Freud e Jung divisi dalle donne. Gli aspetti psicologici dell’archetipo della madre
Freud e Jung divisi dalle donne. Gli aspetti psicologici dell’archetipo della madre
L’archetipo e il complesso materno
L’archetipo può essere inteso come sinonimo dell’idea in senso platonico. Nel Corpus Hermeticum, Dio è rappresentato come luce archetipica, immagine primordiale e modello originario di ogni forma. Con la controversia sugli universali, il nominalismo finisce per prevalere sul realismo, accompagnato dall’avvento dell’empirismo: l’idea non è più concepita come realtà a priori, ma come elemento secondario e derivato. L’immagine originaria, l’idea, viene così ridotta a un flatus vocis.
Tuttavia, secondo l’etnopsicologia sviluppata nella scuola di Durkheim e negli studi di Bastian, Hubert e Mauss, i pensieri primordiali possiedono un significato universale. In ogni psiche coesistono forme, mitologemi, disposizioni e idee – nel senso platonico del termine – che preformano e influenzano pensieri, sentimenti e azioni.
Ne I simboli della trasformazione, Jung descrive l’archetipo della madre nei suoi poli estremi: la “madre amorosa” e la “madre terrificante”. Da questo archetipo prende forma il complesso materno, che, nelle nevrosi e nelle psicosi, può manifestarsi attraverso disturbi affettivi. Nel figlio maschio, gli effetti del complesso materno possono esprimersi in omosessualità, dongiovannismo o impotenza; nella figlia femmina, invece, si osservano forme di ipertrofia o di atrofia della femminilità. Nello sviluppo femminile può emergere il riaffiorare di istinti femminili o materni.
L’eros può assumere una dimensione eminentemente materna. Quando invece si riscontra uno sviluppo eccessivo dell’eros, può emergere una relazione incestuosa inconscia con il padre: in questi casi, il soggetto femminile tende a vivere relazioni romantiche e sensazionali con uomini sposati, dove l’obiettivo inconscio è la distruzione del matrimonio — inteso come coniunctio archetipica — seguita però da una perdita di interesse, dovuta alla mancanza di un autentico istinto materno.
I misteri della donna
I miti e i rituali delle religioni antiche rappresentano proiezioni di realtà psicologiche e di fantasie collettive. Attraverso l’analisi dei sogni e delle fantasie individuali emergono atteggiamenti psicologici che, al di sotto della facciata cosciente, sono in relazione diretta con i problemi personali dell’individuo. I sogni dell’uomo moderno mostrano sorprendenti analogie con i miti primitivi e antichi.
In Psychology of the Unconscious, Jung cerca di comprendere i conflitti personali attraverso le immagini collettive dei sogni, riconducendoli spesso a un adattamento collettivo irrisolto. Il principio femminile trova una rappresentazione simbolica nei miti, nella storia e nei sogni, dove riaffiora l’archetipo femminile inscritto nei riti e nei costumi dell’antichità. Da qui si ricava una visione ampia e profonda del mondo psichico della donna.
Diventa dunque necessaria una visione del mondo al femminile, una Weltanschauung: un adattamento fondamentale al mondo, ai rapporti sociali ed economici, così come alle formulazioni interiori filosofiche o religiose. Quando la donna non è in contatto con il principio femminile che regola le relazioni, perde la capacità di padroneggiare il regno dei rapporti umani. Il rifiuto del principio femminile genera sofferenze acute sul piano esistenziale e relazionale, rendendo difficile la costruzione di legami soddisfacenti.
Oggi emerge con forza la necessità di un nuovo rapporto con il principio femminile, capace di controbilanciare l’unilateralità del mondo maschile e il mito della forza androgina che caratterizza la civiltà occidentale.
Il principio femminile tra mito, natura e psiche
Secondo le credenze dei popoli antichi, la luna possiede una forza fertilizzante universale ed è considerata principio fecondatore della donna, come attestano le tradizioni dei nigeriani, dei buriati e dei maori. Il ciclo mestruale viene messo in relazione con le fasi lunari, poiché la donna è ritenuta della stessa natura della luna: mutevole, ciclica, soggetta a trasformazioni.
Il principio femminile deve essere considerato psicologicamente in modo distinto sia dal femminismo riduzionista sia dalla mascolinizzazione della donna moderna. Esso governa la vita fisica e l’essere psichico profondo, tanto nell’uomo quanto nella donna. Eros e logos, principio femminile e maschile, operano in entrambi i sessi. Tuttavia, nella civiltà patriarcale, il predominio del maschile ha imposto una gerarchia che oggi viene messa in discussione dalla rivoluzione femminile nella vita sociale.
