Il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa che passa per Trieste non può diventare la “via del sangue”.

 Il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa che passa per Trieste non può diventare la “via del sangue”. Il progetto sul Porto tra propaganda e realtà geopolitica 

di Laura Tussi

Viene presentato come una promessa di sviluppo, un corridoio di prosperità capace di rilanciare economie e territori. Eppure, dietro la narrazione seducente del Corridoio Economico India–Medio Oriente–Europa (Imec), emerge una verità ben più inquietante: quella di un’infrastruttura profondamente intrecciata con logiche di potere, equilibri militari e strategie di guerra.

Trieste, in questo scenario, non è soltanto un porto. È un nodo strategico, un possibile terminale europeo di un progetto che viene definito “via del cotone” o addirittura “via dell’oro”, ma che sempre più assomiglia a una vera e propria “via del sangue”. Non si tratta di una provocazione retorica, bensì della constatazione di come l’Imec si collochi dentro un contesto geopolitico segnato da conflitti aperti e tensioni crescenti.

Non è un caso che già la stampa locale abbia riconosciuto la natura ambivalente del progetto. Come riportato, l’Imec è stato definito “il corollario commerciale di considerazioni strategiche di ordine militare”: un’affermazione che rivela con chiarezza come l’aspetto economico sia inscindibile da quello geopolitico e militare. In questa prospettiva, il corridoio appare come uno strumento funzionale a ridefinire gli equilibri globali, in particolare nel confronto tra Stati Uniti e Cina.

Secondo questa lettura, l’obiettivo sarebbe quello di “imporre una via logistica alternativa alla Via della Seta cinese per collegare l’Europa e il Medio Oriente all’Asia”, puntando in modo particolare sull’India, considerata un attore chiave per “disarticolare l’area dei Brics”. Si tratta dunque di una strategia che utilizza le infrastrutture come leve di influenza politica e di competizione internazionale.

Il tracciato stesso dell’Imec solleva interrogativi profondi. L’area mediorientale attraversata dal corridoio coincide infatti con zone direttamente coinvolte in scenari di conflitto. Viene evidenziato come si tratti dell’area “coinvolta direttamente nella campagna a guida statunitense contro l’Iran”, con un intreccio di alleanze e interessi che rendono il progetto tutt’altro che neutrale. In questo contesto, l’Iran – descritto come “snodo strategico della Via della Seta e unico paese dell’area esplicitamente contrario all’influenza statunitense e sionista” – si trova al centro di tensioni che rischiano di riflettersi direttamente sulle rotte commerciali.

Particolarmente significativo è il ruolo attribuito al porto di Haifa, indicato come terminale nel Mediterraneo orientale. Non si tratta di un dettaglio secondario: Haifa è definita “il porto militare del regime sionista, base navale della marina e scalo della sesta flotta statunitense”. Una scelta che rafforza l’idea di un corridoio in cui dimensione commerciale e militare risultano strettamente intrecciate.

In questo quadro, anche l’Italia e il porto di Trieste assumono una posizione delicata. Il documento richiama con forza il coinvolgimento italiano nelle dinamiche mediorientali, ricordando che il nostro Paese è “il terzo fornitore di armi al regime sionista dopo Stati Uniti e Germania”. Un dato che si accompagna alla denuncia di “416 spedizioni militari e 224 mila tonnellate di carburante” inviate verso Israele dall’ottobre 2023.

Il timore espresso è chiaro: “rabbrividiamo al ruolo che il porto di Trieste potrebbe avere in tutto ciò con la realizzazione del Corridoio Imec”. Una preoccupazione che si inserisce in un contesto già segnato dalla presenza di collegamenti marittimi con Haifa e dal crescente peso di grandi operatori della logistica globale.

Tra questi, viene citato in particolare il ruolo di grandi compagnie che “si stanno rafforzando a Trieste”, in un quadro più ampio di competizione globale per il controllo delle infrastrutture portuali. Si parla apertamente di “operazioni economiche a sfondo politico, condotte sulla base degli interessi strategici degli Usa di estendere la loro influenza sulla logistica globale e isolare la Cina”.

Anche la crisi recente del porto triestino viene letta in chiave geopolitica. Il calo dei traffici viene attribuito, tra le altre cause, all’“isolamento rispetto a Pechino” e alle tensioni internazionali, definite “frutto delle politiche di aggressione verso i popoli del Medio Oriente”. In questo senso, si sostiene che “l’Imec è funzionale a queste politiche e dunque non ha nessuna possibilità di rilancio reale e strategico dell’economia portuale triestina”.

Nel frattempo, si moltiplicano i progetti di potenziamento infrastrutturale, giustificati proprio con la prospettiva del corridoio. Tuttavia, viene sottolineato come tali interventi siano “chiaramente rivolti anche al transito di mezzi militari”, rafforzando il timore di una progressiva militarizzazione del porto.

Non meno rilevante è il collegamento con altre iniziative strategiche, come quella dei Tre Mari, descritta come un progetto volto a “legare economicamente, logisticamente e militarmente l’Europa Centro-Orientale in chiave antirussa”. In questo scenario, Trieste rischia di trovarsi “al centro di due progetti che coniugano l’aspetto economico e quello militare in un’ottica strategica di guerra”.

A rendere ancora più complesso il quadro è la questione dello status di porto franco internazionale. Viene ricordato come tale condizione garantisca “il pieno accesso al porto di Trieste, in condizioni paritarie e senza restrizioni, di tutto il commercio internazionale”. Un principio che appare difficilmente conciliabile con logiche di esclusione e controllo geopolitico.

Ancora più significativo è il richiamo alla storia e al diritto internazionale: il Territorio Libero di Trieste viene definito “demilitarizzato e neutrale”, una condizione che affonda le sue radici nelle tragedie del Novecento e che oggi rischia di essere messa in discussione.

È in questo contesto che prende forma la definizione più forte e controversa: l’Imec come “via del sangue”. Un’espressione che intende denunciare il legame tra grandi progetti infrastrutturali e dinamiche di guerra, ricordando che “oggi” il prezzo è pagato “dai palestinesi e dagli altri popoli aggrediti”, ma che “domani forse anche” altri potrebbero esserne coinvolti.

Al di là delle posizioni e delle letture, resta una domanda di fondo: quale modello di sviluppo vogliamo perseguire? Se quello fondato sulla competizione geopolitica e sulla forza, o quello basato sulla cooperazione, sulla pace e sul rispetto dei popoli.

Trieste, per la sua storia e la sua posizione, può essere molto più di un nodo logistico: può essere un ponte. Ma ogni ponte, per restare tale, deve scegliere con attenzione le sponde che decide di collegare.

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