La giustificazione dell’obbedienza per assolvere il crimine nazista

 La giustificazione dell’obbedienza per assolvere il crimine nazista 

di Laura Tussi



In un tempo segnato dal ritorno della guerra nel cuore dell’Europa, dall’erosione dei diritti e dalla normalizzazione dell’eccezione, interrogarsi sul rapporto tra legge, obbedienza e violenza non è un esercizio storiografico, ma una necessità politica e morale. La vicenda del nazionalsocialismo ci pone davanti a una domanda che resta aperta: come può il diritto trasformarsi da argine alla barbarie in strumento della sua legittimazione? Come può l’“inchiostro” delle leggi preparare e giustificare il “sangue” dei crimini di massa? Tornare su questi nodi significa comprendere non solo il passato, ma i rischi sempre presenti nelle democrazie contemporanee quando l’ordine viene invocato contro la giustizia.

Uno degli aspetti più inquietanti del nazionalsocialismo è la centralità della sua produzione legislativa. Non si trattò soltanto di un apparato normativo imposto dall’alto in modo autoritario, ma di una funzione legislativa che interagiva profondamente con l’opinione pubblica, ne intercettava gli umori, li orientava e al tempo stesso li produceva. Le leggi del regime non furono semplicemente strumenti di comando: divennero dispositivi culturali e psicologici capaci di radicarsi nella società tedesca e mitteleuropea, ben oltre i confini del Terzo Reich.

Qual era il senso profondo di questa produzione normativa? Non solo creare obbedienza, ma costruire un’obbedienza giustificata. Il diritto nazista predispose le condizioni affinché atti di violenza estrema, fino ai crimini più efferati, potessero essere non solo eseguiti, ma interiormente giustificati da chi li compiva o vi partecipava. La legge offriva una protezione morale e psicologica, una cornice rassicurante dentro cui l’individuo poteva assolversi, trasformando la responsabilità personale in semplice adempimento di un dovere.

Non si trattava dunque di una legislazione “odiosa” solo per i suoi contenuti repressivi. Essa era mossa da un’intenzione più profonda: creare complicità. Complicità diffusa, sociale, quotidiana. Una complicità che stringeva la popolazione in una rete invisibile, in cui ciascuno diventava parte di un ingranaggio più grande, sentendosi al tempo stesso protetto dalla propria adesione alla legalità vigente. È una forma raffinata di psicologia politica, che mira a rendere il crimine condiviso e quindi normalizzato.

Questa dinamica si intreccia con l’uso straordinariamente efficace dei nuovi strumenti di comunicazione di massa da parte del regime. La produzione legislativa non può essere compresa senza essere affiancata alla produzione culturale del nazionalsocialismo. In particolare, la cinematografia rivela una differenza radicale rispetto a quella fascista italiana, che spesso anticipava forme di realismo critico. Il cinema nazista, invece, costruisce un immaginario compatto, mitologico, fondato sulla rottura totale con il passato.

Il giovane nazista è colui che abbandona la famiglia, recide i legami, rifiuta la Repubblica di Weimar e tutto ciò che essa rappresenta: disordine, fame, disoccupazione, caos. Il passato è accettabile solo se eroico, se coincide con la guerra e il sacrificio. Tutto il resto è tradimento. In questo immaginario, la legge e l’ordine diventano valori assoluti, per i quali il popolo tedesco è disposto a sopportare qualsiasi sacrificio. Meglio qualsiasi cosa, suggerisce il regime, dell’anarchia e del ritorno a Weimar.

Questa concezione della legge come valore assoluto, come monolite indiscutibile, è dura a morire. È l’idea della legge come reductio ad unum, come comando che non ammette valutazioni, interpretazioni, conflitti. Una legge assunta nella sua pura positività, non come processo o procedura, ma come totalità chiusa. Da qui discende inevitabilmente la costruzione del nemico assoluto: se da una parte sta la legge, dall’altra non può che esserci il suo avversario, il nemico da eliminare.

Questa logica amico-nemico, teorizzata in modo esemplare da Carl Schmitt, trova la sua espressione simbolica nella contrapposizione tra una legge dialogica, partecipata, e la lex di Creonte, che non riconosce altro che l’obbedienza. In questo quadro, il diritto non è più strumento di mediazione tra soggetti, ma arma di esclusione.

E tuttavia, nonostante l’immensa letteratura storica e culturale sul nazionalsocialismo, permane una sproporzione inquietante tra l’“inchiostro” delle sue giustificazioni ideologiche e il “sangue” dei suoi esiti. Nessuna analisi delle origini culturali, nessuna genealogia dell’antisemitismo europeo sembra sufficiente a spiegare fino in fondo ciò che è accaduto. Rimane una domanda irriducibile: che cos’è stato davvero il nazionalsocialismo?

L’asimmetria tra principi dichiarati e sterminio realizzato appare quasi ontologica. Non perché la strategia non fosse stata annunciata, ma perché tra la parola e il crimine si apre un vuoto che sfugge alla comprensione ordinaria. Nemmeno le vittime, nemmeno l’ebraismo più colto e organizzato, riuscirono a prevedere fino a che punto si sarebbe spinta quella macchina di morte.

Il nazionalsocialismo fu un genocidio programmato, motivato e reso possibile da procedure legislative che crearono il clima necessario a una complicità di popolo senza precedenti. In questo senso, esso appare come qualcosa di metapolitico, forse persino metafisico. Il progetto hitleriano non mirava soltanto alla distruzione di un popolo, ma all’annientamento di tutte le tradizioni religiose e politiche europee: la giudaico-cristiana, la liberale, la moderna, lette come un unico nemico da cancellare.

Si tratta di un nichilismo radicale. La “nuova razza” non doveva nascere dalla trasformazione di quelle esistenti, ma dal nulla. Una creazione ex nihilo, in cui Hitler si pone simbolicamente come divinità creatrice. Da qui la sua indifferenza assoluta anche verso la distruzione degli stessi tedeschi: il sacrificio di intere generazioni era parte del progetto.

Nessuna dittatura nella storia si è spinta a una simile radicalità. È per questo che la domanda non può essere archiviata né banalizzata: che cos’è il nazionalsocialismo? Continuare a porla è un dovere per i posteri, perché solo mantenendo viva questa interrogazione si può evitare che l’inchiostro torni, ancora una volta, a preparare il sangue.

 

Laura Tussi

Nota: Il processo di Norimberga. Nel corso della seconda guerra mondiale, mentre gli eserciti degli Alleati e dell’Asse si combattevano in una lotta all’ultimo sangue, sorse il problema di se ed eventualmente come punire i crimini commessi dal nazismo. I “tre grandi”, ovvero il presidente statunitense Roosevelt, il leader sovietico Stalin e il premier inglese Churchill, nei loro incontri infatti, non discutevano solo delle strategie belliche ma anche delle questioni da risolvere nel dopoguerra.

Alla fine, si decise di punire e i crimini nazisti e di utilizzare gli strumenti del procedimento giudiziario per farlo. Così, alla fine del conflitto, vennero organizzati una serie di processi per giudicare i crimini di guerra. Fra i diversi processi allestiti, il più noto fu il primo che si svolse a Norimberga dal 20 novembre 1945 al primo ottobre 1946, in cui vennero portati in tribunale 24 importanti gerarchi nazisti.

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