Venezuela, Groenlandia, Cuba e chi altro ancora?

 

Venezuela, Groenlandia, Cuba e chi altro ancora? 



Un tempo esistevano gli stati canaglia, i nemici giurati dell'Occidente che spesso erano stati amici e alleati coccolati oltre ogni limite, oggi la strategia di Donald Trump è senza dubbio più grossolana ma senza dubbio efficace avvalendosi di un documento strategico ove si dice chiaramente che gli Usa devono fare tutto il possibile per avvantaggiarsi rispetto a ogni altro paese, inclusi quindi l'attacco militare, il boicottaggio e l'occupazione in barba a quanto resta del diritto internazionale.

Ma prima di addentrarci nell’analisi delle dichiarazioni di Trump, ricordando che dopo la cattura di Maduro le manifestazioni di massa in Venezuela, per ammissione dei giornalisti occidentali, sono state solo quelle di protesta contro gli Usa e di sostegno alla Repubblica Bolivariana.

Per questo Trump minaccia un secondo, e risolutivo, intervento militare qualora Caracas non ceda la gestione del suo greggio agli Usa. E del resto il documento strategico della Casa Bianca annunciava gli interventi militari statunitensi attraverso anche la esaltazione della cultura della forza come strumento indispensabile per affermare la supremazia Usa

Vogliamo  reclutare, addestrare, equipaggiare e schierare  l'esercito  più  potente,  letale e  tecnologicamente  avanzato  al  mondo  per  proteggere  i  nostri interessi, determinare le guerre e, se necessario, vincerle  rapidamente e con  decisione,  con  il  minor  numero  possibile  di  perdite  per le nostre forze.  E  vogliamo  un  esercito  in  cui  ogni  singolo  membro sia  orgoglioso  del  proprio  Paese  e  fiducioso  nella  propria  missione.

La forza è il miglior deterrente. Paesi o altri attori sufficientemente dissuasi dal minacciare gli interessi americani non lo faranno 8 Machine Translated by Google SW. Inoltre, la forza può consentirci di raggiungere la pace, perché le parti che rispettano la nostra forza spesso cercano il nostro aiuto e sono ricettive ai nostri sforzi per risolvere i conflitti e mantenere la pace. Pertanto, gli Stati Uniti devono mantenere l'economia più forte, sviluppare le tecnologie più avanzate, rafforzare la salute culturale della nostra società e schierare l'esercito più capace al mondo.

Tra i tanti commenti pubblicati sui fatti latino-americani, ne abbiamo trovato uno di Vincenzo Scalia che spiega in estrema sintesi le premesse di questo ennesimo intervento militare

 

Sulla scia delle War on Drugs iniziate sotto l’amministrazione Nixon, si assiste a un mutamento della rappresentazione dell’America Latina, che costituisce il secondo elemento da approfondire. A sud del Rio Grande non allignano più perniciosi focolai di guerriglieri, bensì mercanti di morte senza scrupoli, che minacciano le fondamenta dell’American Way of Life a mezzo dell’importazione e della commercializzazione degli stupefacenti, magari introdotti attraverso la migrazione clandestina di massa. Che si manifesta anche attraverso le pandillas, ovvero le gang di origine latinoamericane che imperverserebbero nelle metropoli statunitensi. Xenofobia, legge e ordine, proibizionismo, si fondono in una combinazione stigmatizzante, che produce la nuova maschera dell’egemonia di Washington a sud del suo confine.

La lezione dell’Operazione Condor (da non confondere col Piano Condor) portata avanti anni prima in Messico, viene ignorata. All’inizio degli anni Settanta, sotto l’amministrazione Nixon, si era convinto il Governo messicano ad accogliere i funzionari della Dea per estirpare le piantagioni di cannabis situate oltre confine, a cui si approvvigionavano i commercianti e i consumatori di marijuana statunitensi. Il risultato era stato paradossale: si erano distrutte le colture, ma era rimasta in piedi la rete di commercializzazione e distribuzione, da cui erano sfociati i narcos messicani, pronti a smerciare la cocaina prodotta in Colombia. Inoltre, i contadini vittime dell’estirpazione della cannabis e delle altre colture tradizionali, non avevano trovato, di pari passo alle politiche di riaggiustamento strutturale, altra soluzione che quella di emigrare negli Usa. Presto seguiti da nicaraguensi, guatemaltechi e salvadoregni stremati da regimi e guerre civili alimentate da Washington. Clinton, nel 1999, decise di attuare il Plan Colombia nel paese andino. Bush junior ne seguì l’esempio otto anni dopo, col Plan Merida in Messico. Secondo uno schema consolidato: Dea, “consiglieri militari”, squadre speciali formate da tecnici statunitensi, estirpano le piantagioni potenzialmente tossiche anche radendo al suolo e saccheggiando interi villaggi, con buona pace dei diritti umani. Col solo scopo di ottenere consenso elettorale, e senza risolvere né la questione del consumo di sostanze in casa, né i problemi sociali ed economici dei paesi beneficiari di questi interventi.

