticamente intollerabile fa parte dei nuclei centrali della pratica politica. Mentre la sovranità popolare appare fuori dal fuoco illuminato dall’armatura istituzionale, il necrocapitalismo – che pone la morte, non solo i suoi effetti, al centro della gestione economica e politica – compare come categoria globale a giustificazione.

Pur non essendo una versione classica del fascismo  - totale soppressione dei diritti e delle libertà, attacco generalizzato alla dissidenza e centralità dell’industria della morte – il diffuso autoritarismo apre la strada ad uno spazio dove pratiche finora eccezionali diventano regola.

Tra queste pratiche, alcune colpiscono la stessa configurazione dei diritti umani: la necropolitica, la loro frammentazione in base a categorie di persone, le pratiche razziste e patriarcali, i trattamenti eccezionali, la tratta di esseri umani, le deportazioni di massa ...

Altre distruggono i diritti delle persone, dei popoli e della natura: la crisi climatica e la distruzione degli ecosistemi, i femminicidi ed i crimini contro i dissidenti di genere, i campi di concentramento per interi popoli (nel Sahara occidentale, ad esempio), la persecuzione ed eliminazione della dissidenza (nei vecchi socialismi reali, ad esempio), la diffusione di abitudini coloniali (in Libia ad esempio) e di guerre di distruzione di massa (contro i curdi, ad esempio) …

Altre colpiscono il nucleo centrale dei diritti collettivi: esproprio dei beni comuni, consolidamento della precarietà come nucleo costituente dei rapporti di lavoro, riorganizzazione neoliberista della produzione e della riproduzione, espulsione di milioni di persone dai loro territori per cedere terre e beni comuni alle grandi multinazionali ...

Insomma, le elite, i governi e le istituzioni economico-finanziarie non solo eliminano e sospendono diritti, ma riconfigurano e ridefiniscono chi è soggetto di diritti e chi resta al di fuori della categoria esseri umani mentre la feudalizzazione dei rapporti economici, politici e giuridici colonizza l’architettura istituzionale delle democrazie rappresentative.

Eppure, teoricamente tutti possiamo esigere il rispetto della vita e condizioni di vita dignitose, esprimere apertamente il diritto a vivere in pace, a non essere discriminati, a manifestare le proprie scelte sessuali o le preferenze religiose.

Penso che bisogna riflettere seriamente anche sul diritto abbandonando comode reminiscenze sulle “infrastrutture”. Per obiettivi limiti personali, faccio solo alcune considerazioni generali.

 

La prima generazione dei diritti umani si limitava a quelli individuali. Rousseau, Montesquieu.

Voltaire, Diderot, e dall’altra parte dell’oceano Washington, Jefferson, Franklin, Touissaint Louverture, Artigas, Bolívar, San Martin …, concepirono tra la fine del ‘700 ed i primi dell’800 un mondo capace di superare i residui feudali, monarchici e teocentrici nei quali si muovevano le società europee e le loro colonie di oltremare ma è d’obbligo notare che non pochi residui di questa concezione sussistono ancora in parte importante delle periferie.

 

Fin dalla loro prima formulazione i diritti universali ebbero vita difficile.

La prima “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino”, 26 agosto 1789, figlia della rivoluzione francese, s’incentrava sull’individuo garantendone la libertà di parola, di associazione e di spostamento. Ma non nominava neppure la donna[xv].

Nel 1791 Olympe de Gouges proclamava, sempre sulle stesse basi concettuali, la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”. Da buona drammaturga, la de Gouges iniziava con un preambolo teatrale:

Uomo, sei capace d’essere giusto? È una donna che ti pone la domanda; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi: chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il creatore nella sua saggezza; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico potere. Risali agli animali, consulta gli elementi, studia i vegetali, getta infine uno sguardo su tutte le modificazioni della materia organizzata”[xvi].

Poiché la guerra generalizzata contro le donne è molto vecchia e per nulla sfarzosa, Olympia venne ghigliottinata il 3 Novembre 1793.

La sua esecuzione fu giustificata da due motivazioni: essersi opposta all'esecuzione di Luigi XVI, che lei riteneva “un errore politico”, ed essere donna.

La “Dichiarazione dei Diritti della Donna e della cittadina” recitava: “Così come ha il diritto di salire sul patibolo, la donna deve avere altresì il diritto di salire alle più alte cariche”.