In molte culture, la donna nel periodo mestruale è considerata tabù, associata a impurità o contaminazione. Questo tabù, nelle società primitive, ha avuto una funzione evolutiva: ha contribuito alla differenziazione del valore sessuale e alla liberazione dal dominio dell’istinto animale, contenendo il pericolo psicologico legato all’eccesso emotivo dell’eros. La luna diventa così simbolo della vita ciclica, erratica e mutevole, proiettata sull’immagine femminile.
Frazer, richiamando il termine greco Parthénos (vergine), riferito ad Artemide, mostra come la verginità non coincida necessariamente con la castità, ma con uno stato di autonomia psichica. Analogamente, la Vergine Maria è venerata come vergine, pur nella tradizione popolare che le attribuisce altri figli dopo la nascita del primogenito. La verginità si configura quindi come una qualità interiore, uno stato psicologico, piuttosto che come una condizione puramente fisiologica.
Le dee lunari dell’Asia, dell’Europa e del Nuovo Mondo condividono il carattere della verginità intesa come totalità in se stesse: figure di concezione immacolata, madri di figli che muoiono e risorgono, dispensatrici di fertilità.
L’istintività femminile non è di per sé distruttiva: se orientata e finalizzata all’amore umano e allo sviluppo culturale, rappresenta una forza di straordinario valore. Nel poema *La terra desolata* di T.S. Eliot, individui e società appaiono aridi perché hanno rimosso e disprezzato i fattori emotivi, relegandoli nell’inconscio.
La sterilità della vita può essere curata dall’eros: dalle emozioni rimosse e dal recupero dei valori umani, che costituiscono le componenti psichiche più cariche di energia. Diventa dunque indispensabile una differenziazione di questi regni trascurati della psiche, per affrontare l’irruzione dell’inconscio attraverso la forza dell’individualità e il principio di individuazione, sintetizzato nell’imperativo: “diventa ciò che sei”.
Freud e Jung divisi riguardo alle donne
Il rapporto tra Sigmund Freud e Carl Gustav Jung è uno dei più intensi e tormentati della storia del pensiero novecentesco. Maestro e allievo, alleati e poi avversari, i due fondatori della psicoanalisi si separarono non solo per divergenze teoriche sull’inconscio e sulla religione, ma anche per una diversa visione della femminilità. È proprio nel modo di pensare le donne, il loro desiderio e il loro ruolo psichico e simbolico, che la frattura tra Freud e Jung diventa particolarmente evidente.
Freud e la femminilità come “problema irrisolto”
Per Freud la donna rappresenta, lungo tutta la sua opera, una questione complessa e mai del tutto pacificata. Celebre è la sua affermazione secondo cui “la grande domanda a cui non ho mai saputo rispondere è: che cosa vuole una donna?”. La femminilità, nel suo modello, viene letta prevalentemente attraverso la lente dello sviluppo sessuale e del complesso di Edipo.
Secondo Freud, la bambina prende coscienza di sé a partire dalla mancanza: l’assenza del pene diventa il fulcro del cosiddetto “complesso di castrazione”, da cui deriverebbe l’“invidia del pene”. La maturità femminile consisterebbe nel progressivo spostamento del desiderio dalla madre al padre e, infine, al partner maschile, con la maternità come possibile approdo simbolico.
Questa impostazione, fortemente ancorata alla biologia e alla centralità del fallo, ha reso Freud una figura controversa nel dibattito contemporaneo. Molti studiosi e studiose vi hanno visto una visione riduttiva e androcentrica, in cui la donna appare definita più per ciò che “non ha” che per una propria autonomia psichica.
Jung e l’archetipo del femminile
Jung prende progressivamente le distanze da questa impostazione. Pur riconoscendo l’importanza della sessualità, egli rifiuta di considerarla il motore esclusivo della vita psichica. Il suo sguardo sulla donna si sposta dal piano dello sviluppo sessuale individuale a quello simbolico e archetipico.
Nel pensiero junghiano, come abbiamo visto, il femminile non è una variante incompleta del maschile, ma un principio autonomo, presente in ogni individuo sotto forma di immagini primordiali. Jung introduce concetti come Anima e Animus: l’Anima rappresenta il principio femminile inconscio nell’uomo, mentre l’Animus è il principio maschile inconscio nella donna. La donna, quindi, non è definita da una mancanza, ma da una specifica configurazione psichica, ricca di potenzialità creative, intuitive e relazionali.
