DRAGHI E IL SUO REPORT DI GUERRA PER L’UE di Tiziano Tussi
di Tiziano Tussi
Draghi, commissione europea,
debiti virtuosi, politiche nazionali (in Italia una sorta di gabbia di
Skinner o di Pavlov, secondo interpretazione), voglia di emergere nonostante
tutto. Draghi ha scritto un report, un‘analisi, di quasi 400 pagine sullo stato
dell’Europa Unita ora. Vi ha messo dentro tre suggerimenti in ambiti cardine,
per lui. Con una indicazione di mettere al via comportamenti con un respiro
mondiale in settori politici importanti: innovazione, transizione ecologica ed
energetica, difesa. Una sorta di vademecum di senso fantascientifico che
dovrebbe rivitalizzare l’Europa che è morente.
Sue parole: “O l’Europa
cambia o è finita”, rivolte ai capigruppo del Parlamento europeo, da poco
rieletto. Problemi immani che il nostro Draghi non ha indicato nello specifico
di risolvere. Tanto che manca la pare istituzionale. Come rinnovare, con quali
strumenti, con quali leader, con quali sponde politiche ed organismi
sovranazionali? E poi soprattutto: perché rinnovare? Per Draghi tutto sarebbe
esiziale, tanto lui potrà benissimo andare in altro luogo e ricoprire cariche
altisonanti: all’ONU, al Fondo monetario internazionale, in paradiso. Ma per la
povera Europa schiacciata tra una Ursula von der Leyen, che si è fatta
rieleggere da una compagine politica e che ora, con le nomine della Commissione
europea ha preso a sberle, e le voci discordanti di alcuni stati forti –
Germania, Francia, occhio a all’arrivo della Spagna e al vociare dell’Italia,
dato che l’Inghilterra si è tolta, Inghilterra che tuba con l’Italia : un
laburista ed una esponente di un partito di destra simil fascista – che
vorrebbero dire sempre la loro mettendo gli altri in riga. Insomma, un bel
rebus.
E sul quotidiano Il
sole 24 ore di domenica 15 settembre Sergio Fabbrini ha scritto appunto che
senza governance, il che vuol dire senza il controllo delle decisioni centrali,
il piano Draghi sarà messo in un cassetto.
Certo dopo aver ricevuto i
complimenti da parte delle cariche europee più importanti e da questo - Meloni
ad esempio - e da quello - Luca Dal Fabbro, Iren, che, sempre sullo stesso
giornale - forse un colpo al cerchio e uno alla botte -, dopo le critiche di
Fabbrini gli si lascia dire, testuale: «Il piano Mattei e il Piano Draghi
devono essere i pilastri fondamentali su cui Italia ed Europa potranno
costruire la propria crescita industriale, e la propria indipendenza
economica”. Dimostrando di non aver capito quello che Fabbrini, una colonna del
quotidiano, ha veramente inteso. Per di più citando il Piano Mattei, che è solo
una scatola vuota. Indipendentemente dal richiamo alla importanza di Mattei,
allora, nell’Italia del dopoguerra ed alla sua morte tanto sospetta, in un
incidente aereo vicino a Pavia- nell’ottobre del 1962.
Non scherziamo con i grandi.
La Commissione europea guidata dalla spericolata von der Leyen che si è
mangiata la nostra Meloni in un boccone, ha costruito una sorta di doppio
forno, tra sinistra, si fa per dire, e destra, si deve dire. La prima l’ha rivotata
alla carica in gioco. La seconda no, ma anche ‘essa sarà della partita di
potere e anche in posizioni non da poco. Un bell’impaccio ed impiccio sulla
strada del piano Draghi. Se questi sono i responsabili che devono portare
l’Europa in una situazione di preminenza mondiale, non ci siamo proprio.
Al massimo arrivano al
cortile di casa. Piccoli trucchetti per mantenere posizioni di potere apicale
ma nulla di più. Come ci si può fidare di chi sbanda, con uno slalom pericoloso
tra le diverse anime del parlamento europeo, pur di essere rieletta al ruolo di
Presidente della Commissione europea?
Che poi tanto diverse,
le anime del Parlamento, non sono visto che anche la cosiddetta sinistra ha
salutato il piano Draghi come fondamentale.
Ma insomma tutto fa brodo.
Il piano, la Commissione, la presidente del parlamento, Roberta Metsola, tutti
sembrano concordare con l’allargamento del debito virtuoso.
Del resto, Draghi ha un
retroterra di qualche peso: il suo whatever it takes, che ha sfornato debiti a
cascata nei vari paesi europei riassorbiti della Banca centrale europea sotto
la sua politica di assorbimento dei debiti nazionali. Chissà quando si ripagheranno?
Ancora più debiti, dice
Draghi, siamo nell’ordine di 800 miliardi di euro. Il tutto dovrebbe servire
per organizzare non si sa bene cosa; soldi controllati da chi? Basti vedere
come il PNRR sta funzionando per capire il senso di quello che Draghi dice: a
chi lo dice? Il tutto deve confrontarsi poi con le politiche nazionali. Paesi
distrutti o quasi - la Grecia; Paesi che vivacchiano ma che non arriveranno da
nessuna parte, come l’Italia, con una decrescita demografica paurosa – c’è
bisogno di immigrati, ma attenti rubano, ma attenti se non li prendiamo sono
guai, ma attenti non prendiamoli tutti, ma attenti facciamo delle radiografie
di onestà per vedere dove si nascondono i criminali ecc. ecc. Paesi che si
impantanano, Germania, Francia. Insomma, le nazioni sono in mille guadi e i
comportamenti conformati da impossibilità di uscita e di riuscita si
amplificano.
Ma a chi parla Draghi? a
quali politici europei? Un certo effetto di schifo lo ha fatto anche il
laburista inglese che si è pasticciato con la Meloni. Tutta la storia del suo
partito buttata via per ingraziarsi un capo politico italiano che dovrebbe anche
favorire una certa ripresa inglese, non si sa bene come.
Al suo posto Jeremy Corbin
appare come un pericoloso estremista. Da ultimo, last but non least (un pó di
inglese fa tendenza), la voglia di sparigliare le carte nei vari Paesi che
hanno i politici nazionali.
La faccia dell’Europa.
Quando convien ci si riferisce a questa, quando non conviene si fa la voce
grossa. Insomma, un bel guazzabuglio che nessuno, a livello individuale, può
risolvere. Esempio l’Argentina di Javier Gerardo Milei che con la sua motosega voleva
tagliare tutto e riportare il paese a splendore. Ma il suo intento era proprio
tagliare tutto. Bene, sempre da Il sole 24 ore, stesso giorno, un titolo:
«Argentina, la scossa di Milei non funziona. L’inflazione è al 236,7%».
Grande risultato per chi
aveva promesso sfracelli e grande delusione per chi lo ha votato. Forse ora si
potrebbe chiedere loro perché l’ho hanno fatto.
In Argentina, come in
Italia, come negli USA, tra poco. Come in troppe aree del mondo. Siamo agli
ominicchi di Sciascia e forse ancora più giù, in diverse situazioni.
Ricordo che gli ultimi in classifica Sciascia (Il giorno della civetta, 1961) li apostrofava con quaquaraquà, che vengono dopo i pigliainculo.■
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