La guerra è una pratica antica e feroce.
La verità è che, per quanto la chiamiamo “moderna”, la guerra è in realtà un fallimento dell’evoluzione umana, un ritorno a uno stato pre-razionale. “Benedire un carrarmato è una bestemmia” come afferma convintamente don Luigi Ciotti, fondatore di Libera e del Gruppo Abele.
Ci sono parole che creano danni più delle bombe, perché non uccidono i corpi ma il senso stesso della convivenza civile.
Benedire le armi è una di queste: un ossimoro sacro, un incenso gettato sul ferro, una preghiera capovolta.
Don Ciotti chiama bestemmia questo gesto religioso che pure ancora oggi viene compiuto perché dove c’è un’arma non può esserci Dio e dove c’è la guerra non può esserci benedizione.
Le armi non si consacrano, si smontano. Non si esaltano, si tacciono.
Non portano salvezza, ma giustificazioni.
Eppure, nel frastuono del mondo, qualcuno vorrebbe renderle sante per sentirsi giusto mentre sbaglia.
Allora la pace diventa un fastidio, la diplomazia una debolezza, la coscienza un accessorio.
Ma il Vangelo non ha mai avuto un grilletto, e Dio non ha mai parlato con il linguaggio dei cannoni.
La vera preghiera non benedice ciò che ferisce: maledice la logica che lo rende necessario e benedice invece chi prova a disarmarla.
Perché l’unica cosa che merita una benedizione è la vita.
Il resto, se porta morte, è solo rumore d’inferno travestito da sacro.
Eppure l’anno finisce così, con il mondo diviso in due o tre parti che non si parlano più. Anche se si parla molto di nuove tecnologie e di armi intelligenti, la realtà resta quella di sempre: uomini chiusi nelle trincee, nel fango delle pianure ucraine o tra le macerie di Gaza. Si attende una pace che non arriva, perché nessuno vuole cedere un pezzo di terra o rinunciare al proprio puntiglio.
A Oriente, il mare intorno a Taiwan è solcato da navi da guerra. Sembra che la politica sia diventata solo un calcolo di forze, una preparazione a un evento che tutti dicono di voler evitare ma che tutti alimentano. Si accumulano armi, si stringono patti per l’energia e per i minerali, come se la vita degli uomini dipendesse solo da queste materie inanimate.
Poi il clima che cambia, ma anche questo è diventato motivo di contesa e di scambio, una faccenda di soldi e di confini chiusi ai disperati.
In Europa i politici e i generali sono tornati a parlare con entusiasmo della guerra. Esortano i giovani a essere pronti al sacrificio, a morire per la patria, come se il tempo non avesse insegnato nulla. È una retorica vecchia, che sa di caserma e di un orgoglio maschile arcaico.
Eppure, si potrebbe fare diversamente. Esiste un modo di stare al mondo che non cerca la distruzione dell’altro. È l’idea della nonviolenza, che molto femminismo ha fatto propria: la consapevolezza che il conflitto fa parte della vita, ma la guerra no. La guerra è solo una pratica antica e feroce. Rifiutarla significa cercare un’altra strada, l’unica che possa davvero dirsi civile, per affrontare il futuro che ci aspetta.
Viviamo nell’era dell’intelligenza artificiale e dei viaggi spaziali, eppure il linguaggio del potere è tornato a essere quello, arcaico e brutale, delle trincee e dei confini tracciati col sangue. Serve un’analisi lucida che metta a nudo la “vecchiaia” delle soluzioni attuali a problemi che avrebbero bisogno di visioni radicalmente nuove.
Il paradosso del progresso
Occorre sottolineare il contrasto tra la “pulizia” della tecnologia e il “fango” della realtà. Vi è una sorta di disconnessione cognitiva: la guerra tecnologica viene venduta come chirurgica e asettica.
La realtà umana resta quella del 1914: corpi, macerie, freddo e una retorica del sacrificio che sembrava appartenere ormai solo ai libri di storia.
Questa spinta verso il riarmo trasforma ogni cosa, dal clima ai minerali, in un’arma o in una merce di scambio, svuotando l’esistenza umana del suo valore intrinseco per ridurla a variabile statistica.
La prospettiva della cura contro la logica del dominio
La nonviolenza e il femminismo sono centrali. Non si tratta solo di “buonismo”, ma di un cambio di paradigma filosofico e politico:
La logica patriarcale/arcaica vede il conflitto come un gioco a somma zero: per vincere io, tu devi essere annientato.
La logica della “cura” (spesso portata avanti dal pensiero femminista e nonviolento) riconosce che siamo tutti interdipendenti. In questo senso, la distruzione dell’altro è, in ultima analisi, un’auto-distruzione.
Rifiutare la guerra non significa negare che esistano interessi contrapposti, ma smettere di credere che la morte altrui sia lo strumento per risolverli. È la transizione dalla politica della forza alla politica della relazione.
Una domanda per il futuro
Mentre l’anno si chiude con queste ombre, la vera resistenza sembra risiedere proprio nella capacità di restare “civili” quando tutto intorno spinge verso la militarizzazione del pensiero.
NOTA. Un sacerdote asperge acqua benedetta su una fila di fucili davanti a giovani soldati: il simbolo di una fede usata per legittimare la guerra, dove la benedizione incontra il metallo della violenza e le coscienze restano in silenziosa attesa.
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