La colomba, il libro, la parola: Laura Tussi e l’eredità di Picasso
La colomba, il libro, la parola: Laura Tussi e l’eredità di Picasso
di Raimondo Montecuccoli
Picasso e la colomba dei Partigiani della Pace
Ricordare Picasso non è un omaggio rituale, ma una necessità storica. La sua colomba non fu mai un simbolo neutro. Nacque in un contesto preciso: l’Europa devastata dalla guerra, l’ombra dell’atomica, la divisione del mondo in blocchi armati. Picasso, comunista dichiarato, mise il suo genio al servizio di un movimento che si chiamava Partigiani della Pace, una rete internazionale di intellettuali, artisti, scienziati che vedevano nella cultura uno strumento di disarmo.
Quella colomba fu subito adottata, amata, contestata, perseguitata. Non era un simbolo innocuo: rappresentava un’alternativa radicale alla logica della forza. Per questo divenne potente. Per questo sopravvive.
Laura Tussi si colloca consapevolmente dentro questa tradizione. Non la cita, la continua. Il suo disegno non imita Picasso, ma ne raccoglie l’eredità etica: la pace come scelta culturale, non come retorica.
Il libro come spazio della pace
Il dettaglio più eloquente dell’opera è proprio il libro. Non un’arma deposta, non una bandiera, ma un testo. È qui che emerge con forza la cifra di Laura Tussi: la pace non è separabile dalla conoscenza, dalla formazione, dalla trasmissione critica del sapere.
Non è un caso che “I Partigiani della Pace” sia anche il titolo di uno dei suoi libri più fortunati, adottato persino in ambito accademico, nel corso di sociologia alla Sapienza. Un testo che, come il disegno, lavora sulla memoria attiva, sull’intreccio tra storia, pedagogia e impegno civile.
Il libro nel disegno è segnato, sottolineato, vissuto. Non è un feticcio. È un campo di battaglia simbolico, dove si combatte contro l’oblio, la manipolazione, la normalizzazione della guerra.
Una creatività militante
Laura Tussi appartiene a quella rara categoria di intellettuali che non separano mai la produzione culturale dalla responsabilità civile. Giornalista attenta ai temi della pace, della nonviolenza, della memoria storica, docente capace di portare questi temi nell’università, pittrice che usa il segno non per ornare ma per interrogare.
Le sue opere pittoriche, commentate anche su questo giornale online dall’amico Carlo Marino, condividono tutte una stessa tensione: rendere visibile ciò che il discorso dominante tende a occultare. La guerra come sistema, la pace come lavoro quotidiano.
In questo disegno, la colomba non vola via: resta. Veglia. Custodisce il libro. È una colomba che ha letto, che ha imparato, che sa.
Un messaggio controcorrente
In un tempo in cui la guerra è tornata a essere raccontata come inevitabile, persino necessaria, il lavoro di Laura Tussi si colloca ostinatamente controcorrente. Riprendere la colomba di Picasso oggi significa esporsi, significa rifiutare la neutralità, significa ricordare che la pace è sempre una scelta scomoda.
Il disegno non urla, non accusa. Ma non consola nemmeno. Propone una domanda silenziosa e radicale: siamo ancora disposti a studiare la pace, a scriverla, a difenderla, come fecero i Partigiani della Pace? Se la risposta non è immediata, è proprio perché opere come questa servono ancora. E forse oggi più che mai.
C’è poi un dettaglio cromatico tutt’altro che secondario, che rafforza ulteriormente la densità politica e simbolica dell’opera. Nel bianco dominante, che richiama il colore della pace, della sospensione della violenza, dello spazio aperto alla possibilità, affiorano il verde e il nero, riconoscibili come richiami evidenti alla bandiera palestinese. Non sono colori esibiti, ma accennati, quasi emergessero dal fondo con discrezione e pudore, come una presenza che non può essere cancellata. È una scelta tutt’altro che neutra: dentro l’universalità del messaggio pacifista, Laura Tussi inserisce la memoria viva di una ferita contemporanea, ricordando che la pace non è astratta né generica, ma passa sempre attraverso corpi, popoli, territori concreti. Il bianco, così, non cancella il conflitto, ma lo accoglie e lo interroga; il verde e il nero non rompono l’armonia dell’immagine, la rendono più vera, più scomoda, più necessaria.
Raimondo Montecuccoli
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