Il significato dell’intercultura nell’epoca delle migrazioni e dei conflitti

 Il significato dell’intercultura nell’epoca delle migrazioni e dei conflitti 

di Laura Tussi

In un’Europa attraversata da nuove ondate migratorie, guerre ai confini e rigurgiti nazionalisti, il tema dell’intercultura torna centrale nel dibattito pubblico. Le tensioni sociali, le paure identitarie e la diffusione di discorsi d’odio rendono urgente una riflessione profonda sul significato dell’incontro tra differenze. L’intercultura non è uno slogan pedagogico, ma una pratica quotidiana e politica che interpella la memoria storica, i diritti umani e la qualità della convivenza democratica.

Lo straniero rappresenta la diversità, l’alterità, l’altrove, dando vita a nuovi immaginari che scuotono le comunità locali, con il rischio – quando prevalgono paura e chiusura – di innescare conflitti, violenze e pogrom discriminatori.

Gli episodi di crescente intolleranza e di sfruttamento del lavoro degli immigrati, le umiliazioni dei giovani che, giorno dopo giorno, devono dimostrare di essere degni del Paese in cui sono nati o in cui sono giunti i loro padri, chiedono il coraggio della parola pubblica: una parola capace di condannare le ingiustizie e le discriminazioni, di rompere il silenzio che grava sugli oppressi e di denunciare la tracotanza degli oppressori. Sono necessari programmi politici orientati al dialogo tra culture, alla tutela della sicurezza dei migranti, alla creazione di spazi di libertà e opportunità lavorative, in cui il concetto di intercultura assuma una dimensione concreta e trasformativa.

Intercultura significa tradurre se stessi nell’altro, trasporre i propri vissuti, i dubbi, i timori, le paure, le angosce e anche le idee che progettiamo e condividiamo nelle comunità di appartenenza e di accoglienza, nei luoghi aperti del sociale, nella partecipazione attiva, nel territorio che ci ospita.

Lo straniero, il diverso, lo sconosciuto abitano in ciascuno di noi. Le politiche interculturali devono partire anche da questa consapevolezza interiore e investire tutti gli aspetti del fare memoria e conoscenza, del ricordare il passato, la storia, il susseguirsi di ibridazioni, contaminazioni e commistioni che hanno attraversato il continente europeo e il Mediterraneo in ogni epoca.

Intercultura significa attenzione per il diverso inteso come l’altro da noi, il più debole, il più umile, lo sconosciuto e anche colui che non riesce o non vuole farsi conoscere perché escluso o ferito.

La memoria storica richiama tragedie come la Shoah, genocidio perpetrato da un sistema dittatoriale fondato sull’ideologia della superiorità razziale e sull’annientamento sistematico di civili inermi. Ricordare significa vigilare. Ogni discriminazione contemporanea – verso i Rom, i Sinti o verso chi proviene da territori percepiti come “altrove” indecifrabili – affonda le radici in una cultura autoreferenziale e arroccata, spesso alimentata da narrazioni mediatiche semplificanti e stereotipate.

Intercultura significa condividere con l’altro la propria interiorità: la passione, la sofferenza, il dolore di essere giudicati diversi rispetto alla norma, al tabù, al divieto. L’altro non deve essere percepito come minaccia, ma come occasione di confronto aperto, di scambio, di dialogo interiore e collettivo, da restituire alla comunità intera, in una prospettiva di cambiamento e innovazione.

Una società che fa memoria del passato come occasione di incontro comunitario e partecipazione può riconoscere se stessa nel rapporto con la diversità. È nella relazione con l’altro che si apprendono valori autentici e si riconosce il portato culturale delle commistioni tra popoli lontani.

Intercultura significa rievocare il proprio vissuto e trasporlo nel presente, nella quotidianità di un percorso condiviso che apra all’incontro, al confronto dialogico, alla tutela delle differenze, ai diritti fondamentali, alla parità tra i sessi, al dialogo continuo tra generazioni – giovani, adulti, anziani, bambini – in una visione ampia dell’umanità.

Intercultura è fare memoria di sé attraverso implicite autobiografie esistenziali. È ricordare le ingiustizie subite e perpetrate, mantenendo saldo il rapporto con la propria identità senza scadere nel conformismo o nel solipsismo. Al contrario, significa assumere un sapere aperto ed eclettico, capace di valorizzare l’alterità come ricchezza.

L’interazione interculturale diventa così una trama di relazioni, confidenze, scambi che aiutano ciascuno a autodeterminarsi e a essere accolto nelle proprie fragilità. In un presente spesso segnato dall’effimero e dalla superficialità delle immagini, l’incontro autentico con l’altro può rappresentare un approdo stabile nello smarrimento dell’oggi.

La protesta contro l’alienazione delle identità si diffonde dalle diversità che interagiscono nel contesto sociale. Il diverso chiede comprensione e compassione, intesa come partecipazione attiva al dolore altrui. Da qui nascono accoglienza e ospitalità, nel qui e ora della narrazione condivisa, in cui ci scopriamo raccontati dagli altri e con gli altri.

L’intercultura diventa allora anche una forma di “iconoclastia”: abbattere le immagini stereotipate e il superfluo per riscoprirsi fragili e autentici nella comunicazione quotidiana. Nell’apolide simbolico che è in ognuno di noi – nomade tra identità plurali – la proliferazione delle relazioni conduce alla scoperta di molteplici sé, di una pluralità dell’io che evolve nel tempo.

In questa prospettiva, l’intercultura non è solo convivenza pacifica, ma costruzione continua di senso, memoria e futuro condiviso. 

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