Salvare il mondo con lo sguardo: Elsa Morante, Pasolini e la responsabilità della parola
Salvare il mondo con lo sguardo: Elsa Morante, Pasolini e la responsabilità della parola
di Laura Tussi
Morante mescola poesia, invettiva, canto e profezia per costruire un’opera che sfugge a ogni classificazione, rifiutando la razionalità dominante e denunciando la civiltà della morte, del denaro e della sopraffazione. La “salvezza” evocata nel titolo non ha nulla di istituzionale o redentivo in senso tradizionale: è piuttosto una possibilità etica ed esistenziale, la scelta di resistere restando fedeli alla vita, all’amore, alla libertà interiore. Per questo il libro è visionario, eccessivo, scomodo, ma proprio per questo necessario. Ancora oggi parla con forza a chi rifiuta il cinismo e cerca, controcorrente, un’idea di umanità non riconciliata con l’ingiustizia.
La lettura di Pasolini
Pier Paolo Pasolini coglie con grande lucidità ciò che forse più di ogni altra cosa ha spiazzato critica e pubblico: l’irriconoscibilità dell’opera. Il libro della Morante non si lascia collocare, non risponde alle mode, non aderisce né alle chimere avanguardistiche né alle rassicurazioni dell’industria culturale. Proprio per questo viene accolto con un consenso tiepido, quasi amministrativo, che per Pasolini rappresenta la vera ingiustizia: non l’assenza di attenzione, ma l’incapacità di riconoscere l’eccezionalità di ciò che si ha davanti.
Quando Pasolini definisce Il mondo salvato dai ragazzini “addirittura un manifesto politico”, individua il cuore segreto dell’opera. La politica di Morante non passa attraverso l’ideologia né attraverso la militanza tradizionale, ma attraverso una radicale messa in discussione della civiltà moderna: la guerra, la bomba atomica, il consumismo, il desiderio di autodistruzione. Tutto questo è espresso con grazia, umorismo, gioia, categorie che risultano quasi incomprensibili in un tempo abituato a prendere sul serio solo ciò che è cupo, tecnico o aggressivamente “nuovo”. Eppure, sotto questa apparente leggerezza, il libro custodisce un fondo tragico e funebre, capace di dire il presente con una verità che scandalizza.
È proprio qui che il discorso sulla Morante e su Pasolini incontra il tema della comunicazione contemporanea. Viviamo in un’epoca in cui l’informazione non è più soltanto uno strumento di conoscenza, ma un vero e proprio campo di battaglia culturale e politico. Nell’era multimediale, la comunicazione plasma il consenso, orienta le coscienze e può diventare, a seconda dell’uso che se ne fa, veicolo di emancipazione oppure di dominio. La lezione della Morante appare allora di straordinaria attualità: usare parole che non siano addomesticate, non funzionali al potere, non riducibili a merce.
Il nodo della comunicazione
In questo scenario, i movimenti pacifisti, ambientalisti e sociali sono chiamati a una sfida decisiva: trovare forme di comunicazione capaci di raggiungere il maggior numero possibile di persone senza cedere alle logiche della semplificazione, della propaganda o del mercato. La democrazia, infatti, non è mai un dato acquisito, ma richiede il coinvolgimento attivo dei cittadini e la responsabilità di portare le proprie posizioni nello spazio pubblico.
I centri di potere lo sanno bene. Lobby finanziarie, grandi gruppi economici e forze politiche investono da tempo nella comunicazione, fino a monopolizzarla. In Italia questa dinamica è particolarmente evidente: la comunicazione socio-istituzionale appare sempre più filogovernativa e allineata alle scelte dell’esecutivo. La narrazione della guerra in Ucraina ne è un esempio emblematico, con la progressiva marginalizzazione delle voci critiche e pacifiste.
Da qui nasce l’urgenza di modelli comunicativi alternativi e creativi, capaci di intercettare anche quelle fasce di popolazione – in particolare i giovani – che oggi appaiono distanti o disilluse. Esperienze come quelle dei video spot “Salviamolo, salviamoci!” si collocano in questo solco: tentativi di restituire alla parola e all’immagine una funzione critica, non anestetizzante, capace di denunciare il nucleare, la crisi climatica, le migrazioni forzate, lo smantellamento della sanità pubblica, le morti sul lavoro, la violenza patriarcale e le nuove forme di violenza sociale come il bullismo e il cyberbullismo.
Come nel libro della Morante, anche qui la comunicazione non è neutrale. È una scelta etica. È decidere se le parole servano a coprire il mondo o a smascherarlo. Il mondo salvato dai ragazzini ci ricorda che solo uno sguardo non riconciliato con la violenza può ancora salvare qualcosa. E che la parola, quando è vera, resta uno degli ultimi strumenti di resistenza contro la barbarie.
