SABRA E SHATILA, BUCHA, NORD STREAM, NOVGOROD… LA SCENA DEL CRIMINE CHE NON TORNA
SABRA E SHATILA, BUCHA, NORD STREAM,
NOVGOROD… LA SCENA DEL CRIMINE CHE NON
TORNA
di Antonio Evangelista
Dalla “strage contraffatta” alle zone d’ombra di oggi
«A
Beirut furono le mosche a farcelo sapere.»
I corpi
— abbandonati nei viottoli dei campi per pochi giorni — entrarono rapidamente
nel ciclo naturale della decomposizione. Era il segno fisico che una strage
c’era stata, e che il tempo aveva già cominciato a fare il suo lavoro, mentre
orfani e vedove, soccorritori e giornalisti si aggiravano tra i cadaveri
coprendosi bocca e naso per sfuggire ai miasmi trasportati nell’aria da nugoli
di mosche. Mosche che “banchettavano” sui corpi, infastidendo i cronisti in
cerca di verità.
Così a
Beirut — noi volontari del Battaglione Carabinieri Paracadutisti Tuscania
— fummo accolti dall’odore dolciastro dei morti e dalla puzza stracciona dei
vivi, con sullo sfondo il rombo dei caterpillar che scavavano la fossa comune.
A Bucha,
invece, la scena raccontata dalle immagini solleva domande che vanno oltre il
“chi ha fatto cosa” e toccano il come e il quando. A Bucha i militari ucraini e
i giornalisti non si coprono la bocca e il naso per evitare miasmi e mosche,
nonostante cadaveri rimasti esposti per settimane nella pubblica via. Tutto
appare ordinato, preciso, inodore, allineato.
La via Jablonska e il fattore tempo
Il New York Times[1]
ha pubblicato immagini satellitari Maxar[2]
che collocano la presenza dei cadaveri lungo la via Jablonska verso la metà di marzo
2022[3].
Foto e video di terra – risalenti al primo aprile 2022 dopo la ritirata russa avvenuta
tra il 30 e 31 marzo – però mostrano corpi che, settimane dopo, non presentano ancora
i segni tipici del processo di decomposizione organica. Mostrano bene però i militari
– a un paio di metri di distanza – che spostano cadaveri tirandoli con dei cavi:
«lo fanno per controllare che i corpi non siano trappolati», riferiscono fact
checker ‘autorevoli’. Ma non sanno che una trappola esplosiva lancia schegge
mortali fino a duecento metri di distanza? Cosa stanno facendo in realtà?
Mettono, tolgono, spostano a favore di telecamera? A Sabra e Shatila nel
settembre 1982 c’erano i cadaveri trappolati… l’ordine tassativo era di non
toccare niente e nessuno, se un corpo era rinvenuto si chiamano gli artificieri
del 9º Btg d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”. Noi militari di leva dovevamo
solo isolare la zona mentre ci coprivamo bocca e naso per resistere ai miasmi e
agli insetti necrofagi che si posavano sulle salme e su di noi.
E invece a Bucha e tutto diverso:
- assenza evidente di insetti necrofagi e
morsi di animali
- assenza di liquidi biologici diffusi sul
suolo
- assenza di alterazioni compatibili con una
decomposizione avanzata
- assenza di protezioni sui militari che cercano
bombe sotto i cadaveri
Senza entrare nel merito delle responsabilità, il dato fisico
non appare coerente con la cronologia dichiarata.
L’ordine che non appartiene al caos
C’è poi la disposizione dei corpi. A Bucha i cadaveri
appaiono in fila indiana, ordinati lungo la carreggiata.
A Bucha, invece, la disposizione non racconta una fuga, ma un
allineamento, un ordine, una precisione innaturale che non appartiene al
panico, alla morte che insegue la vita. È una differenza che pesa.
