Educare a una cittadinanza universale nella scuola
Educare a una
cittadinanza universale nella scuola
di Laura Tussi
La cittadinanza globale crea ponti per
l’uomo planetario - come diceva Ernesto Balducci - e fa valere soprattutto
l’umanità comune ai diversi popoli, che crea tra loro dialoghi, accordo,
scambi, convergenze, sia pure dentro un processo difficile, non lineare e
complesso.
L’epoca contemporanea che è postmoderna, globalizzata, multiculturale, planetaria,
assegna ad ogni soggetto, in quanto persona consapevole e attiva di questo
mondo complesso, un’idea e una coscienza nuova di cittadinanza. Un’idea
plurale, pertanto problematica oltre che anche in fieri e quindi spiazzante,
inquietante, difficile da gestire nel dubbio costante e logorante.
Ogni soggetto abita spazi sociali,
appartenenze. E in modo sempre più integrato e conflittuale al tempo stesso.
Alla base dell’identità di ciascuno sta l’appartenenza a una società locale, a
una comunità i cui saperi, lingua, tradizioni, immaginario, stili di vita sono
connessi. È la città, è la regione, è l’area geostorica di riferimento basico
per ciascuno. È l’habitat di riferimento e sicurezza e condivisione. Ma che
tende a chiudersi in se stesso, a creare sospetti verso minoranze e diversità e
anche persecuzioni come assistiamo nei fatti di cronaca.
A un altro livello sta oggi la cittadinanza mondiale: che crea Ponti per
l’uomo planetario - come diceva Ernesto Balducci - che fa valere soprattutto
l’umanità comune ai diversi popoli, che crea tra loro dialoghi, accordo,
scambi, convergenze, sia pure dentro un processo difficile, non lineare e
complesso. Processo di cui sono interpreti le organizzazioni internazionali, come
ad esempio l’ONU soprattutto, e quella cultura dei diritti umani e della pace
che sono in cammino con l’agenzia culturale e scientifica dell'ONU che è
l’Unesco. Qui si profila una cittadinanza mondiale, interetnica,
internazionale, etnica, politica, terrestre in particolare, che cresce con la
crescita stessa della mondializzazione, se in essa non si faranno prevalere gli
integralismi, i conflitti di civiltà e si valorizzeranno le vie interculturali
di formazione di quell’uomo planetario, figlio di una madre terra oramai
sull’orlo del collasso e del tracollo. Certo è un iter ancora aperto. È un
percorso anche in salita, ma che la riflessione interculturale può aiutare,
mediare, sviluppare. Può farsene garante: garante della sua necessità e della
sua radicalità e difficoltà insieme, ma anche della possibilità e potenzialità.
Proprio l’intercultura si pone oggi come passaggio di una coabitazione delle
culture in un medesimo spazio storico pur tollerante, ma legato alla
separazione, a una collaborazione attiva sempre aperta e rilanciata e proprio
per creare sempre più comunità all’interno dello stesso coabitare.
Scuola come luogo educativo proiettato
sulle sfide del nuovo millennio
In un mondo che cambia, non possono che cambiare anche le persone e le
istituzioni. Se cambia la società, come addestrarla a affrontare le sfide del
nuovo millennio? e la scuola di oggi è chiamata a diventare struttura di
educazione per una cittadinanza attiva e interculturale: per una nuova
prospettiva che esige ripensamento dei metodi, dei contenuti, delle proposte
innovative.
Questo tema mostra come la ristrutturazione del processo educativo nella
cittadinanza attiva, universale, digitale, planetaria, terrestre sia già in
atto. Rimane tuttavia un argomento che deve essere approfondito. Non è ancora
entrato in maniera soddisfacente nelle strutture pedagogiche ufficiali, ma
alimenta molte esperienze in Italia e all’estero, creando una rete alternativa
che certamente vale la pena conoscere e far crescere.
L’intercultura è il dispositivo chiave per rendere possibile e non
conflittuale tale idea plurale di cittadinanza. La formazione di una nuova
coscienza planetaria rivolta a valorizzare la differenza, il confronto, il
dialogo, il comprendere. Una coscienza aperta, problematica, vigile, coinvolgente,
proiettata sul nuovo e sul futuro. Ma coscienza dialogica che è conoscenza non
facile da formare e implica un habitus, un modo di sentire, una gerarchia di
valori nuova rispetto al passato il cui vertice è assegnato allo stare nella
ricerca e nel dubbio logorante e nella fragilità, piuttosto che nella sicurezza
e nella certezza.
La formazione di un’etica nuova sia come costume sia come insieme di valori
organizzati proprio nel pluralismo e nel dialogo per la solidarietà. Una etica
del comprendere, della responsabilità, della solidarietà posta in più etiche
attuali, ma capaci di saldarle dialetticamente insieme e di renderle
interattive. Qui relativismo non vale scetticismo e nichilismo, vale pluralismo
collaborativo e antidogmatismo. Solidarietà vale come incontro e dialogo e
collaborazione in un’ottica di reciprocità tra gruppi, etnie, culture e fedi.
