Disarmo Nucleare

 La nonviolenza attiva spinge verso il disarmo nucleare universale 

di Laura Tussi



Una sensibilità nuova sta emergendo. Nasce dal timore non più remoto che la civiltà umana possa scomparire. Non si tratta di un’allucinazione da racconto di fantascienza, ma di una possibilità studiata e analizzata da scienziati e osservatori internazionali.

E tuttavia, dentro questo timore, resiste una fiducia ostinata: che la nonviolenza, sostenuta dalla forza vitale di Eros, rappresenti ancora la strada più ragionevole.

Viviamo in un mondo che sembra scivolare verso una “tempesta perfetta”: trattati nucleari logorati, armi sempre più sofisticate e rapide nell’uso, il rischio concreto di un inverno atomico generato anche da un conflitto regionale, capace di oscurare il sole per anni.

Nel frattempo, il pianeta supera i propri limiti: ghiacci che si sciolgono improvvisamente, specie che scompaiono in silenzio, oceani che si acidificano come se nessuno dovesse più attraversarli.

Alle minacce storiche se ne affiancano di nuove: tecnologie che avanzano più velocemente della nostra capacità etica di governarle, intelligenze artificiali potenzialmente autonome nei fini, biotecnologie capaci di generare pandemie inedite.

E l’Orologio dell’Apocalisse, ormai a meno di novanta secondi dalla mezzanotte, continua a ricordarci che il tempo non è infinito.

Ma non è per spaventare che si impone questa riflessione. È per affermare che la nonviolenza non è soltanto un ideale generoso: è una necessità. Che il disarmo non è un’utopia: è l’unico modo per evitare che l’umanità documenti la propria fine.

Serve, però, chiarezza. Non tutto ciò che si oppone alla guerra è autentico pacifismo. La nonviolenza non accetta il “male minore” della guerra — né della sua preparazione, come la deterrenza — quando sono in gioco vite umane e diritti fondamentali.

Allo stesso modo, un movimento per la pace non può farsi trascinare né dalle strategie militari occidentali né dalle logiche oppressive di regimi autoritari. Questo vale anche per l’Iran: si può condannare un’aggressione senza ignorare la repressione interna che colpisce donne e giovani. Definire tutto questo “anti-imperialismo” rischia di diventare una semplificazione che oscura la realtà.

Resta aperta anche la questione del nucleare civile, rilanciata proprio mentre si ricorda il disastro di Disastro di Fukushima. Viene presentato come una possibile risposta alla crisi climatica, ma i tempi di sviluppo — ad esempio dei reattori modulari — appaiono incompatibili con l’urgenza attuale.

Inoltre, la filiera dell’uranio resta intrinsecamente ambigua, condividendo elementi tra uso civile e militare. E il problema delle scorie continua a rappresentare un’eredità pesante, che non possiamo imporre alle generazioni future.

Forse, oggi, ciò di cui abbiamo più bisogno è ritrovare un orientamento. Un filo di sobrietà e responsabilità.

Come quando, in una stanza improvvisamente al buio, si accende una candela: non per illuminare tutto, ma per vedere almeno il passo successivo.

Perché la nonviolenza, in fondo, è proprio questo: un modo di restare umani mentre tutto intorno sembra spingerci nella direzione opposta.

Commenti

  1. Leggo spesso gli articoli di Laura e a confronto con quelli di altri sembrano i buoni e rassicuranti pensierini della buona notta. Il disarmo dal nucleare e la non violenza. Sono 50 anni che sentiamo questa litania ma il mondo va in direzione opposta. Questi articoli servono a vendere una realtà che non esiste e magari per farsi invitare in giro a raccontare sempre le stesse cose. Mi dispiace proprio ma non ci siamo. Augusto 1976 Livorno

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