La bomba rimandata: le carceri ISIS in Siria e la prossima crisi europea
di Antonio Evangelista
Nord-Est della Siria: una minaccia strategica diretta per
l’Europa
Un problema rinviato che torna a esplodere
Quello che sta accadendo nel Nord-Est della Siria non è una
semplice evoluzione della guerra civile siriana, né un episodio marginale di
instabilità regionale. È la riapertura deliberata di un fronte jihadista che
l’Occidente aveva dichiarato chiuso troppo in fretta, e che ora rischia di
riversarsi direttamente nelle strade europee.
Le operazioni militari in corso indicano una riattivazione
controllata del dossier ISIS come leva strategica. Le forze riconducibili al
Governo Provvisorio di Damasco, affiancate da milizie tribali e da elementi
irregolari con storici collegamenti jihadisti, stanno avanzando nelle aree
precedentemente controllate dall’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della
Siria (AANES).
Nonostante gli annunci di cessate il fuoco e di integrazione
delle Syrian Democratic Forces (SDF), la realtà sul terreno racconta altro:
nessuna stabilizzazione, ma una pressione sistematica su nodi sensibili del
dispositivo di sicurezza, in particolare le carceri e i campi di detenzione
dell’ISIS.
Le prigioni dell’ISIS: obiettivo, non danno collaterale
Le rivolte, le evasioni e il progressivo collasso delle
strutture di detenzione di al‑Shaddadi, al‑Aqtan e delle aree connesse ai campi
di al‑Hol e al‑Roj non possono essere liquidate come incidenti. Le modalità
operative — assedi, interruzione di acqua ed elettricità, bombardamenti
selettivi, ritirata delle forze di guardia — indicano una intenzionalità
chiara: smantellare il sistema di contenimento dei jihadisti.
Il risultato è la dispersione di migliaia di detenuti ad
altissimo rischio, tra cui:
- veterani
dell’ISIS con esperienza di combattimento;
- quadri
intermedi e figure di comando;
- centinaia
di foreign fighters europei.
Si tratta di soggetti che non rientrano nella categoria del
“reduce sconfitto”, ma in quella del combattente sopravvissuto, temprato dalla
clandestinità, dalla detenzione e da anni di guerra asimmetrica.
Il fallimento del modello post‑Califfato
Dal 2019, la gestione dell’ISIS si è basata su una finzione
strategica: detenere migliaia di jihadisti senza processo, senza soluzione
politica e senza assumersi la responsabilità delle conseguenze. Un equilibrio
fragile fondato su quattro pilastri ormai crollati:
- controllo
territoriale delle SDF;
- detenzione
extragiudiziale dei combattenti;
- gestione
dei campi familiari senza de‑radicalizzazione;
- rifiuto
europeo e internazionale del rimpatrio.
La rottura di questo sistema non produce vuoto, ma movimento.
E nel jihadismo il movimento è rigenerazione.
L’Europa davanti allo specchio: il ritorno dei reduci
Alcune cifre aiutano a comprendere la dimensione reale del
fenomeno:
Il rischio per l’Europa non è astratto né futuro. È concreto
e prossimo. L’Europa rischia di ritrovarsi una nuova generazione di reduci ISIS
sul proprio territorio: individui con passaporti europei, conoscenza delle
lingue, delle città, delle fragilità sociali.
Non necessariamente attentatori immediati, ma moltiplicatori
di instabilità:
- radicalizzatori
silenziosi;
- facilitatori
logistici;
- reclutatori
informali;
- attori
di violenza a bassa intensità.
Sono uomini e donne con competenze, collegamenti e rabbia.
Rabbia verso l’Occidente che li ha usati, abbandonati e poi dimenticati. Rabbia
che non ha bisogno di un Califfato territoriale per tradursi in azione.
Secondo stime consolidate di fonti ONU, coalizione
internazionale e intelligence occidentali:
- 8.000–10.000
combattenti ISIS risultano detenuti (o risultavano fino a poco tempo fa)
in circa una dozzina di strutture carcerarie nel Nord-Est della Siria;
- oltre
60.000 persone vivono nei campi di al-Hol e al-Roj, in larga parte donne e
minori, ma con una presenza significativa di ex combattenti e
facilitatori;
- tra
i detenuti, 1.500–2.000 sono foreign fighters europei, provenienti
soprattutto da Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Regno Unito e area
balcanica.