Dopo averla irrisa, il procuratore della Comune di Parigi, Pierre-Gaspard Chaumette, manifestò il suo compiacimento per una condanna a morte meritata “proprio perché aveva dimenticato le virtù che convenivano al suo sesso". Anticipando altri comportamenti giornalistici, il redattore capo del giornale repubblicano parigino “Le Moniteur universel”, Charles-Joseph Panckoucke, si adeguò immediatamente: “Olympe de Gouges volle essere un uomo di Stato. Sembra che la legge abbia punito questa cospiratrice per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso[xvii].

 

Solo dopo molti anni (e molto altro sangue), le differenze economiche vennero prese in considerazione tra i diritti umani in quanto diritti collettivi. Anche i “Diritti di seconda generazione” furono formulati in termini “politicamente corretti”: diritto al lavoro, ad un salario giusto, ad un’abitazione decente.

Per la proclamazione dei diritti universali, cosiddetti “Diritti di terza generazione” (come il diritto alla pace e ad un ambiente sano) si dovrà aspettare fino al 1948, quando la “Dichiarazione universale dei diritti umani dell’Organizzazione delle Nazioni Unite”, aggiunse di suo una quarta generazione riguardante i diritti delle minoranze.

Il grande tema delle diversità resta ancora oggi terreno di scontro e non solo riguardo al razzismo. Basterà ricordare che in Paesi come l’Italia, forze ritornate al governo vogliono retrodatarne alcune fino al periodo intercorso tra le due grandi guerre del cosiddetto secolo breve. Riguardano il diritto di famiglia e implicano misure discriminatorie verso le donne, le coppie omosessuali ed i figli di genitori separati[xviii].

 

La quinta generazione di diritti comprendente i “Diritti della terra” resta ancora legata alla elaborazione delle Costituzioni della Bolivia e dell’Ecuador ma non è diventata cultura condivisa altrove. Costituisce, penso, uno dei principali apporti del periodo dei “governi progressisti” latinoamericani. In chiave locale, la fortuna di questi diritti dipenderà dell’esito dello scontro politico in corso. In generale, dipenderà da quanto l’estrema superbia del pensiero occidentale potrà riconoscere ed assumere pensiero proveniente da una periferia arretrata[xix].

 

Le prime due generazioni di diritti umani avevano una base fondamentalmente giuridica.

Un secolo dopo, la formulazione del materialismo storico avrebbe avuto molte conseguenze anche sulle formulazioni contemplate in molte Costituzioni, definendo un contesto  migliorato, anche radicalmente, delle società esistenti.

Ma l’essenza della proposta socialista sorta nella seconda metà del ’800 non si limitava a migliorare l’esistente, bensì rivoluzionarlo da cima a capo.

 

 

“Mamma li turchi!” (lo sbarco primigenio dei comunisti)

 

“Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.
Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.
Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos'altro.
Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.
Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice, solo se lo erano anche gli altri.
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa.
Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Sì, qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come, più di sé stesso. Era come due persone in una. 
Da una parte la personale fatica quotidiana e dall'altra, il senso di appartenenza a una razza, che voleva spiccare il volo, per cambiare veramente la vita.
No, niente rimpianti. Forse anche allora molti, avevano aperto le ali, senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.
E ora? Anche ora, ci si sente come in due. Da una parte l'uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall'altra, il gabbiano senza più neanche l'intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito.
Due miserie in un corpo solo.”

Giorgio Gaber[xx]

 

 

Penso che la concezione comunista del mondo non sia un sistema filosofico e, quindi, che non sia immutabile ma sottoposta a cambiamenti di linguaggio e di pratiche aggiustate alla modifica delle conoscenze e delle società umane di riferimento.

Nella sua concreta totalità, il marxismo è il tentativo di formulare coscientemente le implicazioni, i presupposti e le conseguenze dello sforzo destinato a creare una società ed una cultura comuniste. Quindi, i cambiamenti che riguardano i dati specifici di quello sforzo, di quei presupposti, di quelle implicazioni e delle loro conseguenze pratiche, debbono modificarne presupposti, implicazioni e conseguenze teoriche particolari, e cioè l’orizzonte intellettuale,

escludendo ogni fissazione dogmatica.

