La Chiesa davanti alla Intelligenza artificiale
di Tiziano Tussi
Qualche appunto sull’enciclica papale di Leone XIV, appena licenziata dallo stesso. Per quanto mi riguarda un approccio che prende solo una piccola parte delle parole scritte dato che penso fondamentalmente che il Vaticano abbia un’influenza morbida a livello mondiale, cioè di diplomazia soffice anche se capace di farsi ascoltare senza poi esigere fatti di conseguenza. Ma in ogni caso una voce a volte utile per ristabilire equilibri politici andati spezzati. Ed anche le encicliche possono essere utili in tal senso. Alcuni scampoli.
La prima di Papa Leone XIV ha a cuore la questione informatica con le sue applicazioni nell’Intelligenza Artificiale (IA). “Il rischio non è solo che alcune tecnologie siano usate male, ma che il paradigma tecnocratico in cui siamo immersi, potenziato dalla rivoluzione digitale e dall’IA, faccia sembrare giusta e normale una visione antiumana, secondo cui la pienezza della vita consisterebbe nell’avere di più, nel ridurre la fragilità, eliminare l’imprevisto, controllare ogni cosa.
Quando l’efficienza diventa misura del valore, l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione e alla comunione.” (punto 112) Passaggi particolari interessanti e forieri di critica alla vulgata maggioritaria. Specialmente l’uso del verbo “ottimizzare” ci rende naturale e familiare la consistenza di questo aspetto critico. Così, come la chiusura di questo spicchio di scritto, nell’invito a socialità (avere relazioni) ed alla comunanza (comunione). Già lontano dalla frenesia dell’approccio computeristico ed informatico. “Anche ciò che cresce senza misura può diventare una forma di povertà. In un ecosistema, l’armonia si spezza quando una sola specie prolifera a scapito delle altre; nell’umano, accade lo stesso quando una facoltà pretende di farsi misura di tutto.
Così l’intelligenza, se assolutizzata, finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita: l’affetto, la volontà, la dedizione e la relazione. Il potere tecnico, se non viene bilanciato, non ci rende più capaci: ci rende più soli, e più esposti a logiche di dominio e di esclusione. Non si tratta certo di opporsi all’intelligenza, ma di ricordare che essa, quando si ripiega in sé stessa, dimentica di essere fatta per servire la vita e la persona umana.” (punto 113) Si insiste sul punto della partecipazione, delle potenzialità umane che vanno oltre l’intelligenza, artificiale o umana che sia. L’intelligenza deve servire “la vita e la persona umana.” Tratti tipici del cattolicesimo anche nelle sue dimensioni più integraliste.
Ma qui rischiarate da una spinta teorica, con ricadute pratiche, almeno si spera, evidentemente di controtendenza per ogni totalità di uso. “La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione.
La capacità di saperci prendere cura gli uni degli altri è una dimensione importante del nostro essere umani. Questa capacità si apprende e si perfeziona con l’esperienza. Leggere le fiabe a un bambino, fare compagnia a una persona anziana…”. (punto 114) Rivelatore è l’uso del termine “volto” che resta totalmente nella tradizione cattolica, anche di quella più consueta. La persona termine-aspetto-idea come fondazione di un corpo, di un volto (il volto di Cristo, la Sacra Sindone).
“Se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni. In nome del progresso si può arrivare a immaginare “sacrifici necessari”, e a far pagare ai più fragili il prezzo di una presunta ottimizzazione della specie. (punto 117)
Ecco una conseguenza ad un pensiero che si vuole ritenere, che alcuni ritengono, neutrale e/o oggettivo, l’annullamento di chi non ha nessuna capacità di offrire un sostegno resistente ed usufruibile per il funzionamento massiccio della tecnologia informatica.
Chi si oppone ad un radicale ordine tecnologico, nelle sue esistenze larvatamente umane. “Viktor Frankl (potremmo fare riferimento al suo Uno psicologo nei lager, ndr) diceva giustamente che nei momenti di orrore «siamo giunti a conoscere l’uomo come realmente è. Dopo tutto, l’uomo è quell’essere che ha inventato le camere a gas di Auschwitz; tuttavia è anche quell’essere che è entrato proprio in quelle camere a gas con la preghiera del Signore o lo Shemá Israel sulle labbra» (punto 121)” E si arriva naturalmente alle camere a gas.
