Ghedi, nucleare e silenzi istituzionali: ignorato un rischio gravissimo nel cuore del Paese
Ghedi, nucleare e silenzi istituzionali: ignorato un rischio gravissimo nel cuore del Paese
Secondo quanto evidenziato nell’atto, nella base di Ghedi sarebbero stoccate testate nucleari statunitensi nell’ambito degli accordi di nuclear sharing della Nato, in un contesto che espone i cittadini a rischi potenzialmente catastrofici. Il parlamentare richiama l’attenzione sul fatto che «la concentrazione di armamenti nucleari in un’area densamente popolata e classificata come zona sismica solleva gravi interrogativi sulla sicurezza della popolazione civile».
A rendere il quadro ancora più critico è il recente potenziamento infrastrutturale dell’oleodotto Nato diretto a Ghedi, funzionale – come riportato dalla stampa – al crescente fabbisogno dei caccia F-35. Un rafforzamento che conferma la centralità strategica della base, senza che a questa corrisponda un rafforzamento delle tutele civili e dei piani di emergenza.
L’interrogazione denuncia infatti una grave carenza sul fronte dell’informazione preventiva. Come sottolinea Dori Devis di AVS, «i cittadini residenti nelle vicinanze della base di Ghedi non conoscono le misure di protezione, come le procedure di evacuazione o la profilassi con iodio, da adottare in caso di emergenza nucleare». Un vuoto che contrasta apertamente con la direttiva Euratom 2013/59, recepita nell’ordinamento italiano, che impone agli Stati membri di rendere pubblici i piani di emergenza e di garantire una corretta informazione alla popolazione.
Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di una questione democratica. L’assenza di trasparenza, unita alla rimozione sistematica del tema dal dibattito pubblico, trasforma il rischio nucleare in un problema invisibile, sottratto allo sguardo dei cittadini che ne sarebbero le prime vittime.
Nell’atto parlamentare viene inoltre chiesto se il Governo intenda valutare l’avvio del processo di adesione dell’Italia al Trattato di proibizione delle armi nucleari. Un passaggio che segnerebbe una discontinuità netta rispetto alla logica della deterrenza e della militarizzazione, restituendo centralità al diritto alla vita, alla sicurezza e alla pace.
La questione di Ghedi non riguarda solo una base militare, ma interroga il rapporto tra Stato e cittadini, tra sicurezza militare e sicurezza umana. Continuare a ignorarla significa accettare che intere comunità vivano all’ombra di un rischio estremo senza essere informate, preparate, tutelate. E questo, in uno Stato di diritto, non può essere considerato accettabile.
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