L’assenza dei segni materiali
Attorno ai corpi, le immagini mostrano assenze che
colpiscono:
- niente evidenti pozze di sangue
- niente bossoli in prossimità
- niente tracce biologiche diffuse
- niente segni di intervento animale
La questione non è solo “chi”, ma “come”
DAL CASO BUCHA AL PRESENTE: LA ZONA D’OMBRA DELLE
NEGAZIONI
Negazione, silenzi, versioni che si sovrappongono: e la
cronaca più recente del presunto attacco alla residenza del presidente della
Russia riporta alla mente dinamiche già viste.
Il presidente ucraino che si augura la morte di quello russo
e pochi giorni dopo l’attacco, presunto, di cui stanno uscendo le prime
evidenze ignorate dall’informazione ufficiale. Un ‘deja vu’ che ricorda
l’attentato al Nord Stream annunciato, anche in questo caso, da Joe Biden e
Victoria Nuland. Ma Kiev, l’Unione Europea, i volenterosi e l’informazione
ufficiale… negano ogni coinvolgimento ucraino nell’attacco di droni contro la
residenza del presidente russo. È una smentita netta, che però si innesta in
una sequenza di precedenti nei quali la prima versione ufficiale è stata poi
affiancata — o messa in discussione — da elementi emersi successivamente.
Il caso Bucha ha mostrato quanto la scena fisica possa non
coincidere con la narrazione temporale. E oggi, su un altro piano, torna a
emergere il tema delle zone d’ombra operative già viste per il sabotaggio del
gasdotto russo Nord Stream.
Nord Stream: quando i dettagli emergono dopo
Il 26 settembre 2024 il quotidiano danese Politiken ha
riportato nuove informazioni sull’area del sabotaggio ai gasdotti Nord Stream.
Secondo quanto riferito, una nave da guerra statunitense — la USS Kearsarge,
unità d’assalto anfibio classe Wasp — operava nel Mar Baltico nei giorni
precedenti l’esplosione del gasdotto.
La fonte è John Anker Nielsen[4],
capitano del porto dell’isola di Christiansø, vicino a Bornholm. Nielsen ha
dichiarato di aver deciso di parlare degli eventi del settembre 2022 nonostante
inizialmente gli fosse stato “vietato”. A suo racconto, la nave della Marina
USA operava con i transponder spenti nella regione a est di Bornholm.
Presumendo un’emergenza, Nielsen aveva avviato un intervento di soccorso;
giunti sul posto, i soccorritori avrebbero trovato proprio la nave
statunitense, e dal comando sarebbe arrivato l’ordine di rientrare.
E oggi le indagini tedesche indicano responsabilità ucraine
nel sabotaggio del gasdotto russo che nell’immediatezza dell’attentato
terroristico fu attribuito alla Russia in una logica che apparve subito
incomprensibile e inverosimile. Ma così fu.
Sono informazioni giornalistiche, non verdetti giudiziari. Ma
indicano una distanza significativa tra la versione immediata e gli elementi
che emergono col tempo.
Il filo rosso: la “prima versione”
Quando immagini e cronologia non concordano, quando presenze
operative emergono dopo, quando le smentite precedono nuovi dettagli, il dovere
del giornalismo non è scegliere una bandiera, ma tenere aperta la domanda.
Perché, nelle guerre contemporanee, la verità completa arriva
spesso dopo che la narrativa ha già fatto il suo corso.
Intanto registriamo che il 2026 in Russia comincia con un Capodanno
insanguinato dai droni ucraini che avrebbero, per ora, causato la morte di
almeno 24 persone e il ferimento di una cinquantina di cittadini nella città di
Jorly nella provincia di Kherson, sulla costa del Mar Nero, dove un hotel e una
caffetteria sono stati bombardati mentre decine di persone stavano festeggiando
il Capodanno. Per ora si contano almeno 24 morti fra cui un bambino e il
ferimento di una cinquantina di civili presenti nei locali.
Aspettiamo con ansia i pronunciamenti dell’informazione
‘libera’ e del ministero della verità.
Commenti
Posta un commento