Per questo, non credo che qualcuno o qualcuna sia nato o nata comunista e penso che sia prioritario separare dal marxismo ogni forma di millenarismo, ogni credenza in base alla quale la rivoluzione sociale equivarrebbe alla pienezza dei tempi, ad un evento risolutivo di tutte le tensioni tra le persone e tra queste e la natura poiché libererebbe le leggi obiettive dell’essere, considerate buone in sé. Questa visione, mi si passi il termine, è una deriva teologica imparentata con la religione, non con il materialismo dialettico.

 

Marx nulla ha a che fare con questa deriva parareligiosa, ma segnala che la rivoluzione libererà le forze produttive rinchiuse dai rapporti di produzione basati sullo sfruttamento e sulla privatizzazione dell’eccedente. Lo interpreta come un avvenimento positivo mentre oggi sappiamo che in buona misura le forze produttive sono distruttive e la loro totale liberazione implicherebbe la rovina ecologica del pianeta.

Nel 2021 abbiamo una certezza che nel 1848 poteva al massimo essere un’ipotesi di lavoro: prima di una rivoluzione sociale profonda (e quindi sociale), può arrivare il disastro fisico.

La garanzia che ciò non avvenga non è mai esistita, ma oggi sappiamo che non è affatto certo, neppure a livello psicologico, che il processo di trasformazione sociale sia destinato ad anticipare il processo socio-fisico di distruzione del nostro contesto vitale.

Sappiamo cioè, che il nodo gordiano che Rosa Luxemburg tradusse nello slogan “socialismo o barbarie”, ossia rivoluzione o catastrofe socio-fisica, può anche essere risolto con il sorpasso del disastro che impedirebbe la trasformazione sociale necessaria per evitarlo.

Senza pessimismi, conviene annotare che in questa corsa a chi arriva prima all’appuntamento con la storia, la catastrofe socio-fisica, e cioè la barbarie, mi appare avvantaggiata.

 

Non è affatto chiaro che oggi possediamo un’alternativa qualsiasi. Tuttavia, essendo animali ogni tanto razionali, siamo costretti ad inventarci qualcosa, ad agire come se credessimo che un altra politica della scienza ed un altro mondo siano possibili, anche perché sappiamo che se tutto continua ad essere così com’è, a diventare impossibile sarà “il mondo”.

In questo senso non è una provocazione, nel 2021, chiedersi se, da un punto di vista strategico, ha avuto maggiore successo rivoluzionario la III Internazionale oppure Gandhi.

E’ vero che Gandhi non ha costruito la sua India artigianale e frugale, ma nemmeno la III Internazionale ha costruito un mondo socialista.

Penso che la lezione di Gandhi dovrebbe servire per potenziare politicamente i movimenti alternativi, i piccoli nuclei marginali o meno, che esistono, costruendo ponti tra questi ed il movimento dei lavoratori che continuo a ritenere il protagonista essenziale.

E cioè, penso che il corollario dovrebbe essere quello ghandiano: bisogna avere il telaio in casa.

Tradotto in termini odierni penso significhi, ad esempio, smettere di inquinare mentre si parla intensamente contro l’inquinamento; non chiudere il pensiero od i temi ma aprirli, cercando di aggiungere ad ogni osservazione un’altra apertura, sentirsi pensante mentre si pensa ma cercare di pensare assieme agli altri, socraticamente; non sostituire la coppia “vero/falso” con “valido/non valido”, “coerente/incoerente”, “consistente/inconsistente”, “utile/inutile”. “Vero” e “falso” appartengono alla lingua corrente, alla tradizione scientifica, alle ovvietà. “Valido/Non valido” è una coppia buona per intellettuali da non prendere troppo sul serio.

 

Ritorniamo a bomba sul nostro “Manifesto”. Nemmeno in questo caso tento un’analisi esauriente dell’opera ma semplicemente ricordarne le basi e le problematiche ulteriormente definite dal tempo trascorso. Penso serva anche per evitare di parlarne a vanvera

Fin dalla frase iniziale Marx ed Engels giocano a carte scoperte: “Uno spettro si aggira per l'Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi [...] È ormai tempo che i comunisti espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, le loro finalità, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito stesso”. La frase finale identifica i protagonisti convocati: “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”

Checché se ne pensi, era un canto alla uguaglianza e alla giustizia sociale.

