Il Cammino come pratica di pace
Da tutta Europa verso Gerusalemme: il cammino come pratica di pace
di Laura Tussi
Il Cammino di Pace verso Gerusalemme nasce da questa consapevolezza. Non è un’iniziativa episodica, né un gesto simbolico fine a sé stesso, ma un processo lungo, collettivo e partecipato, che attraversa territori geografici e interiori. Un pellegrinaggio laico e plurale che coinvolge persone di culture, religioni e provenienze diverse, unite dal desiderio di affermare la pace come diritto fondamentale e come responsabilità condivisa.
Gerusalemme, Al-Quds, Yerushalayim: tre nomi per una stessa città, carica di significati storici, religiosi e politici. Una città ferita, contesa, sacra e profanata allo stesso tempo. Camminare verso Gerusalemme non significa appropriarsi di un luogo, né rivendicare un’appartenenza esclusiva, ma riconoscere la complessità, il dolore e la speranza che essa rappresenta. Significa affermare che la pace non può essere costruita attraverso la forza, l’occupazione o la negazione dell’altro, ma solo attraverso il dialogo, la giustizia e il riconoscimento reciproco.
Il Cammino di Pace si configura come una vera e propria scuola di pace itinerante. Ogni tappa diventa occasione di apprendimento, di confronto, di ascolto. Si cammina lentamente, perché la pace non si impone e non si consuma in tempi rapidi. Richiede pazienza, cura, capacità di stare nel conflitto senza alimentarlo. Richiede anche di disarmare il linguaggio, di rifiutare le semplificazioni, di accettare la complessità della realtà.
Lungo il percorso, il cammino si intreccia con le comunità locali, con le storie di chi vive i territori attraversati, con le lotte quotidiane per la dignità, il lavoro, l’ambiente, i diritti. Diventa così un festival itinerante di umanità, in cui la musica, l’arte, la danza, la parola e il silenzio contribuiscono a creare spazi di relazione e di condivisione. La pace non è solo assenza di guerra, ma presenza di legami, di giustizia sociale, di rispetto per la vita in tutte le sue forme.
Un aspetto centrale del Cammino di Pace è la sua ispirazione alla nonviolenza attiva. Una nonviolenza che non è passività, ma scelta coraggiosa di resistenza civile. È la nonviolenza praticata da chi rifiuta l’odio come strumento politico, da chi si oppone all’oppressione senza riprodurne i meccanismi, da chi costruisce alternative concrete alla logica del nemico. In questo senso, il cammino si nutre delle esperienze di attivisti per la pace, israeliani e palestinesi, che da anni lavorano insieme per un futuro diverso, fondato sulla coesistenza e sulla pari dignità.
Camminare insieme significa anche esporsi alla fatica, all’imprevisto, alla vulnerabilità. Il corpo che cammina diventa misura del tempo e dello spazio, rompe il ritmo accelerato della società contemporanea e restituisce centralità all’esperienza. In questa dimensione, la pace non è più un concetto astratto, ma un vissuto quotidiano fatto di gesti semplici: condividere l’acqua, sostenersi nei momenti di difficoltà, ascoltare una storia, accogliere una differenza.
Il Cammino di Pace verso Gerusalemme è anche una campagna di sensibilizzazione e di responsabilità collettiva. Invita ciascuno a interrogarsi sul proprio ruolo nel mondo, sulle scelte quotidiane che contribuiscono a sostenere o a contrastare i sistemi di violenza e di esclusione. La pace non è delegabile, non è compito esclusivo delle istituzioni o dei governi, ma nasce dal basso, dalla partecipazione attiva delle persone e delle comunità.
In un’epoca segnata dal riarmo, dalla militarizzazione dei territori e dalla normalizzazione della guerra, questo cammino rappresenta una contro-narrazione potente. Afferma che un altro mondo è possibile, non come slogan, ma come pratica concreta. Ogni passo diventa una presa di posizione, ogni incontro un atto politico nel senso più alto del termine: prendersi cura della polis, della comunità umana.
Camminare verso Gerusalemme, dunque, non significa solo andare verso una meta geografica, ma intraprendere un percorso di trasformazione personale e collettiva. È un invito a rallentare, a guardare, a sentire. È un richiamo alla responsabilità e alla speranza. In un mondo che costruisce muri, il Cammino di Pace costruisce ponti. In un mondo che divide, sceglie di unire. In un mondo che arma, decide di camminare disarmato, affidandosi alla forza fragile e rivoluzionaria della pace.
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