Pace, memoria e nonviolenza - di Laura Tussi
Pace, memoria e nonviolenza: l’Europa e l’Italia davanti al baratro della guerra normalizzata
L’Europa ama raccontarsi come continente di pace, custode di diritti, diplomazia, progresso civile. Ma questo mito, spesso ripetuto, non trova solide radici nella storia: il Novecento europeo è stato il secolo delle guerre mondiali, dei nazionalismi assassini, dei totalitarismi, dei genocidi, dei confini ridisegnati nel sangue. Oggi il continente non è meno contraddittorio: cresce l’influenza delle dottrine militari, aumentano i bilanci per la difesa, si rilegittima il nucleare tattico, si ripensano le leve obbligatorie. E mentre la retorica della pace resta parola di facciata, la realtà si fa sempre più insanguinata, polarizzata, armata fino ai denti.
In Italia, questa contraddizione assume i contorni di una crisi sociale profonda. La forbice tra ricchi e poveri si allarga con velocità brutale, producendo due Paesi paralleli: uno che vive nell’abbondanza, protetto e garantito, e un altro che sopravvive nell’erosione dei diritti, nel lavoro precario, nella marginalità economica. Un divario che non è solo monetario: è accesso alla salute, alla cultura, al futuro. È disuguaglianza nella speranza di vita. È disuguaglianza nella dignità.
E proprio mentre si moltiplicano le crisi umanitarie nel mondo – a Gaza, nello Yemen, in Siria, in Ucraina – l’Europa e l’Italia scelgono di investire nel ferro bellico piuttosto che nel tessuto sociale. Le spese militari aumentano, mentre si tagliano risorse per scuola, ricerca, welfare, sanità pubblica. Un messaggio devastante: la sicurezza delle armi conta più della sicurezza delle persone. Conta più della vita dei bambini, ovunque essi nascano. Conta più delle macerie morali lasciate da bombe prodotte anche sul nostro suolo, come accade nell’Iglesiente, dove la fabbrica di armamenti RWM continua a produrre ordigni che finiscono in scenari di guerra, uccidendo civili e devastando territori già martoriati.
In questo contesto, parlare di pace è un atto di resistenza, non una cerimonia. La pace non è assenza di conflitto: è costruzione quotidiana di giustizia, di diritti concreti, di responsabilità collettiva. È la scelta deliberata della nonviolenza, che non significa neutralità, né passività, ma opposizione attiva a ogni forma di dominio, sfruttamento, occupazione, apartheid, devastazione umanitaria.
La memoria storica è l’architrave di questa costruzione. Ricordare la Resistenza, l’antifascismo, le deportazioni, l’Olocausto, le stragi nazifasciste, non è un atto commemorativo: è un vaccino civile contro la ripetizione dell’orrore. Chi cancella la memoria, prepara il terreno alla guerra successiva. Chi dimentica il linguaggio dell’odio, ne impara uno nuovo. Chi rimuove la storia, disarma la coscienza critica delle generazioni future.
Oggi assistiamo a una militarizzazione delle coscienze che procede silenziosa ma capillare: nei media, nella politica, persino nei percorsi educativi, dove si insinuano parole come “deterrenza”, “nemico”, “fronte”, “difesa preventiva”. Intanto la diplomazia arretra, il dialogo viene deriso come debolezza, il disarmo viene tacciato di ingenuità. È una regressione culturale, prima ancora che politica.
Per questo l’educazione alla pace diventa questione centrale, urgente, drammaticamente concreta. Scuola, università, parrocchie, associazioni, movimenti, spazi civici devono tornare a essere luoghi dove si impara non a “gestire la guerra”, ma a impedirla. Educare alla pace significa educare alla responsabilità, alla solidarietà, alla cura reciproca, alla tutela della salute pubblica, al riconoscimento dell’altro come persona, non come bersaglio.
La nonviolenza non è un’utopia decorativa: è una forza storica trasformativa, capace di rovesciare imperi, smantellare muri, sconfiggere dittature. È stata la pratica dei partigiani della pace, dei movimenti civili, degli obiettori, dei costruttori di disarmo sociale, di chi ha scelto di sconfiggere l’avversario senza distruggere l’umano.
Oggi più che mai serve una coscienza planetaria che non separi le vite per latitudine, passaporto o fede religiosa. Un impegno collettivo che metta al centro la vita, la dignità, il futuro delle prossime generazioni, la salute dei bambini, la protezione dei civili, la conversione dell’industria di guerra in industria di pace. Un dovere che riguarda tutti: bloccare le armi, prima che le armi blocchino noi.
Costruire la pace non è un’opzione morale: è l’unica possibilità di sopravvivenza civile. Si muore non solo quando si perde la ricchezza, ma quando si perde la visione. E un Paese – o un continente – senza visione di pace, non funziona. Neppure se credeva di essere perfetto.
Laura Tussi
Nota: Mahatma Gandhi, profeta della nonviolenza. Con la forza della verità e della disobbedienza civile pacifica guidò l’India verso l’indipendenza, dimostrando che il cambiamento più radicale nasce dal rifiuto delle armi e dall’amore per la giustizia. La sua *ahimsa* non fu resa, ma rivoluzione: un’idea diventata azione, un popolo diventato movimento, la pace diventata strada. Simbolo eterno di libertà, dignità e resistenza senza odio
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