 

Il testo, scritto e pubblicato in tedesco, era stato incaricato agli autori dalla Lega dei Giusti (Bund der Gerechten), organizzazione operaia clandestina tedesca nata nel 1836 a Parigi che comprendeva lavoratori di diversi paesi europei e sezioni organizzate in Germania, Francia, Svizzera, Regno Unito e Svezia. La Lega dei giusti diventerà Lega dei comunisti nel 1847.

Inizialmente la diffusione del Manifesto si limitò ai gruppi rivoluzionari tedeschi ma dalla seconda metà del XIX secolo è stato tradotto in quasi tutte le lingue europee e ha raggiunto una grande popolarità, sia nel movimento operaio europeo, sia in quello delle colonie dove questi operai erano presenti.

 

Il “Manifesto del Partito Comunista è diviso in un preambolo e quattro capitoli: “I. Borghesi e proletari”, “II. Proletari e comunisti”, “III. Letteratura socialista e comunista”, “IV. Posizione dei comunisti di fronte ai diversi partiti di opposizione”.

In un Paese arretrato e pauroso com’è oggi l’Italia, qualcuno dirà che si tratta di un discorso preistorico o limitato agli “studiosi”. Nulla di più falso.

Anzitutto, poiché il “Manifesto” è il secondo libro più venduto al mondo (dopo la Bibbia).

Poi, perché si può tranquillamente affermare che Marx ed Engels siano stati gli scrittori politici più influenti della storia.

Perché tanta paura?. Forse, anche, poiché le classi dirigenti del Paese dove tutto deve cambiare perché tutto rimanga uguale, si sentono maltrattate dall’inizio folgorante de “Il diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte” (1852): “Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”[xxi].

A chi quest’affermazione suonasse artefatta o esagerata, consiglio di guardare i TG.

 

Nel XIX secolo le nuove modalità di produzione, di comunicazione e di distribuzione avevano creato una enorme ricchezza, ma il 10% della popolazione possedeva praticamente tutto e l’altro 90% nulla. Man mano città e Paesi s’industrializzavano, la ricchezza si contraeva ulteriormente ed i ceti medi s’impoverivano fino a lambire il livello socioeconomico dei lavoratori manuali (ricorda qualcosa?).

Ma, diversamente da oggi, la crescita delle disuguaglianze era accompagnata dalla scomparsa delle ideologie che l’avevano resa naturale ed i delinquenti erano coloro che commettevano reati, non chi li denunciava. Quindi, diventava inevitabile che i lavoratori ne osservassero le vere caratteristiche e progettassero di rovesciare il regime che la sostentava.

 

Marx aveva previsto questo sbocco. Le rivoluzioni ebbero effettivamente luogo, ma non nelle forme né nei luoghi che lui aveva predetto: “La realtà è un uccello che non ha memoria, devi immaginare da che parte va”, canterà Gaber negli Anni ’70 del XX secolo[xxii].

Tra i suoi apporti fondamentali, il materialismo storico concentra l’attenzione sulla produzione materiale e sulle leggi economiche della società. Per Marx, il cui modello sociopolitico si distingueva dalle altre proposte socialiste del XIX secolo perché teoricamente basato su premesse scientifiche, la società si evolve in base all’incremento delle sue produzioni materiali. La lotta di classe che contraddistingue il materialismo storico avrebbe generato le trasformazioni delle società umane.

Come i “socialisti utopici”, anche Marx ed Engels partivano da una critica all’ordine capitalista ma, diversamente da questi, ne analizzavano il funzionamento per concludere che le sue stesse leggi l’avrebbero portato alla distruzione.

In questo senso, il “Manifesto” era molto più di una proclama politica. Conteneva una teoria della storia, della meccanica economica e delle classi sociali, a partire dalle quali profetizzava l’ineluttabilità della rivoluzione proletaria.

Era una logica materialista che proclamava che le società non si trasformano in base alle idee ma per le contraddizioni tra i sistemi e gli interessi di classe.

Logica materialista che era anche un’utopia volontaristica: dell’uguaglianza, della proprietà collettiva dei mezzi di produzione, del lavoro di tutti in beneficio di tutti.

 

“La storia di ogni società fino ai giorni nostri è la storia della lotta di classi (…), dai patrizi e plebei dell’antica Roma ai servi e signori nel feudalesimo e fino ai borghesi e proletari del capitalismo (...) Il borghese è proprietario dei mezzi di produzione ma sono i proletari – i non proprietari - a generare il valore delle merci con quei mezzi (…) La borghesia è una classe dinamica che ha avuto un ruolo storico rivoluzionario: rovesciare il potere feudale (…) La sua prosperità deriva dalla crescita dell’industria e del commercio, potenziati dall’apertura di nuovi mercati in seguito alla scoperta dell’America e all’apertura dei mercati dell’Asia”.

