Una vecchia intervista per ragionare ancora sulla Legge Basaglia

 “La follia è una domanda di aiuto che non sappiamo accogliere”. 

di Laura Tussi




“La follia è una domanda di aiuto che non sappiamo accogliere”. Con l’intervista a Costanzo, Basaglia ci ha costretto a guardare in faccia ciò che preferivamo non vedere. Senza dignità, senza libertà, senza relazione, non può esistere alcuna cura.

Franco Basaglia è stato molto più di uno psichiatra. È stato un pensatore radicale, un intellettuale militante, un uomo che ha messo in discussione il cuore stesso del rapporto tra società, potere e follia, sostenendo per primo che  “non si può curare qualcuno togliendogli la dignità”, come avveniva nei manicomi.




A più di quarant’anni dalla sua morte, il suo nome continua a dividere, a interrogare, a provocare. Eppure, per comprendere davvero il senso della cosiddetta “rivoluzione basagliana”, occorre tornare alle sue parole, al modo in cui egli stesso definiva il suo lavoro e il significato della follia.

Uno dei documenti più chiari e diretti del suo pensiero resta l’intervista concessa a Maurizio Costanzo nel 1978, in un momento cruciale della storia italiana: pochi mesi dopo l’approvazione della legge 180 del 1978, la legge che avrebbe avviato la chiusura dei manicomi. Un documento che pubblichiamo qui sotto.

In quell’intervista Basaglia non parla come un ideologo, ma come un uomo che ha attraversato i luoghi dell’esclusione e ne ha visto la violenza quotidiana. In queste parole è già contenuto il cuore del pensiero basagliano. La follia non è un oggetto estraneo da isolare, ma una possibilità umana. La normalità non è uno stato naturale, ma una condizione costruita socialmente. Il manicomio non è un luogo di cura, ma un’istituzione totale che annulla l’individuo.

Basaglia maturò queste convinzioni a partire dall’esperienza diretta. Quando nel 1961 arrivò al manicomio di Gorizia, trovò reparti chiusi, pazienti legati ai letti, corpi sedati, vite sospese. Da lì nacque una pratica nuova: aprire i reparti, abolire le contenzioni, restituire parola e nome ai ricoverati. Non fu un gesto simbolico, ma un atto politico nel senso più profondo del termine.

Nel suo pensiero il sapere psichiatrico non è mai neutro. Ogni diagnosi, ogni pratica, ogni istituzione porta con sé una quota di potere. Per questo Basaglia insisteva sul rischio che la medicina diventasse uno strumento di controllo sociale, soprattutto nei confronti dei più fragili, dei devianti, dei poveri.

La legge 180 rappresentò il punto di arrivo di questo percorso, ma non la sua conclusione. Basaglia stesso era consapevole che la chiusura dei manicomi non bastava. Senza servizi territoriali, senza una rete di cura, senza un cambiamento culturale profondo, il rischio era quello di spostare semplicemente il problema.

Negli anni successivi, il dibattito attorno alla sua eredità è rimasto acceso. C’è chi vede nella riforma un atto di civiltà senza precedenti e chi ne sottolinea le criticità applicative. Ma al di là delle valutazioni, una cosa appare indiscutibile: Basaglia ha costretto la società italiana a guardare in faccia ciò che preferiva non vedere.

Il suo lascito non è solo una legge, ma una domanda ancora aperta: che cosa facciamo della sofferenza mentale? La rinchiudiamo, la medicalizziamo, la ignoriamo, o proviamo a riconoscerla come parte della nostra comune umanità? Basaglia non ha mai offerto risposte semplici. Ha però indicato una direzione: senza dignità, senza libertà, senza relazione, non può esistere alcuna cura.

La sua frase – «non si può curare qualcuno togliendogli la libertà» – è una sintesi potente non solo di una riforma psichiatrica, ma di una visione dell’uomo, della cura e della responsabilità etica della società. Commentarla significa attraversare filosofia, medicina, diritto e politica, perché Basaglia parla della cura come relazione, non come dominio.

Una diagnosi non giustifica la privazione dei diritti 

Basaglia rovescia l’idea tradizionale secondo cui la sofferenza mentale giustificherebbe la sospensione dei diritti. Per lui, la libertà non è un premio da concedere dopo la guarigione, ma una condizione necessaria perché la guarigione sia possibile.

Hannah Arendt, riflettendo sulla dignità umana, scrive: «La libertà non è mai un fatto privato: esiste solo nello spazio tra gli uomini». Togliere la libertà a chi soffre significa espellerlo da quello spazio umano condiviso. Non è più un soggetto, ma un oggetto di gestione. Basaglia denuncia proprio questo passaggio: quando la cura diventa custodia, smette di essere cura.

