La guerra entra in classe: nazionalismo, leva e riarmo parlano ai ragazzi
La guerra entra in classe: nazionalismo, leva e riarmo parlano ai ragazzi
Lo segnala da tempo l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: la presenza dei militari negli istituti scolastici, la normalizzazione delle divise, l’enfasi sui valori della “difesa” e dell’“orgoglio nazionale” non avvengono nel vuoto. Avvengono mentre l’Europa discute apertamente di riarmo, mentre si moltiplicano i programmi di ReArm Europe, mentre tornano nel dibattito politico proposte di riforma o reintroduzione della leva – magari “moderna”, “volontaria”, “civico-militare”, ma pur sempre orientata a preparare i giovani a uno scenario di conflitto.
In questo contesto, portare le forze armate nelle scuole non è una semplice attività commemorativa. È un messaggio. Dice ai ragazzi che la guerra è un orizzonte possibile, forse inevitabile. Che la sicurezza passa dalle armi. Che l’identità nazionale si esprime attraverso l’uniforme. Il 4 novembre diventa così un laboratorio simbolico: non tanto memoria storica, quanto educazione all’obbedienza e all’appartenenza, più che al pensiero critico.
Il problema non è studiare la storia, né conoscere il ruolo delle istituzioni militari. Il problema è l’asimmetria del racconto. Ai ragazzi si mostrano mezzi, carriere, rituali, bandiere. Molto meno spazio viene dato alle conseguenze reali della guerra, alle vittime civili, ai traumi, alle alternative nonviolente, alla diplomazia, al diritto internazionale, all’obiezione di coscienza. La guerra entra in classe in forma rassicurante, ordinata, persino seducente.
E mentre si chiede alle nuove generazioni di “sentirsi parte” di una comunità nazionale sotto minaccia, si restringe lo spazio per il dissenso. Chi solleva dubbi viene facilmente accusato di ingenuità, disfattismo o irresponsabilità. È una dinamica nota: nei tempi di guerra il nazionalismo cresce, e con esso la richiesta di allineamento. La scuola, invece di essere un argine, rischia di diventare uno strumento.
Le proposte sulla leva – presentate spesso come opportunità educative o di coesione sociale – si inseriscono in questa stessa logica. Non si parla di un’educazione alla pace rafforzata, di investimenti equivalenti nella cooperazione, nella mediazione dei conflitti, nella cultura dei diritti. Si parla di preparazione, resilienza, prontezza. Parole che appartengono più al lessico militare che a quello pedagogico.
Il 4 novembre, dunque, non è “solo” una ricorrenza. È uno specchio del clima che stiamo costruendo. Un clima in cui ai ragazzi viene chiesto di interiorizzare l’idea che la guerra sia normale, che il riarmo sia necessario, che l’identità passi per la forza. E tutto questo mentre i conflitti reali – dall’Ucraina a Gaza, fino ad altri dimenticati – mostrano ogni giorno il fallimento di questa logica.
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università chiede una cosa semplice e radicale: che la scuola resti uno spazio libero, capace di offrire strumenti critici, non narrazioni precostituite. Perché educare in tempo di guerra non significa preparare alla guerra, ma fornire gli strumenti per non subirla come destino.
Se non si apre ora un dibattito serio, il rischio è che una generazione cresca abituata all’idea che il conflitto sia permanente e che la risposta sia sempre militare. E allora il 4 novembre non sarà più una data da discutere, ma solo una tappa di un percorso già tracciato.
Commenti
Posta un commento