Dal conflitto al confronto: per una comunità interreligiosa mondiale. L’11 settembre e la crisi del dialogo tra civiltà
Dal conflitto al confronto: per una comunità interreligiosa mondiale. L’11 settembre e la crisi del dialogo tra civiltà
di Laura Tussi
rre che hanno segnato il mondo dopo l’11 settembre 2001 costituiscono lo sfondo storico e politico imprescindibile per comprendere l’urgenza del dialogo tra civiltà. Le due guerre del Golfo, l’occupazione dell’Iraq, l’intervento in Afghanistan, il fallimento delle cosiddette rivoluzioni arabe, il conflitto siriano e la tragedia umanitaria dello Yemen hanno prodotto una lunga stagione di destabilizzazione del Medio Oriente e del Nord Africa. In molti casi, l’azione militare e politica di coalizioni a guida anglo-araba-statunitense ha contribuito non a processi di democratizzazione, ma al ripristino di assetti di potere autoritari, tribali o apertamente feudali, aggravando fratture sociali, religiose ed economiche.
In questo scenario di guerre permanenti, migrazioni forzate e radicalizzazione dei conflitti identitari, il tema del dialogo interreligioso e interculturale non può essere considerato un esercizio astratto o idealistico, ma una necessità storica e politica. È all’interno di questa cornice che si colloca la riflessione sulla “rivincita del dialogo”, intesa come alternativa concreta alla logica dello scontro e della sopraffazione.
Il concetto di dialogo implica una relazione, una retroazione di intenti e di comunicazione che attraversa due posizioni, due realtà ed entità, due individualità o gruppi. Parlare di “rivincita del dialogo” significa auspicare un confronto interreligioso, interculturale e intersociale tra entità che, nella storia, tendono costantemente a incontrarsi o a scontrarsi, nel bene e nel male.
Dopo l’11 settembre, data spartiacque tra epoche storiche e simbolo di una frattura profonda tra civiltà appartenenti alle grandi aree culturali del mondo, in particolare Islam e Cristianesimo, si ripresenta con forza la questione millenaria della relazione, del confronto e dell’interscambio. Diventa evidente la necessità di orientarsi verso l’integrazione e un complementarismo costruttivo, poiché la reciproca compenetrazione tra le civiltà è ormai un dato di fatto quotidiano e ineludibile.
Una questione preliminare riguarda il concetto stesso di differenza. L’assenza di una sua adeguata elaborazione culturale e filosofica ha condotto a un vero e proprio oblio che, come osserva Heidegger, contraddistingue il pensiero occidentale fondato prevalentemente sui concetti di unità e unilateralità. In questo quadro, la differenza rimane una categoria che il mondo contemporaneo non ha ancora pienamente rielaborato.
Ripensare la differenza significa compiere un’operazione culturale capace di mettere in discussione la logica tradizionale e di scoprire nell’alterità significati e valori nuovi, ampliando gli orizzonti della conoscenza e dell’esperienza. Sottrarre la differenza all’oblio comporta inoltre una ridefinizione del concetto di uguaglianza. La differenza, infatti, per potersi esprimere, necessita dell’uguaglianza come valore irrinunciabile, affinché non degeneri in discriminazione o subalternità.
Allo stesso tempo, l’uguaglianza, se intesa come omologazione, rischia di tradursi in disconoscimento delle specificità e delle identità. Differenza e uguaglianza non possono dunque essere pensate separatamente, ma devono essere considerate in una relazione dinamica e complementare.
Alla luce di queste premesse, si auspica l’organizzazione di una giornata dedicata al dialogo cristiano-islamico in termini globali e collettivi, intesa come espressione di un ecumenismo autentico: una comunità mondiale interreligiosa fondata su presupposti etici quali il rispetto, il confronto, l’integrazione e il dialogo tra diversità e differenze sostanziali, che ogni civiltà porta in sé e nel rapporto con l’alterità.
Storicamente, i “diversi” sono stati spesso percepiti come portatori di caratteristiche contrapposte e negative rispetto a una norma ritenuta legittima dalla tradizione dominante. La differenza è stata vissuta come una minaccia da eliminare, riassorbire, nascondere, perseguitare o sottomettere. Questo atteggiamento ha attraversato i secoli manifestandosi nei confronti delle differenze di razza, di religione, di classe sociale, così come nella percezione dei disabili, dei folli, dei santi e di ogni forma di devianza rispetto alla norma culturale vigente.
Il mondo delle differenze molteplici sembra oggi concentrarsi simbolicamente nelle grandi civiltà protagoniste della scena globale, l’Islam e il Cristianesimo, che nella storia si sono spesso incontrate attraverso il conflitto più che il dialogo. Le attuali ondate migratorie provenienti dal Sud del mondo rendono ancora più urgente la costruzione di una cultura dell’accoglienza e dell’integrazione, capace di rispondere al disagio crescente che accompagna la difficoltà dell’incontro tra identità diverse.
In questo senso, una giornata ecumenica non si configura come un’utopia astratta, ma come un luogo concreto di incontro e di interscambio, uno spazio reale in cui far emergere le peculiarità interculturali e intersoggettive, dando voce alle ragioni, alle tensioni e alle emozioni dei diretti interessati: i protagonisti storici delle rivoluzioni, delle trasformazioni e delle crisi che segnano il nostro tempo.
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