Come si vede da questi pochi scampoli di passaggi, un pensiero che va controcorrente. Per l’esaltazione della conduzione umana delle cose. Indipendentemente dalla religione professata e da quel che accade. Qui compaiono due religioni, il cattolicesimo-cristianesimo e l’ebraismo. Bastino questi pochi passaggi. La derivazione di questa enciclica e la Rerum Novarum di Leone XIII nel 1891, il 15 maggio.
Questa di Leone XIV dopo esattamente 135 anni da quella, vuole ricalcare il cammino che quella stessa mise in moto, più o meno. Quel Papa scrisse tra l’altro nell’enciclica, questo: “… [è] di estrema necessità venir senza indugio con opportuni provvedimenti in aiuto dei proletari che per la maggior parte trovansi indegnamente ridotti ad assai misere condizioni.” Bella premessa che però abbisogna di aggiustamenti chiesastici. Si parte dalla critica ai Socialisti: “… che aizzando nei poveri l’odio dei ricchi, pretendono doversi abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mano del Municipio o dello Stato. ...[essi] credono così di avere radicalmente riparato il male. [] … il peggio si è che il rimedio di costoro è una patente ingiustizia, giacché diritto di natura è la proprietà privata.” E poi ancora si esalta il magistero della chiesa che sa mettere d’accordo le classi tra di loro. Bisogna rispettare il lavoro, orari dello stesso e il riposo domenicale che serve per andare in chiesa. Ad ognuno il proprio lavoro, differente come fatica, tra uomini, donne e bambini, anche se non dice a che età precisa debbano essere messi al lavoro i bambini. I padroni – così li chiama il papa – devono dare una giusta mercede.
Poi tutto procede con le frasi usuali di probità proletaria e di sana propensione delle classi ricche verso i poveri ecc. ecc. Certo non ci si può aspettare dalla massima carica della chiesa cattolica una concessione ad aspetto di tale fatta criticati con tecnica teorica socialista o comunista. Ogni dottrina che tende a sovvertire il delicato ordine sociale, ogni dottrina per di più atea, ben poco ha a che fare con la chiesa cattolica. In essa sono state eccezioni i tentativi di usare il marxismo per spiegare le dinamiche sociali. Naturalmente il pensiero va alla Teologia della Liberazione, tanto osteggiata da Papa Giovanni Paolo II.
Famoso resta il suo viaggio in Nicaragua sandinista quando redarguì pubblicamente il 4 febbraio 1983 Ernesto Cardenal, prete sandinista, ministro della cultura del governo sandinista, fissato come reprobo dal dito del papa all’aeroporto di Managua che gli ordinava di fare ammenda delle sue intemperanze politiche, di pentirsi. Insomma momenti minoritari nella chiesa, a volte osteggiati, a volte repressi, a volte sopportati, che non hanno mai avuto l’opportunità di potersi aprire un percorso convalidato di studio e di applicazione delle proprie teorie se non con grande sforzo e sempre in minorità.
Del resto basta scorre le note dell’Enciclica di papa Leone XIV per capire che resta tutto all’interno della chiesa, con pochissime aperture al mondo laico e che riprende nei riferimenti delle note i papi del 1900, sia quelli più aperti che quelli più chiusi e dogmatici.
Manca,
come al solito, la riflessione sulla questione del potere su questa terra, ma
ciò è spiegabile in ogni caso con il fondamento religioso che la vita deriva da
Dio, che questa vita deriva da Dio, che ogni vita deriva da lui e che quindi
ogni atteggiamento che l’umano può manifestare debba avere come riferimento l’assoluto
e perfetto Dio. Quindi Magnifica Humanitas in ogni caso. Anche se in
questi tempi ricordare comunque l’Humanitas resta un discorso che si eleva nei
confronti di uomini e volontà di potere di stati che continuano a combattersi
sul filo teso tra due sponde nude, avendo di sotto niente, una voragine. Uomini
e stati che non arrivano a concepire il senso del futuro, della felicità e
dello star bene.
Commenti
Posta un commento