Un equilibrio mai del tutto raggiunto
La democrazia, infatti, non è mai un dato acquisito: essa richiede il coinvolgimento attivo dei cittadini e impone la responsabilità di portare le proprie posizioni all’attenzione del maggior numero possibile di persone. Questo, purtroppo, lo sanno bene anche i potenti del nostro tempo: le lobby finanziarie, i grandi gruppi economici, i partiti politici – di governo e non – che da tempo investono massicciamente nella comunicazione, fino a monopolizzarla. Non è un caso che oggi la narrazione dei temi sociali, economici e geopolitici sia sempre più appannaggio dei centri di potere, con un’informazione spesso piegata a interessi di parte. In Italia, questa dinamica appare particolarmente evidente.
La comunicazione socio-istituzionale risulta sempre più apertamente filogovernativa e allineata alle scelte dell’esecutivo. La guerra in Ucraina ne è una dimostrazione lampante: una narrazione univoca, semplificata e militarizzata ha occupato lo spazio pubblico, marginalizzando le voci critiche, pacifiste e alternative. Per questo riteniamo urgente la creazione di modelli comunicativi nuovi, alternativi e creativi. Occorre sperimentare linguaggi diversi, anche fantasiosi, capaci di intercettare fasce di popolazione che oggi appaiono distanti o riluttanti rispetto ai temi socio-istituzionali, in particolare una parte consistente delle giovani generazioni. Con Fabrizio Cracolici, attivista e videomaker, abbiamo iniziato, nel nostro piccolo ambito di impegno sociale e culturale, a utilizzare modalità comunicative diversificate. Nel nostro spazio di azione cerchiamo di dialogare con i social network anche attraverso video spot che raccontano, denunciano e analizzano le criticità e le minacce emergenti che incombono sull’intera umanità. Da questa esperienza è nata una serie di video spot intitolata “Salviamolo, salviamoci!”, con l’intento di aprire una riflessione non solo sui contenuti, ma soprattutto sui modi di comunicare. Vogliamo stimolare un confronto: raccogliere opinioni sul nostro lavoro e, più in generale, sui linguaggi adottati dai movimenti sociali nel contesto contemporaneo. È importante sottolineare che i temi affrontati nei video spot sono gli stessi su cui lavoriamo da anni anche sul piano editoriale e culturale. Abbiamo scritto numerosi libri e partecipato a diversi progetti editoriali, curando testi, prefazioni, postfazioni e introduzioni.
Gli stessi temi di “Salviamoci, salviamolo!” attraversano inoltre gli articoli che personalmnete scrivo per FarodiRoma e altri siti online e ambiti editoriali indipendenti, svincolati dal sistema mercificato dell’informazione. Si tratta di spazi animati da piccoli editori che continuano a credere nell’indipendenza della comunicazione e nel valore critico della parola scritta.
I video spot – realizzati grazie al videomaker Fabrizio Cracolici – affrontano in modo diretto alcune delle principali emergenze che affliggono il pianeta e l’umanità intera. Tra queste, la denuncia del nucleare, sia civile sia militare, e dell’arsenale atomico tuttora attivo nel mondo. Centrale è anche il tema della crisi climatica, aggravata dalle emissioni inquinanti di origine antropica: il messaggio è chiaro, abbiamo una sola Madre Terra e abbiamo il dovere di prendercene cura. Questa congiuntura segnata da diseguaglianze, conflitti, ingiustizie sociali e assenza di equità genera migrazioni forzate di milioni di esseri umani, spesso costretti a fuggire da guerre imposte dalle logiche di potere dell’Occidente. A ciò si aggiunge la progressiva erosione della sanità pubblica, minacciata da continui tagli che colpiscono i più fragili, i malati e i sofferenti. Per questo rivendichiamo una sanità pubblica efficiente, universale e realmente accessibile. Altro nodo cruciale è quello delle cosiddette “morti bianche”, che sono in realtà veri e propri omicidi sul lavoro, frutto dello sfruttamento, della precarietà e della subordinazione del lavoratore al profitto. Una violenza strutturale che si manifesta anche attraverso il dominio patriarcale, sessista e maschilista, responsabile della violenza contro le donne, e che assume nuove forme nelle dinamiche del bullismo e del cyberbullismo che colpiscono le giovani generazioni. Il nostro obiettivo è fermare ogni forma di violenza: da quella che affonda le radici nella società patriarcale a quella imposta dal fascismo e dallo squadrismo, che non sono scomparsi con il 25 aprile 1945, ma continuano ancora oggi a colpire gli ultimi della Terra. In questo contesto, la comunicazione non è neutrale: è uno strumento di responsabilità collettiva, di resistenza culturale e di costruzione di un futuro più giusto, umano e pacifico.
VIDEO. I giovani salveranno l'umanità
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