Nunca más (Mai più)
Santiago, Gennaio 2025
di Rodrigo Rivas
Questo testo fa parte di una serie a mo' di diario, "Ricordi
dell'andare lontano", scritta nel gennaio-febbraio 2025 durante il
mio ultimo soggiorno cileno.
Allora l'ho inviato pressoché esclusivamente ad amici e familiari.
Lo pubblico in sintonia con la giornata della memoria che, per quanto mi riguarda, copre l'universo, quindi pure la Shoah.
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"E dopo 'il ripasso pomeridiano', il mio elettricista disse al suo
sodale: 'Oggi dobbiamo chiudere alle 18,00 in punto. Ho un appuntamento con la
mia fidanzata'.
Me lo chiedo da 30 anni: Come si fa, dopo una intera giornata spesa ad
applicare elettricità sui testicoli o ad appendere per i pollici dei poveri
Cristi, ad andarsene a casa come un qualsiasi impiegato pubblico?
Cosa racconterà ai figli della sua attività? Cosa sognerà di notte?
Di cosa chiacchiererà con gli amici giocando a briscola il fine
settimana?
Ricorderà l'odore di carne bruciata del centro torture mentre si fa una
grigliata in giardino?
Dopo 30 anni non trovo ancora una risposta."
Le domande del vecchio torturato fanno parte delle tante testimonianze
sugli anni più duri della lunga notte vissuta dal Cile, raccolte nel
"Museo della memoria", il più interessante tra i musei di Santiago.
Ci ho passato tutto il pomeriggio con mio figlio Stefano e Neel, la sua
fidanzata. È stata una fortuna averli vicini poiché non è stata una passeggiata
di salute. Ma consiglio a chiunque passi da queste parti di farci un salto,
esclusi i deboli di cuore e di stomaco.
Tuttavia, chiunque arrivi corre il rischio di dover riconoscere la verità del detto dantesco: Lasciate ogni speranza, voi che ch’entrate.
Appena dentro il palazzone di 4 piani mi ritrovo in una foresta di
gagliardetti. Ognuno porta il nome di un luogo cileno e/o di una nazione sito
di torture, maltrattamenti, riduzione dei diritti umani a stereotipi esotici di
cattiva reputazione.
Ci sono l'Argentina delle madri e l'Uruguay di Punta Carretas, il Congo dei
bimbi minatori e il Sudan dei campi profughi, la Corea del Sud degli
aggiustamenti di conti tra politicanti e il Canada persecutore di bambini
indigeni. E poi l'Australia, il Brasile, il Guatemala, la Serbia, l'Ungheria...,
più alcuni tra gli oltre 1.600 luoghi di tortura recensiti nel Cile di
Pinochet.
È l'Amazzonia dei brividi senza bisogno di ricorrere ad Edgar Allan Poe.
Al primo piano trovo i filmati del 11 settembre 1973.
Ci sono Allende ed i suoi ministri, Pinochet e la sua banda di delinquenti,
carri armati che sparano contro il palazzo del governo, aerei che lo
bombardano.
Rivedo molti conoscenti e qualche amico.
La memoria conserva tutto.
Poi, mi assalgono una ventina di stanze che spaziano dalla sofferenza dei
bambini che scrivono ai genitori chiedendo quando torneranno a casa, ai lavori
fatti dei residenti nei lager per non impazzire, dalle lunghe file di donne che
provano a chiedere notizie di qualche loro congiunto scomparso oppure cercano
di consegnare un po' di cibo o un golfino. Colpisce la loro dignità, la loro
fierezza, il loro apparente disprezzo della paura.
È il corteo delle madonne incazzate, più pedestremente la marcia delle
guerriere disarmate che intimorisce soldatini ed ufficiali.
Malgrado tutto, forse perché non sono una donna, avrei tanta voglia di
scappare via, ma mi faccio trascinare da Stefano e Neel al secondo
piano.
Racconta gli anni '80, caratterizzati dalla lotta per ristabilire la
libertà.
Vi ascolto il ritornello dell'inno nazionale: "Dolce patria raccogli i
voti che il Cile nella tua ara giurò. Sarai la tomba dei liberi o l'asilo
contro l'oppressione".
Altro che humour nero.
Vedo gruppi di gente disarmata accerchiare militari in tuta mimetica col
mitra in mano e poliziotti (carabineros) col bastone in pugno che,
seguendo i loro educati istinti, con coraggio prendono a bastonate e pedate
tutti, anzitutto gli studenti, gli anziani e le donne.
Mi sembrano dei vecchi colonialisti inglesi che, per avere un orgasmo, sono
costretti a picchiare qualche malcapitato.
Attendo Sandokan, Yanez, Tremal Naik ed I tigrotti della Malesia che, infatti, pur se in ritardo, arrivano sotto forma di una folla che, rimettendosi in piedi, sviluppa la velocità e la forza che porteranno al plebiscito dell'ottobre '88 che avrebbe mandato a casa i criminali.
Su vecchi televisori rivedo i dibattiti tra il Si o il No a Pinochet.
Risento i dibattiti che ascoltai allora nel mio primo rientro in Cile dopo
15 anni.
Rivedo il tentativo del governo di modificare il risultato.
Rivedo il Pinochet - che avevo persino intervistato una settimana prima
- abbandonare gli abiti del nonno innocente per riprendersi quelli a lui
più consoni del bulldog arrabbiato.
Potenza della canzone popolare: il satrapo adopera "gli occhiali da
sole per avere più carisma, sintomatico mistero", come sentenziava Franco
Battiato a proposito degli uomini ridicoli.
Ma, con e senza occhiali sarà incapace di ritrovare il suo centro di gravità permanente.
A vittoria del NO acquisita, vedo esplodere l'allegria popolare.
Rivedo ancora altri conoscenti e amici festeggiare con poco ritegno.
Rivedo il disegno delle colombe eseguito dalla Brigata Ramona
Parra.
Rivedo cantautori sopravvissuti che mi ricordano che "ritornare ai 17
dopo essere vissuti un secolo è come decifrare simboli senza essere saggi
competenti".
Rivedo il Teatro del Cerro (il teatro del poggio). Si canta a Victor Jara
"caduto lì, accanto ad altri mille, quando è nato il dolore".
Per non essere di meno canticchio pure io sottovoce: "A volte mi
domando se, è da dove, se dal padre, dalla madre o dalla cordigliera, ho
ereditato i doveri minerali, i fili di un oceano accesso.
Ma so che continuo perché continuo, e canto perché canto e perché
canto.
E non mi stanco di andare e ritornare" (Pablo Neruda, "Pieni poteri").
Esco leggermente ubriaco da emozioni.
So che dormirò male.
So che i torturati saranno sempre dei torturati e che i torturatori saranno
sempre dei torturatori.
So che l'oblio è solo un simulacro senza molto senso ma, anche, che bisogna vivere, magari decentemente, ben sapendo che nulla di quanto visto e raccontato potrebbe giustificare il diventare a nostra volta dei carnefici.
Ce ne andiamo.
Propongo alla mia bella compagnia di ascoltare Gato Barbieri e il suo sax
mentre intona "Nunca más".
Assaggiamo un ottimo pisco sour nella notte santiaguina
mentre mi chiedo "Ma chi ha detto che non c’è?"
"Nina, te ti ricordi?"
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