Inoltre, Jung attribuisce grande valore alle figure mitologiche e simboliche del femminile – la Grande Madre, la Dea, la Sapiente – che incarnano non solo maternità, ma anche distruzione, trasformazione, conoscenza. La donna diventa così portatrice di un sapere antico e di una forza psichica che va oltre la dimensione familiare o riproduttiva.
Una divisione teorica e culturale
La distanza tra Freud e Jung sulle donne riflette una frattura più ampia: da un lato una psicoanalisi che tende a spiegare l’essere umano a partire dalla sessualità e dallo sviluppo infantile, dall’altro una psicologia del profondo che amplia l’orizzonte verso il simbolo, il mito e la spiritualità.
Freud osserva la donna soprattutto come paziente, come oggetto di analisi clinica; Jung la guarda anche come figura simbolica e come soggetto di trasformazione. Non è un caso che molte analiste e pensatrici del Novecento — pur criticando entrambi — abbiano trovato nel linguaggio junghiano uno spazio più aperto per ripensare l’identità femminile.
Un dibattito ancora aperto
Oggi, le posizioni di Freud e Jung vengono lette criticamente, contestualizzate e spesso superate, forse con troppa superficialità. Tuttavia, il loro confronto continua a essere rilevante perché mette in luce due modi opposti di interpretare la donna: come enigma biologico da spiegare o come principio simbolico da comprendere.
La loro divisione non è solo una questione storica, ma il riflesso di una tensione che attraversa ancora il pensiero contemporaneo: tra riduzione e complessità, tra spiegazione e ascolto, tra definizione e apertura. Ed è forse proprio in questo spazio di conflitto che il tema della femminilità continua a interrogare la psicologia, la cultura e la società.
Nota: Gustav Klimt, Le tre età della donna (1905). In questo dipinto Klimt affronta uno dei temi più universali e intimi dell’esperienza umana: il ciclo della vita femminile. Il dipinto mette in scena tre figure nude che incarnano infanzia, maturità e vecchiaia, non come semplici fasi biologiche, ma come stati esistenziali profondamente diversi, carichi di significato simbolico ed emotivo.
Al centro della composizione domina la donna adulta, giovane madre, che stringe a sé una bambina addormentata. Il loro abbraccio è tenero e protettivo, costruito su linee morbide e avvolgenti. La pelle chiara, i corpi pieni e vitali, la postura raccolta trasmettono un senso di sicurezza, amore e continuità. La maternità appare qui come culmine della vita femminile, momento di pienezza fisica e affettiva. Attorno a madre e figlia, Klimt dispiega il suo tipico linguaggio decorativo: motivi circolari, tessere dorate, forme geometriche e floreali che richiamano la fertilità, il grembo, l’energia vitale.
In netto contrasto, sulla sinistra, compare la figura della donna anziana. Il suo corpo è curvo, scavato, segnato dal tempo; la pelle flaccida e le vene evidenti raccontano la fragilità della vecchiaia. La postura chiusa e lo sguardo abbassato suggeriscono solitudine, consapevolezza della fine, forse vergogna o malinconia. Klimt non idealizza questa fase dell’esistenza: la rappresenta con crudezza, ma anche con una dignità silenziosa, senza caricature né compiacimento.
La forza del dipinto nasce proprio dal dialogo tra questi corpi: la vita che nasce, la vita che fiorisce e la vita che declina convivono nello stesso spazio, senza separazioni narrative. Il fondo dorato e astratto, privo di riferimenti realistici, sospende la scena fuori dal tempo, trasformando le figure in simboli universali. L’oro, tipico della “fase aurea” di Klimt, richiama l’arte bizantina e sacralizza il tema, elevando l’esperienza femminile a dimensione quasi cosmica.
Le tre età della donna non è solo una riflessione sulla femminilità, ma una meditazione sul tempo, sul corpo e sulla condizione umana. Klimt celebra la bellezza, ma non nega la decadenza; esalta la maternità, ma riconosce l’inevitabilità della perdita. In questo equilibrio tra eros e fragilità, splendore e finitudine, il quadro diventa una delle rappresentazioni più intense e poetiche del ciclo della vita nell’arte del Novecento.
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