Michel Foucault, nella Storia della follia, ha mostrato come l’istituzione manicomiale nasca meno da esigenze terapeutiche che da bisogni di ordine sociale: «La follia è stata rinchiusa non perché fosse malattia, ma perché disturbava». Basaglia raccoglie questa eredità critica e la rende pratica clinica e politica. La sua frase denuncia una verità scomoda: spesso ciò che viene chiamato “cura” è in realtà esercizio di potere, normalizzazione forzata, silenziamento della differenza. In questo senso, togliere la libertà non è un effetto collaterale della cura, ma la sua negazione.

Nessuna persona è la sua malattia 

La psichiatria istituzionale ha a lungo identificato l’individuo con la sua diagnosi. Basaglia rompe questo automatismo: prima del disturbo c’è una persona, con una storia, un corpo, una voce. Emmanuel Lévinas afferma: «L’altro non è ciò che posso comprendere, ma colui verso cui sono responsabile». Curare, allora, non significa correggere l’altro, ma rispondere alla sua vulnerabilità senza annullarne l’alterità. La libertà è il segno concreto di questo riconoscimento: senza libertà non c’è incontro, solo amministrazione del disagio.

Basaglia non parla solo ai medici, ma alla società intera. Se non si può curare senza libertà, allora il problema non è solo clinico, ma politico e sociale. La sofferenza mentale non può essere espulsa in luoghi chiusi per tranquillizzare i “normali”. Albert Camus scrive ne L’uomo in rivolta: «Dare un nome sbagliato alle cose contribuisce alle disgrazie del mondo». Chiamare “cura” la privazione della libertà significa occultare una violenza. Basaglia restituisce alle parole il loro peso morale: o la cura è emancipazione, oppure è una forma raffinata di esclusione.

La forza della frase di Basaglia sta nella sua attualità. Ogni volta che una società risponde al disagio con la reclusione, con l’isolamento, con la sospensione dei diritti in nome della sicurezza o dell’efficienza, quella frase torna a interrogare: stiamo curando o stiamo solo allontanando ciò che ci inquieta?

Simone Weil lo aveva intuito con radicalità: «L’oppressione rende folli, non la follia a rendere oppressi». Basaglia, con parole più semplici ma non meno rivoluzionarie, ci ricorda che la libertà non è un lusso terapeutico, ma il fondamento stesso di ogni cura autentica. Dove la libertà viene negata, può esserci controllo, contenimento, ordine. Ma non guarigione.

Trascrizione integrale dell’intervista di Maurizio Costanzo a Franco Basaglia

Ma lei sa che ci sono ancora molti suoi colleghi che pensano invece che si debba insegnare quello che insegnavano a lei?

Il problema è che noi medici, e tutti i professionisti, hanno un grosso problema: i due poli di una contrapposizione, il sapere e il potere nella medicina. Bisogna vedere quanto il medico usa il suo sapere come potere e viceversa. Quanto il medico risponde ai bisogni di chi cura e all’inverso quanto usa il sapere per reprimere.

Professor Basaglia, che cos’è la follia?

Il problema della normalità e della follia è un problema che ha agitato sempre l’uomo e il mondo. Bisogna vedere quale normalità e quale follia. Questo è il problema.

Qual è la normalità per lei?

È la situazione nella quale noi ci troviamo, chiusi nella società nella quale viviamo, nel sistema sociale nel quale viviamo.

Quindi la follia sarebbe…

La follia è una condizione umana. In noi c’è tanto la follia quanto la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, mentre invece tende a rifiutare la follia, a rinchiuderla, a escluderla.

Lei ha sempre combattuto contro il manicomio.

Il manicomio è il luogo dove la persona perde la sua identità. Entra una persona, esce un numero. Il manicomio non cura, custodisce. È un luogo di violenza istituzionale, anche quando è animato dalle migliori intenzioni.

Ma qualcuno sostiene che il manicomio servisse a proteggere la società.

La società si protegge da ciò che non capisce. Il manicomio serve a togliere dalla vista ciò che disturba, ciò che mette in crisi le regole. Ma così non si cura nessuno, si elimina il problema spostandolo altrove.

E la malattia mentale allora cos’è?

È una sofferenza. Ma prima ancora è una domanda. Una domanda di relazione, una domanda di senso, una domanda di essere con gli altri. Se questa domanda non trova risposta, si trasforma in qualcosa che fa paura.

Lei non nega l’esistenza della malattia mentale?

No, io nego che la malattia mentale possa essere ridotta a un fatto puramente biologico o a una devianza da reprimere. La sofferenza esiste, ma esiste dentro una storia, dentro un contesto sociale.

Con la legge 180 i manicomi vengono chiusi. Non è una scelta rischiosa?

È rischioso continuare a rinchiudere le persone. È rischioso pensare che il problema sia risolto togliendolo dalla vista. La vera difficoltà è costruire servizi, relazioni, responsabilità. Ma è l’unica strada possibile.

Quindi la libertà viene prima della cura?

Senza libertà non c’è cura. Non si può curare qualcuno togliendogli la dignità.

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