Il programma proposto dal “Manifesto” si articolava in 10 punti che, all'epoca della sua stesura, avevano il valore di un programma rivoluzionario per i Paesi più industrializzati. Tramite queste dieci misure si sarebbe attuato quella che in seguito sarebbe stato denominata la dittatura del proletariato.

 

I dieci punti erano:

1.- Espropriazione della proprietà fondiaria ed impiego della rendita fondiaria per le spese dello Stato.
2.- Forte progressività delle imposte.

3.- Abolizione del diritto di successione.

4.- Confisca della proprietà di tutti gli emigrati e ribelli.

5.- Accentramento del credito in mano dello Stato tramite una banca nazionale con capitale dello Stato e monopolio esclusivo.

6.- Accentramento di tutti i mezzi di trasporto in mano allo Stato.

7.- Moltiplicazione delle fabbriche nazionali, degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni in base ad un piano collettivo.

8.- Obbligo di lavoro per tutti, costituzione di eserciti industriali, specie per l'agricoltura.

9.- Unificazione dell'esercizio dell'agricoltura e dell'industria, misure atte ad eliminare gradualmente l'antagonismo fra città e campagna.

10.- Istruzione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli. Eliminazione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche nelle loro forme attuali. Combinazione dell'istruzione con la produzione materiale.

 

Nel prologo dell’edizione tedesca del 1872, Marx ed Engels annotavano: “L’applicazione di questi principi dipenderà dalle condizioni esistenti”. Poi ammettevano: "Se dovessimo formularlo oggi (1872), questo passaggio avrebbe un altro carattere riguardo molti aspetti”. Infine, sfumavano: il proletariato in lotta contro la borghesia è costretto alla conquista del potere politico, ma “dopo la scomparsa delle differenze di classe e quando tutta la produzione sarà concentrata in mano alla società”, l’egemonia politica di classe da parte del proletariato diventerà inutile “e la vecchia società borghese sarà sostituita da un’associazione in cui il libero sviluppo di ognuno sarà condizione del libero sviluppo di tutti”.

In termini pratici, il “Manifesto” era un programma per l’organizzazione mondiale del proletariato. Quindi, è stato costantemente aggiornato in base alle lezioni tratte dalle esperienze storiche dei lavoratori. Dopo la morte di Marx, Engels ha continuato l’opera completando l’edizione de “Il capitale” e controllando e correggendo ogni articolo pubblicato.

 

Karl Marx e Friedrich Engels non hanno potuto verificare le loro predizioni sulla fine del capitalismo ma, come già osservato, il marxismo ha inciso profondamente nella storia successiva.

Oltre ogni critica a posteriori, Marx ed Engels intrapresero la costruzione di una ideologia antiegemonica quale base dello smantellamento dell’ideologia borghese tra la classe lavoratrice. Il “Manifesto” è, quindi, uno sforzo cosciente per dare forma all’ideologia della nuova e crescente classe lavoratrice ed uno sprone alla sua organizzazione.

Oltre ogni critica a posteriori, resta che la lotta contro gli imperialismi ed il potere capitalistico continua ad essere la chiave per raggiungere il benessere, la fratellanza, l’uguaglianza e la libertà.

Tanti anni dopo va ripetuta, con toni sempre più urgenti, il suo proclama finale:

“Lavoratori e lavoratrici del mondo, unitevi!”

E da molte parti, ai comunisti conviene tenere sempre presente l’avvertimento di Tony Montana: “Io un comunista lo ammazzo pure gratis, ma per la carta verde di residenza, sarei anche disposto a sotterrarlo.”[xxiii]

 

 



[i] John Maynard Keynes, “The General Theory of Employment, Interest and Money”, MacMillan, Londra 1936. Tr. it. “Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta”, UTET, Torino 2006.

[ii] Atavist.com, “I moti rivoluzionari del 1848”,  https://moti48eunitaditalia.atavist.com/

[iii] Wikipedia, “Primavera dei popoli”.

