Gli archetipi, i miti e le strutture simboliche che hanno giustificato la subordinazione delle donne
Gli archetipi, i miti e le strutture simboliche che hanno giustificato la subordinazione delle donne
di Laura Tussi
Ripercorrere le visioni del femminile nella storia della cultura significa dunque portare alla luce gli archetipi, i miti e le strutture simboliche che hanno giustificato la subordinazione delle donne non solo sul piano sociale, ma anche su quello ontologico, psicologico e metafisico. È in questo orizzonte che la riflessione sul femminile si intreccia con la critica del potere, della violenza simbolica e delle forme di dominio che ancora oggi si riproducono, spesso in modo inconsapevole.
L’archetipo della madre
Relativamente alla femminilità psicologica, la storia del pensiero presenta numerose attestazioni di una presunta inferiorità femminile, sostenuta tanto da antichi quanto da più recenti studiosi. Nel 1938 Carl Gustav Jung tiene una conferenza agli Eranos con l’intento di rivelare lo sfondo archetipico di tale idea, attraverso la relazione intitolata Aspetti psicologici dell’archetipo della madre, in cui emerge un’associazione simbolica tra l’archetipo materno, la terra, l’oscurità e il lato abissale dell’essere umano.
Questo problema viene solo parzialmente “risolto” dall’assunzione del femminile nel dogma ecclesiastico dell’Assunzione, che tuttavia non modifica in profondità la struttura simbolica gerarchica tra maschile e femminile. La trasformazione della nostra visione del mondo presuppone invece una trasformazione radicale della visione del femminile all’interno di un’immagine unitaria del sé e del cosmo. L’idea dell’inferiorità del femminile si rivela infatti paradigmatica nella comparsa di problematiche psicologiche, sociali e metafisiche.
Nella Genesi, il maschio appare come precondizione della femmina e fondamento della sua possibilità. Anche in embriologia il logos subisce l’influenza dei mitemi della creazione, dando origine a teorie permeate da fantasie di *coniunctio*, di unione e congiunzione. In *Le Eumenidi* di Eschilo, Apollo è presentato come il vero generatore che getta il seme, mentre nell’interpretazione di Bachofen si afferma il patriarcato sul matriarcato come posizione archetipica fondata sulla fantasia apollinea.
Questa fantasia apollinea struttura gran parte della tradizione occidentale, sancendo l’inferiorità del femminile e il primato della coscienza maschile, che si separa dalla visione adamitica e dal culto androgino dell’uomo mistico. Le teorie della procreazione si configurano così come mitemi della creazione, portatori di problemi ontologici profondi. In ambito cristiano ci si interroga persino se habet mulier animam, se la donna possieda un’anima o un principio generativo.
La donna non possiede il seme, ma solo la materia catameniale, il mestruo
Aristotele consolida l’idea dell’inferiorità femminile sostenendo che la donna non possiede il seme, ma solo la materia catameniale, il mestruo, mentre il principio attivo della generazione apparterrebbe esclusivamente al maschio. Diogene di Apollonia attribuisce alla donna un’anima e un intelletto inferiori, mentre Tommaso d’Aquino la definisce *ignobilior et vilior* a causa dell’*impotentia generandi*. Anche molti Padri della Chiesa manifestano un atteggiamento apertamente misogino.
Con Galeno si afferma una parziale parità biologica e riproduttiva, ma in una prospettiva ancora profondamente gerarchica: gli organi riproduttivi femminili, essendo interni, renderebbero la donna un essere incompleto. Il maschio diventa così il prototipo compiuto, mentre la femmina resta un essere in nuce.
Attraverso questi esempi emerge una lunga storia di fantasie dell’inferiorità femminile, che attraversano i mutamenti della concezione maschile. Anche quando si afferma una nominale superiorità femminile, come in Galeno o in Freud, si assiste spesso a una semplice enantiodromia, una ripetizione unilaterale, che non supera la struttura gerarchica, ma la rovescia senza integrarla.
Nella storia del pensiero si possono dunque individuare due grandi errori simbolici: la fantasia della precondizione di Adamo rispetto a Eva e la fantasia apollinea secondo cui la femmina non procrea. Quest’ultima diventa una struttura archetipica delle teorie del corpo, sancendo la superiorità della coscienza maschile e l’inferiorità di ogni opposto ad essa congiunto.
All’inizio dell’età moderna, l’isteria diventa uno dei luoghi privilegiati della misoginia scientifica. Nel 1603 l’opera di Jorden segna il primo spartiacque tra superstizione demonologica e superstizione moderna dell’isteria. Come osserva Homberger, dove viene diagnosticata isteria, la misoginia non è mai lontana. Nel Malleus Maleficarum, testo utilizzato per la persecuzione delle streghe, il termine femina viene scomposto in fe e minus, a indicare una presunta minor fede della donna.
A questa visione si oppone simbolicamente Dioniso, dio delle donne e figura androgina, maschile e femminile insieme, unito fin dall’origine nella coniunctio. Nella tradizione neoplatonica e junghiana, Dioniso incarna l’unione degli opposti e mette in crisi la hybris della coscienza monoteistica. Jung parla di un politeismo psicologico, in cui il sé si manifesta come pluralità di immagini archetipiche.
Una bisessualità originaria
Il dionisiaco introduce nella psicologia possibilità terapeutiche, poiché il mito diventa specchio dello psichico. Nell’isteria, il demoniaco e il dionisiaco attraversano l’io, sconfinando nella ciclicità maniaco-depressiva. Per Freud, le reazioni isteriche rimandano a una bisessualità originaria; per Jung, il fine dell’analisi coincide con l’accettazione della femminilità come componente psichica essenziale, superando così una misoginia non biologica, ma psicologica.
Nella coniunctio alchemica junghiana, l’immagine bisessuale rappresenta il superamento della scissione e la fine della gerarchia simbolica. L’anima, presente come principio femminile, attraversa le mitologie antiche, dalle sizigie egizie alla cosmologia cinese dello yin e dello yang. Il rapporto con le figure genitoriali costituisce l’origine profonda delle rappresentazioni religiose inconsce, che si esprimono storicamente attraverso i miti.
La proiezione, infine, come processo inconscio, trasferisce contenuti psichici sull’oggetto, trasformando le imago parentali in figure simboliche. Comprendere queste dinamiche significa aprire uno spazio critico in cui il femminile non sia più pensato come mancanza, ma come principio imprescindibile di trasformazione individuale e collettiva.
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