La perdita anche parziale del controllo su questo bacino
umano non produce un’emergenza simbolica, ma una massa critica di individui
radicalizzati potenzialmente in grado di riattivare reti jihadiste su scala
transnazionale.
Ignorare questa dinamica significa preparare il terreno a una
stagione di terrorismo diffuso, frammentato e difficilmente attribuibile,
esattamente il tipo di minaccia più complessa da prevenire.
Gli Stati Uniti e la responsabilità rimossa
In questo scenario, la posizione degli Stati Uniti appare
sempre più come una rimozione strategica della responsabilità. Washington ha
costruito il sistema di detenzione dell’ISIS delegandone la gestione alle SDF,
senza mai affrontare il nodo centrale: cosa fare, politicamente e
giuridicamente, di migliaia di jihadisti.
Il progressivo disimpegno americano dalla Siria nord‑orientale,
unito all’assenza di una linea rossa credibile sulla protezione delle carceri,
ha reso inevitabile il collasso. Le prigioni dell’ISIS non erano un problema
locale, ma una bomba a orologeria globale.
Oggi gli Stati Uniti continuano a trattare l’ISIS come un
dossier archiviato, intervenendo solo con raid mirati e comunicati
rassicuranti. Ma la realtà è che la minaccia non è stata eliminata: è stata
spostata.
E come spesso accade, verrà spostata verso l’Europa.
Conclusione – Un allarme strategico e una scelta obbligata
per l’Europa
Il Nord-Est della Siria rappresenta oggi uno snodo critico
della sicurezza euro-mediterranea. La crisi delle carceri ISIS non è un
problema umanitario né una questione residuale del conflitto siriano, ma un
moltiplicatore di instabilità strategica che rischia di proiettarsi
direttamente sul continente europeo.
Per l’Europa, il rischio non è solo il ritorno del terrorismo
organizzato, ma l’emergere di una violenza diffusa, frammentata e
ideologicamente resiliente, alimentata da reduci esperti, radicalizzati e
dotati di reti transnazionali.
Il silenzio politico occidentale, la rimozione della
responsabilità statunitense e l’assenza di una strategia condivisa sul destino
dei detenuti jihadisti hanno trasformato un problema contenibile in una
minaccia strutturale.
Cosa dovrebbe fare l’Europa
Finora l’Unione Europea ha scelto la strada più comoda:
lavarsene le mani. Ha rifiutato il rimpatrio sistematico dei propri cittadini
jihadisti, ha tollerato una detenzione extragiudiziale indefinita in Siria e ha
persino ipotizzato — in modo ufficioso — di scaricare il problema su Paesi
terzi, come la Giordania, ventilando la creazione di un tribunale
internazionale fuori dal perimetro europeo.
Questa non è una strategia. È una rimozione politica del
rischio.
Se l’Europa intende evitare che la crisi siriana si traduca
in una nuova stagione di instabilità interna, deve assumere alcune decisioni
non più rinviabili:
- Riprendersi
la responsabilità giuridica dei propri cittadini, avviando rimpatri
selettivi e processi penali nei Paesi d’origine, invece di delegare a
sistemi fragili e a contesti di guerra;
- Costruire
un meccanismo giudiziario europeo o euro-internazionale, sotto controllo
UE, evitando scorciatoie geopolitiche che trasferiscono l’onere su Stati
già sotto pressione come la Giordania;
- Rafforzare
intelligence, cooperazione giudiziaria e monitoraggio post-detentivo,
accettando che il rischio zero non esiste ma che il rischio non gestito è
sempre peggiore;
- Trattare
la questione ISIS come un dossier di sicurezza europea, non come un
fastidio esterno da confinare ai margini del Mediterraneo.
Continuare a rimandare significa accettare che la prossima
fase della minaccia jihadista si sviluppi fuori da ogni controllo politico,
alimentata da scelte mancate e responsabilità eluse.
Il punto non è più se l’Europa possa permettersi di agire, ma
se possa permettersi di non farlo.
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