[iv] William Serman, La Commune de Paris”, Fayard, Paris 1986. Sulla “Comuna di Parigi” esiste un’ampia bibliografia. In questo contesto vedere Karl Marx, “La guerra civile in Francia”, 1871, https://www.ibs.it/guerra-civile-in-francia-forma-libro-karl-marx/e/9788886176675#:~:text="La%20guerra%20civile%20in%20Francia"%20è%20uno%20dei,sono%20precedenti%20alla%20Comune,%20il%20terzo%20è%20successivo.

[v] La memoria punta fino ad uccidere i popoli che la silenziano e non la lasciano volare libera come il vento. León Gieco, “La memoria”, 2013.

[vi] Бесы” (Besy), (I diavoli, 1873), di Fëdor Dostoevskij, racconta la storia di un gruppo di ragazzi che hanno perso ogni spinta ideale; “Les mains sales” (Le mani sporche, 1948) di Jean Paul Sartre, la storia dell'assassinato di Lev Trockij; “Les giustes” (I giusti, 1949), di Albert Camus, la storia di un uomo consapevole dei propri errori e dei propri limiti ma totalmente incapace di opporsi a questa sua inutilità. 

[vii] Eric Hobsbawm, “The Age of Extremes: The Short Twentieth Century, 1914–1991”,  Time Warner Books,  Londra 2002. Tr. it. Il Secolo breve. 1914-1991: l'era dei grandi cataclismi”, Rizzoli, Milano 1995.

[viii] Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man”, Free Press, New York 1992. Tr. it. “La fine della storia e l'ultimo uomo”, Milano, Rizzoli, 1992.

[ix] Thesen über Feuerbach” (Tesi su Feuerbach, 1845), breve scritto di Karl Marx riproposto da Friedrich Engels dopo la morte dell'autore. https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1845/3/tesi-f.htm

[x] Shan Han, “Montagna Fredda”, Tararà edizioni, Verbania 2013.

[xi] Franz Fanon, Les Damnés de la terre”, Maspero, Parigi 1961. Tr. it. “I dannati della terra”, Einaudi, Torino 2000. https://laboratorioodradek.files.wordpress.com/2013/05/fanon-i-dannati-della-terra.pdf

[xii]  Walter Benjamin, “Über den Begriff der Geschichte”, 1940. Pubblicato postumo nel 1950, Suhrkamp, Francoforte a.M. Traduzione italiana “Sul concetto di storia”, Einaudi, Torino 1997.

[xiii] R. A. Rivas, “La città dei bambini”, “The Practitioner”, edizione italiana, Milano gennaio 1990.

[xiv] Primo Levi, La tregua”, Poesia introduttiva scritta nel luglio 1946, Einaudi, Torino 1963.

[xvi] Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, Il Melangolo, Genova 2007, e in https://it.wikipedia.org/wiki/Dichiarazione_dei_diritti_della_donna_e_della_cittadina

[xvii] Sophie Mousset, “Olympe de Gouges et les droits de la femme”, Éditions du Félin, Parigi 2003. Tr. it. “Olympe de Gouges e i diritti della donna e della cittadina”, Argo, Lecce 2005.

[xix] Per una prima approssimazione al tema vedere:

Alberto Acosta, Eduardo Gudynas, François Houtart, Henry Ramírez Soler, Joan Martínez Alier, Luis Macas, “Colonialismos del siglo XXI. Negocios extractivos y defensa del territorio en América”, Icaria editorial, Barcelona 2011.

Álvaro García Linera, “Estado, Revolución y construcción de Hegemonía”, cinferenza del 17 aprile 2012, https://www.youtube.com/watch?v=K9sUyrQi3p0

Alberto Acosta, “El Buen Vivir. Sumak Kawsay, una oportunidad para imaginar otros mundos”, Icaria editorial, Barcelona 2013.

Zulma Palermo e Pablo Quinteros (a cura di), “Anibal Quijano. Textos de Fundación”, Ediciones del signo, Buenos Aires 2014.

[xx] Giorgio Gaber, “Qualcuno Era Comunista”, nell’album “E pensare che c’era il pensiero”, 1996.

[xxi] Karl Marx, “Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte”, Editori Riuniti, Roma 1974.

[xxii] Giorgio Gaber, “La Realtà è Un Uccello”, nell’album “Anche per oggi non si vola”, 1974-1975.

[xxiii] Al Pacino in “Scarface”, film del 1983 diretto da Brian de Palma. “Scarface”, lo sfregiato, era il sopranome di Al Capone.

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