Disarmo nucleare come risposta alle tensioni provocate dalle pretese egemoniche
L’anniversario: il TPNW come ancora giuridica. Il disarmo nucleare come risposta alle tensioni provocate dalle pretese egemoniche delle superpotenze
di Laura Tussi
Il TPNW trasforma la politica della forza in politica del diritto e della cura. Indica con chiarezza che la sicurezza non nasce dalla minaccia e dalla deterrenza, ma dalla cooperazione pacifica e dalla salvaguardia della vita umana e della natura. Disarmare, in questo senso, non significa soltanto smantellare testate nucleari, ma anche risanare i pensieri, le relazioni tra i popoli e il pianeta stesso.
Un cambiamento davvero urgente davanti alle tensioni internazionali provocate dalle pretese egemoniche delle superpotenze.
Il 2026 segnerà un ulteriore passaggio storico con la prima Conferenza di Riesame del Trattato, che si terrà dal 30 novembre al 4 dicembre presso la sede delle Nazioni Unite a New York, sotto la presidenza del Sudafrica. Nel frattempo, il numero degli Stati che hanno aderito al TPNW è cresciuto costantemente: oggi sono 75 gli Stati che hanno ratificato o aderito al Trattato e 94 quelli che lo hanno firmato complessivamente, di cui 19 non hanno ancora completato la ratifica.
Questi numeri raccontano una realtà spesso oscurata dal dibattito pubblico. Quasi la metà dei Paesi membri dell’ONU ha già intrapreso passi formali verso il disarmo nucleare, mentre le potenze atomiche e i Paesi della NATO restano fuori dal Trattato, accentuando il loro isolamento politico e morale. È soprattutto il Sud Globale – Africa, America Latina e Sud-est asiatico – a trainare questa rivoluzione giuridica, mostrando che un altro paradigma di sicurezza è possibile.
La premessa: la deterrenza come genocidio programmato
Tra tutti i problemi che l’umanità si trova ad affrontare, quello nucleare è forse il più sottovalutato e il meno raccontato dai media, eppure è l’unico capace di annullare tutti gli altri in pochi minuti. Occorre avere il coraggio di chiamare la deterrenza con il suo vero nome: un genocidio programmato.
Mantenere la deterrenza significa accettare che, in nome di una presunta sicurezza, miliardi di esseri umani e l’intero ecosistema terrestre siano tenuti in ostaggio. Significa convivere con la possibilità di una distruzione indiscriminata che non lascerebbe né vincitori né vinti. La sottovalutazione di questo rischio nasce da una pericolosa assuefazione: da decenni viviamo sotto l’ombrello atomico e questa “pace armata” ha prodotto l’illusione che l’arma nucleare non verrà mai usata, trasformando ogni giorno di deterrenza in una scommessa sulla fine del mondo.
A questo si aggiunge una delega sempre più inquietante alla tecnologia. Con l’integrazione dell’intelligenza artificiale e dei missili ipersonici, la decisione di scatenare una catastrofe nucleare potrebbe sfuggire persino al controllo umano, affidata ad algoritmi che non conoscono né il valore della vita né la misura della sofferenza. Nel frattempo, l’ingiustizia strutturale diventa evidente: risorse immense vengono investite per ammodernare strumenti di morte, mentre vengono sottratti fondi alla lotta contro la fame, alla dignità sociale, alla cura delle persone e alla risposta alla crisi climatica.
Lo scenario: un’emergenza tecnologica e politica
La sfida nucleare del 2026 è profondamente diversa da quella del passato. Non ci troviamo più soltanto di fronte a un equilibrio del terrore tra grandi potenze, ma a un contesto segnato da un rapido ammodernamento degli arsenali, alimentato da progressi tecnologici che corrono più veloci della diplomazia e della politica.
I sistemi ipersonici e l’intelligenza artificiale riducono i tempi di decisione e aumentano il rischio di errori irreversibili. I conflitti regionali, sempre più interconnessi, compongono quella che è stata definita una “guerra mondiale a pezzi”, con il pericolo concreto che queste fratture si saldino in uno scontro generale. A tutto questo si somma una crisi profonda del diritto internazionale, con un crescente disprezzo per le regole nate dopo la Seconda Guerra Mondiale proprio per impedire il ripetersi dell’orrore.
In questo quadro, la deterrenza non appare più come un equilibrio stabile, ma come un meccanismo fragile e instabile, esposto a escalation incontrollabili e a decisioni prese da élite sempre meno responsabili e sempre più distanti dai bisogni reali dei popoli.
Il compito del presente: disarmare per salvare il futuro
Il TPNW rappresenta oggi l’unica vera ancora giuridica e morale capace di offrire una via d’uscita da questa spirale. Non è un’utopia astratta, ma uno strumento concreto che afferma il primato della vita sul potere distruttivo. La sua forza risiede anche nella capacità di restituire centralità alla società civile, ai movimenti per la pace, alle comunità che rifiutano di vivere sotto la minaccia permanente dell’annientamento.
Disarmare significa assumersi una responsabilità verso le generazioni future, ma anche verso quelle presenti, già segnate da guerre, disuguaglianze e crisi ambientali. Il quinto anniversario del TPNW non è solo una ricorrenza simbolica: è un richiamo urgente all’azione, alla costruzione di un’Europa e di un mondo disarmati e disarmanti, capaci di scegliere la cooperazione al posto della paura e la cura al posto della distruzione.
Nota: Hiroshima devastata dalla bomba atomica del 6 agosto 1945. Scrive Carlo Rovelli: “Le armi nucleari sono state usate in guerra solo due volte, a qualche giorno di distanza una dall’altra. Entrambe usate dagli Stati Uniti. La decisione che ha portato a usarle è stata sete di potere e, ancora una volta, un errore di valutazione. La guerra stava finendo. Le Divisioni tedesche erano state distrutte, in massima parte dall’Armata Rossa dell’Unione Sovietica. Il Giappone era stato ricacciato, principalmente dalla People’s Army Cinese. fuori dalla gran parte dei territori che aveva occupato. La Germania si era arresa. Cosa essenziale che non si dice mai: il Giappone stava ripetutamente cercando di trattare una resa dignitosa. La maggior parte delle guerre nella storia sono finite quando uno dei contendenti chiede di arrendersi. Si negozia la pace”.
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