Non essendo stato possibile riprodurre lo stesso schema in Venezuela, si è optato per accusare Maduro di minacciare la sicurezza statunitense proteggendo pericolosi narcotrafficanti venezuelani. Utilizzando un argomento che non è suffragato da alcuna agenzia internazionale, forza di polizia o governo. I politici latinoamericani invisi a Washington sono spogliati dello status di Capi di Stato e degradati all’etichetta di nemico, delinquente, alla guida di stati canaglia, come ebbe a dire Bush junior. Riecheggiano le riflessioni di Alessandro Dal Lago, quando teorizzava la sovrapposizione tra politiche penali e di guerra come la base dei conflitti globali contemporanei.

Nel caso di Maduro, agli stupefacenti, si è aggiunto il tema della corruzione governativa e della violazione dei diritti umani, che giustificherebbero l’intervento statunitense. Argomenti che – e questo aspetto costituisce il terzo elemento da approfondire – afferiscono alla sfera del lawfare, ovvero della delegittimazione dei governi in carica, se ostili a Washington, puntando il dito su una gestione dissennata delle risorse pubbliche, sul clientelismo, sugli abusi commessi dalle forze dell’ordine. Argomenti spesso strumentali, spesso forzati, che hanno fatto cadere i governi di Fernandez e Kirchner in Argentina, che hanno fruttato il carcere a Lula, che hanno rovesciato gli esiti elettorali in Perù e in Bolivia. Sicuramente, i governi a cui ci riferiamo, incluso quello di Maduro, erano lontani dall’avere consolidato le strutture democratiche, né avevano risolto i problemi dei loro paesi. Rappresentavano però il tentativo di attuare svolte politiche significative, allargando la partecipazione, tenendo conto dei diritti della popolazione indigena, facendo i conti con le dittature passate, redistribuendo, almeno in parte, la ricchezza. Se non di tentare di creare spazi di cooperazione economica comuni, fuori dal cono d’ombra dello zio Sam. E cercando partnership commerciali invise agli Usa, come la Cina e la Russia nel caso venezuelano. Dove le ingenti risorse petrolifere fanno sì che la posta in gioco, ancorché alta, sia particolarmente delicata, in quanto implica lo spostamento dei rapporti di forza tra le potenze.

Bombe Usa sul Venezuela: un crimine internazionale e un copione antico

 

A Epifania, pochissimi giorni dopo l’arresto di Maduro, le dichiarazioni di Trump non ammettono repliche parlando di caduta di Cuba, della Groenlandia (territorio danese) indispensabile per la sicurezza nazionale, arriva a considerare anche il Messico una minaccia per l'arrivo dei migranti in terra statunitense. Siamo davanti a dichiarazioni di guerra, alla esaltazione dell’apparato militar industriale Usa.

La guerra non viene più occultata ma diventa una sorta di vanto, Trump parla direttamente alla pancia dell'elettorato Usa, risponde ai dettami delle grandi multinazionali che rivendicano metalli rari e petrolio, il controllo dei flussi commerciali e il mantenimento della supremazia militare e geopolitica a stelle strisce.



Trump vuole la Groenlandia fin dal 2019, eppure stiamo parlando di un paese Nato (la Danimarca) che ospita la Pituffik Space, base militare Usa di fondamentale importanza per la difesa missilistica.

La dottrina Trump va ben oltre la Nato, la Groenlandia è un Paese ricco dei minerali critici con enormi riserve che fanno gola alle multinazionali Usa. Ma c'è anche un altro motivo a dettare l'interesse per questa area dimenticata ossia la presenza di navi russe e cinesi il che conferma la volontà di guerra degli Usa, qualora poi, causa riscaldamento climatico, i ghiacci dovessero ridimensionarsi sarebbe possibile una via di collegamento rapida verso Nord-ovest lungo la costa canadese e verso Nord-est sulla costa artica russa.

Controllare la Groenlandia significherebbe cingere di assedio tanto la Russia quanto la Cina. Ma  c’è anche un altro motivo economico: ampliando l'area di controllo degli Usa sul greggio (la ragione dell'arresto di Maduro) gli Usa mirano a controllare, senza mediazione alcuna, la produzione, la commercializzazione e il costo del petrolio. E dopo l'arresto di Maduro, intanto, i mercati gioiscono con i titoli del settore energetico saliti del 2,9 per cento rispetto all’indice S&P 500.

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