Sono sfide pedagogiche in atto, ma complesse e difficili. Compito della
politica e della pedagogia è quello di indicare dispositivi per attraversarne
il traguardo da raggiungere nell’orizzonte di un nostro tempo terrestre.
Nella scuola e oltre essa
La scuola deve farsi interculturale, producendo formae mentis critiche e
aperte a una nuova visione plurale e dialettica della cultura. In realtà questa
è da sempre la funzione della scuola nel suo essere laica, di ricerca, di
trasmissione critica della cultura anzi delle culture. Soprattutto in esse va
sostenuta, va accompagnata, va stimolata.
In Italia il campo della pedagogia interetnica e della pedagogia
interculturale applicata deve attivarsi anche sul fronte dell’informazione e
della stessa società civile creando un mutamento di mentalità tramite la stampa,
il cinema, i programmi televisivi, la radio e tutti quei mezzi di comunicazione
che fanno informazione e che modellano quindi la mentalità. Tramite
l’associazionismo, le politiche degli enti locali: queste sono le sue ulteriori
vie d’azione.
Percorsi formativi
L’opposizione ai pregiudizi legati alla cultura di appartenenza sono spesso
quasi inconsci e connessi al sospetto verso la diversità e all’affermazione
della propria superiorità. Questi sono elementi sempre ricorrenti e che si
erodono col confronto in un’ottica di relativismo e dialogo e che stanno in
tutte le culture.
Attrezzare la mente a pensare la complessità non solo come sistema o rete
in modo reticolare e sinergico bensì anche come catastrofe e come labirinto e
come rizoma (Jung): come perdita di un ordine e proliferazione di differenze.
Si tratta di formare una complessità aperta necessaria alla “mente ben
fatta” (Morin) nel tempo dell’Intercultura. Occorre costruire mente e coscienza
educative aperte al valore della differenza fatto emergere anche proprio nella
socializzazione scolastica, dando vita a una comunità critica e autocritica,
aperta e alla ricerca non di sola integrazione tra i gruppi, ma di una loro
reciproca fecondazione.
Verso una cittadinanza globale?
Tra le forme di cittadinanza, l’uomo di oggi in qualsiasi parte del mondo
si collochi, deve imparare a gestire e integrare quella connessa alla
mondialità, alla cittadinanza altermondialista, planetaria, terrestre che è
ancora in gestazione e come tale va curata, coltivata, partecipata e tutelata
teoricamente e praticamente. È la frontiera oggi più avanzata difficile e ha
bisogno di richiami, di più operazioni costanti, costantemente attive,
costantemente rilanciate. Padre Balducci ebbe a fissare nel confronto tra
dialogo e apertura il telos primario di tale mentalità e cultura e idea di
cittadinanza.
A tali principi vanno affiancati quelli di centralità dei diritti umani per
rendere effettiva e efficace tale cittadinanza, la quale postula cooperazione e
sostegno reciproco tra i popoli e rispetto reciproco e reciproca capacità di
declinare i confini ancora di rispetto: verso assiologie, mentalità, culture,
le quali a loro volta stanno insieme fissando nuovi canoni di rispetto e
collaborazione e inte(g)razione.
Questi sono appunto i diritti umani: i confini invalicabili del politico,
del religioso, del culturale e posti sempre più a matrici ed effetti di ogni
collaborazione.
La sfida e la dialettica interculturale
La cittadinanza mondiale è in sé anche e soprattutto una sfida. E lo è
anche nel nesso che deve costituire con altre cittadinanze locali e nazionali
che non si cancellano, anzi si rafforzano poiché deve con esse integrarsi ed
essere, e da esse differenziarsi.
Così il problema cittadinanza si fa oggi particolarmente pluralistico,
tensionale, complesso carico di scarti anche di ritorno all’indietro,
deviazioni e così via.
In questa condizione esso va pensato appunto come sfida e progetto per il
futuro. Però compito costante da ripensare, da rilanciare, da riorganizzare, da
tenere vivo e attivo su molti tavoli normativi e operativi.
Tale sfida per la dialettica e della dialettica può ricondurre il compito
dell’utopia alla realtà alla condizione storica, all’agire sociale e al
costruire fini comuni.
Dialettica significa tensione, opposizione, negazione e integrazione,
sintesi, fusione per farsi pedagogia della cittadinanza attiva attraverso il
nesso con il politico, con il sociale e con le stesse istituzioni.
Una pedagogia che ritrovi con decisione identità in modo platonico
nell’essere costruzione dell’uomo come conoscenza e coscienza di sé e di un sé
aperto e dinamico (Socrate) e insieme essere un progetto sociopolitico,
connesso a modelli di convivenza, di integrazione, di appartenenza, di
razionalizzazione della stessa appartenenza e di riconoscimento di valori,
regole, normative a cui tenere ferma l’azione individuale e collettiva.
L’intercultura è la chiave per rendere
possibile e non conflittuale un'idea plurale di cittadinanza
Commenti
Posta un commento