Il 5 febbraio 2026 scadrà il New START, l’ultimo grande trattato di controllo degli armamenti nucleari rimasto in vigore
Il 5 febbraio 2026 scadrà il New START, l’ultimo grande trattato di controllo degli armamenti nucleari rimasto in vigore
Il New START è in vigore dal 2011 ed è stato prorogato una prima volta fino al 2026. Il trattato stabilisce limiti precisi: ciascun Paese può dispiegare al massimo 1.550 testate nucleari strategiche; i vettori nucleari dispiegati – missili balistici intercontinentali, missili lanciati da sottomarini e bombardieri pesanti – non possono superare le 700 unità; il numero complessivo dei lanciatori, compresi quelli non dispiegati, è fissato a 800. Ma il valore del trattato non risiede solo nei numeri. Il New START prevede infatti un articolato sistema di ispezioni sul campo, scambi di dati e notifiche continue che consentono a ciascuna parte di verificare il rispetto degli impegni assunti dall’altra. È questo meccanismo di trasparenza che ha garantito, negli ultimi anni, una certa stabilità strategica e ha ridotto il rischio di escalation basate su sospetti, incomprensioni o calcoli errati.
La sua importanza è ancora più evidente se si considera che Stati Uniti e Russia detengono insieme circa il 90% delle testate nucleari esistenti al mondo. Senza il New START, dal febbraio 2026 non ci sarà più alcun vincolo giuridico che limiti l’espansione degli arsenali strategici di queste due potenze. La Russia ha già sospeso l’applicazione del trattato nel 2023, pur dichiarando di voler rispettare i limiti numerici. Ma una sospensione non è una garanzia, e soprattutto non sostituisce un accordo formalmente valido e verificabile.
Le notizie che emergono dal dibattito internazionale mostrano un quadro complesso e contraddittorio. Il 22 settembre, il presidente Vladimir Putin ha segnalato la disponibilità russa a una proroga di un anno del trattato. Il 5 ottobre Donald Trump ha commentato che si trattava di “una buona idea”, ma da parte statunitense non è mai arrivata una risposta ufficiale. Il 31 dicembre, un diplomatico russo ha ribadito l’aspettativa che Washington risponda all’iniziativa di Putin, mantenendo i limiti del New START sotto forma di auto-restrizioni volontarie. Parallelamente, Trump ha dichiarato di voler perseguire una “denuclearizzazione” che coinvolga anche la Cina, ma Pechino ha definito questa richiesta irragionevole e irrealistica, sottolineando la sproporzione tra il proprio arsenale e quelli molto più ampi di Stati Uniti e Russia.
A complicare ulteriormente il quadro, Mosca sostiene che anche le forze nucleari di Gran Bretagna e Francia, membri della NATO, dovrebbero entrare in un eventuale negoziato, ipotesi che Parigi e Londra respingono con decisione. In questo contesto, l’idea di un nuovo trattato multilaterale appare estremamente difficile da realizzare. Nikolai Sokov, ex negoziatore sovietico e russo per il controllo degli armamenti, ha definito questo scenario “quasi un vicolo cieco”, osservando che la costruzione di un accordo multilaterale richiederebbe tempi lunghissimi, incompatibili con l’urgenza della scadenza del 2026.
Eppure una via minimale, ma concreta, esisterebbe. Come ha scritto Rose Gottemoeller, già capo negoziatrice statunitense per il New START, la proposta avanzata da Putin non richiederebbe neppure una vera negoziazione formale. Basterebbe una dichiarazione congiunta di intenti da parte di Stati Uniti e Russia per continuare a rispettare i limiti attuali: 1.550 testate, 700 vettori, 800 lanciatori. Un accordo di fatto, una sorta di “stretta di mano”, che potrebbe durare finché una delle due parti non decidesse di superare i limiti, evento che verrebbe comunque rilevato attraverso i mezzi tecnici nazionali di verifica, come satelliti e sistemi di monitoraggio.
La questione più sconcertante, tuttavia, è un’altra: il silenzio quasi totale che circonda questo tema. In Italia, in Europa e nel resto del mondo, la maggior parte delle persone ignora persino l’esistenza del New START. E se le persone non sanno che un trattato del genere esiste, non possono chiederne il rispetto, la proroga o la sostituzione. Non possono difendere ciò di cui ignorano l’esistenza. Questo solleva una domanda fondamentale: perché il dibattito pubblico è così assente su una questione che riguarda direttamente la sopravvivenza collettiva? E soprattutto, come si può rompere questo silenzio?
Forse è arrivato il momento di uscire da una logica ristretta di advocacy affidata solo agli esperti e agli addetti ai lavori, e di pensare a un coinvolgimento pubblico ampio, capace di parlare anche a chi non è fortemente politicizzato. Le persone possono avere opinioni diverse sulla deterrenza nucleare o sul disarmo totale, ma su un punto esiste un consenso quasi universale: nessuno vuole che una bomba nucleare esploda sopra la propria testa. Nessuno vuole che le armi nucleari, proprie o altrui, si trovino vicino alle città in cui vive.
Questo è un punto di partenza potentissimo. È su questa base comune che si può costruire una mobilitazione. Azioni pubbliche simboliche, come una maratona transnazionale di podisti o ciclisti in diversi Paesi, accompagnate da un messaggio chiaro che chieda l’estensione del New START e il rilancio del disarmo nucleare, potrebbero parlare un linguaggio comprensibile e immediato, non riservato agli specialisti. Allo stesso modo, coinvolgere associazioni di sindaci, reti di città e amministratori locali potrebbe rivelarsi decisivo. Le città sono il luogo in cui le conseguenze di una guerra nucleare si manifesterebbero in modo diretto e devastante, e i sindaci hanno spesso una visione della sicurezza umana più concreta di quella dei governi nazionali.
È necessario, dunque, riflettere e agire insieme per costruire una campagna mediatica e pubblica ampia, che parta da pochi elementi chiari e comprensibili a tutti: il trattato sta per scadere, al momento non esiste una sua estensione, e questo fatto ha conseguenze dirette sulla sicurezza delle persone comuni. Rendere visibile il New START significa restituire alla cittadinanza un diritto fondamentale: quello di sapere e di poter chiedere che il futuro non venga deciso nel silenzio, ma nella responsabilità condivisa
Commenti
Posta un commento