Le armi nucleari non sono “armi come le altre”, ma si continua a produrle e stiparle. Le tragedie immani di Hiroshima e Nagasaki non sono bastate

 Le armi nucleari non sono “armi come le altre”, ma si continua a produrle e stiparle. Le tragedie immani di Hiroshima e Nagasaki non sono bastate  

di Laura Tussi



Le conseguenze delle armi nucleari sono catastrofiche, e non si tratta di un’affermazione retorica o ideologica, ma di una constatazione fondata su dati scientifici, analisi umanitarie e sull’esperienza storica. Le armi nucleari non sono “armi come le altre”: sono progettate per uccidere civili in massa, annientare intere città in pochi istanti e produrre effetti devastanti che si estendono per decenni, se non per secoli. La loro logica non è quella della difesa, ma della distruzione totale.

Le organizzazioni umanitarie, a partire dalla Croce Rossa Internazionale, hanno chiarito da tempo un punto essenziale: non esiste alcuna capacità di risposta efficace a una detonazione nucleare. I sistemi di emergenza, i servizi sanitari, i soccorritori semplicemente collasserebbero. Non sarebbe possibile curare i feriti, gestire i milioni di ustionati, contenere la contaminazione radioattiva o garantire acqua e cibo ai sopravvissuti. Studi scientifici recenti mostrano che anche un conflitto nucleare “limitato” potrebbe innescare una carestia globale, causata dal crollo delle produzioni agricole e dal raffreddamento del clima, con un bilancio potenziale di oltre cinque miliardi di morti. È difficile immaginare un danno più totale e irreversibile.

Per questo è illusorio parlare di “mani sicure” per le armi nucleari. Non esistono. Tutti e nove gli Stati che possiedono arsenali nucleari mettono a rischio il mondo intero, indipendentemente dalle loro intenzioni dichiarate. Oggi le potenze nucleari sono nove: Russia, Stati Uniti, Cina, Francia, Regno Unito, Pakistan, India, Israele e Corea del Nord. Insieme possiedono circa 13.000 testate nucleari. È vero che il numero è inferiore rispetto al picco della Guerra fredda, ma molte di queste armi sono oggi più precise, più potenti e più “utilizzabili” dal punto di vista militare. Inoltre, tutti gli Stati nucleari stanno investendo nella modernizzazione dei loro arsenali, progettando nuove generazioni di ordigni. La realtà è semplice e brutale: non saremo mai al sicuro finché anche una sola arma nucleare continuerà a esistere.

Il rischio dell’uso di armi nucleari è oggi più alto che mai. Già prima della guerra in Ucraina, le Nazioni Unite avvertivano che il pericolo di un impiego nucleare aveva raggiunto livelli mai visti dalla fine della Guerra fredda, dai tempi delle esercitazioni “duck and cover” e dei rifugi antiatomici. Gli analisti del Bulletin of Atomic Scientists, gli stessi che gestiscono l’Orologio dell’Apocalisse, hanno affermato che un bambino nato oggi difficilmente attraverserà la propria vita senza assistere a una qualche forma di devastazione nucleare, se le tendenze attuali non verranno invertite.

Dall’invasione russa dell’Ucraina, questo rischio si è ulteriormente aggravato. Le ripetute minacce nucleari, esplicite o implicite, e le dichiarazioni di rappresaglia che si sono susseguite hanno normalizzato un linguaggio che per decenni era rimasto tabù. La verità, per quanto angosciante, è che non possiamo sapere con certezza se Putin, o qualsiasi altro leader di uno Stato dotato di armi nucleari, deciderà un giorno di usarle. Quello che sappiamo con certezza è che le conseguenze umanitarie sarebbero inaccettabili e che non esiste alcun piano credibile per “gestire il dopo”.

È normale, dunque, sentirsi ansiosi, preoccupati o persino terrorizzati di fronte a questo scenario. Non siamo soli in questo sentimento. Milioni di persone nel mondo condividono la stessa paura, anche se spesso non trovano spazi pubblici per esprimerla o per trasformarla in azione politica.

A rendere il quadro ancora più paradossale c’è lo spreco enorme di risorse pubbliche legato alle armi nucleari. Nel 2024, i nove Paesi nucleari hanno speso oltre 100 miliardi di dollari per mantenere, modernizzare e ampliare i loro arsenali: più di 190.000 dollari al minuto. Risorse sottratte alla sanità, all’istruzione, alla lotta contro la povertà, alla transizione ecologica. In un mondo segnato da crisi climatiche, pandemie e disuguaglianze crescenti, questo investimento nella distruzione appare non solo pericoloso, ma moralmente insostenibile.

Le minacce nucleari, inoltre, non sono parole vuote: aumentano concretamente il rischio di utilizzo delle armi. Le armi nucleari non devono diventare “normali” nel discorso politico e militare. Eppure il tabù nucleare costruito in decenni viene oggi eroso: dalle minacce esplicite della Russia nel contesto della guerra in Ucraina, alle risposte di Stati Uniti e NATO che evocano ritorsioni, fino alle dichiarazioni della Corea del Nord contro la Corea del Sud durante i test missilistici. Ogni minaccia, ogni test, ogni provocazione militare aumenta il rischio di una catastrofe irreversibile. L’unico modo per contrastare questa deriva è rompere il silenzio e condannare apertamente queste minacce, a tutti i livelli. La delegittimazione pubblica è uno strumento potente: rende politicamente costoso il ricorso alla retorica nucleare e può spingere gli Stati a ridurre l’escalation.

Esiste però anche una speranza concreta. Nel 2017, la maggioranza dei Paesi del mondo ha adottato il Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari. Entrato in vigore nel 2021, questo trattato rende illegali le armi nucleari secondo il diritto internazionale e rappresenta un passo storico verso la loro eliminazione. Il TPNW non è un atto simbolico: sta già producendo effetti, aumentando la pressione politica e morale sugli Stati nucleari e scoraggiando investimenti finanziari nelle industrie che producono armi di distruzione di massa.

Le armi nucleari sono create dall’uomo, e proprio per questo possono essere smantellate dall’uomo. Molti Paesi hanno avuto la capacità tecnologica di svilupparle e hanno scelto consapevolmente di non farlo. Altri hanno avviato programmi nucleari militari e poi li hanno abbandonati. Mantenere le armi nucleari non è un destino inevitabile: è una scelta politica, e come tale può essere cambiata.

La guerra nucleare non è ancora iniziata, e possiamo impedirla. Dopo la crisi dei missili di Cuba, il mondo scelse la strada del dialogo e dei trattati di controllo degli armamenti. Dopo il picco degli arsenali negli anni Ottanta, furono firmati accordi che portarono a riduzioni significative, come i Trattati di Riduzione delle Armi Strategiche. Oggi, però, quel lavoro è incompiuto e rischia di essere smantellato. Le minacce nucleari emerse dal 2022 non possono essere ignorate. Il TPNW rappresenta un nuovo pilastro dell’architettura giuridica globale per eliminare definitivamente le armi nucleari, ma per funzionare ha bisogno dell’adesione di tutti.

Per porre fine alle armi nucleari servono tutti. Ci sono persone e movimenti che agiscono in ogni parte del mondo, a livello locale, nazionale e internazionale. Si può chiedere ai sindaci e ai consigli comunali di sostenere il Trattato di proibizione, sollecitare i rappresentanti politici a impegnarsi per l’adesione del proprio Paese, spingere il settore finanziario a disinvestire dalle aziende che producono queste armi. Nessuna azione è troppo piccola. È una battaglia lunga, ma non impossibile. E soprattutto è una battaglia che riguarda il futuro dell’umanità intera.

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