Intervista a Mimmo Lucano
Intervista: dialoghi con Mimmo Lucano
Estratto dell'intervista a Mimmo Lucano che costituisce parte del nuovo Libro Mimesis Edizioni "Riace, Musica per l'Umanità"
di Laura Tussi
Intervista: dialoghi con Mimmo Lucano - di Laura Tussi
Estratto dell'intervista a Mimmo Lucano del 2019 che costituisce parte del
nuovo Libro Mimesis Edizioni "Riace, Musica per l'Umanità".
a cura di Laura Tussi, giornalista e scrittrice, promotrice della Campagna
"SIAMO TUTTI PREMI NOBEL PER LA PACE CON ICAN"
Introduzione:
Si proietta lungo tutto il XXI secolo la coscienza di appartenere, noi
esseri umani, a un’unica universale identità terrestre, dimostrando che ogni
parte del nostro mondo, del nostro "villaggio globale" è
interdipendente, interrelazionale, intersolidale, ossia interculturale.
L’invito del filosofo Edgar Morin a educarci a un’appartenenza terrestre
universale e di solidarietà tra i popoli è il punto di partenza per un'
educazione alla cittadinanza globale e allo stesso tempo locale, come il borgo
di Riace, che dà vita a una cittadinanza attiva e responsabile e capace di
grandi trasformazioni in atto anche a livello mondiale, ossia le cosiddette
sfide del Terzo Millennio per il diritto alla pace: la lotta alle povertà, il
disarmo nucleare, la tutela del clima e dell’ambiente, per citarne alcune.
Intervista:
Il borgo di Riace è diventato un autentico modello di
interazione tra culture e simbolo di pluralismo di appartenenze etniche e
religiose, apprezzato in tutto il mondo. Il tutto grazie al sindaco Mimmo
Lucano. Come è riuscito a realizzare questa splendida utopia?
Questa splendida utopia è stata un processo spontaneo che è iniziato in un
periodo in cui il tema dell’accoglienza e dell’immigrazione non era così
importante così come è diventato nel corso degli anni e come è diventato
soprattutto anno dopo anno fino ai giorni nostri con questo governo che è
l’epilogo di un percorso che ci ha fatto diventare tutte persone un po’ tristi.
E' il sentimento oggi più ricorrente in Italia. Siamo tutte persone tristi. Con
la televisione e i giornali che ci danno continuamente notizie di persone che
vengono segregate, persone che muoiono, bambini che non hanno possibilità di
stare vicino ai propri genitori, storie di drammatica quotidianità. La
disumanità della società della barbarie diventata legalità: è diventata parte
determinante delle strategie politiche di questo governo. Il problema è che il
colpevole non è solo il governo italiano, ma la maggior parte degli Stati
Europei che propone queste soluzioni: alzare le barriere e i muri. È una Europa
senza una luce di umanità. Le persone che arrivano, non decidono loro di essere
richiedenti asilo e rifugiati politici, ma lo decide un mondo che è ingiusto e
che obbliga migliaia e migliaia di esseri umani a intraprendere i viaggi della
speranza come unica soluzione alla sopravvivenza: questo è un concetto
fondamentale su cui bisogna riflettere moltissimo, anche alcune volte rispetto
a noi stessi, a quelle che sono le nostre abitudini, i nostri stessi stili di
vita. Nonostante illusioni comuni della crisi, nelle società occidentali vige un
lusso sfrenato, nonostante la recessione. E questo non possiamo permettercelo.
Proprio perché le risorse sono concentrate nelle nostre aree. Poche centinaia
di migliaia di persone detengono la ricchezza del mondo; invece la stragrande
maggioranza vive in condizioni di semipovertà. Quindi l’asilo politico non è
solo per motivi di persecuzioni etniche e religiose, ma quasi come costante si
accompagna alla migrazione, alla miseria, alla povertà. Ci sono persone che
vivono con meno di mezzo dollaro al giorno. Quindi porre un ostacolo alle
migrazioni quando ci sono queste condizioni mondiali è impossibile.
Quali soluzioni possiamo proporre a questo incubo di
disumanità?
La soluzione non è respingere gli essere umani per poi essere rinchiusi nei
lager. Per noi occidentali l’importante è che i migranti non arrivino e non
condizionino le nostre esistenze. Tutto questo è un concetto fondamentale che
non ho imparato sui libri, ma ho imparato ogni giorno in questa mia personale
esperienza con tutte queste persone con cui ho condiviso gli ultimi vent’anni
della mia vita. Ero impegnato nella mia terra a cercare di capire come sul
piano dell’impegno politico si potevano creare i presupposti per una
prospettiva possibile di un futuro possibile per risolvere il fenomeno
dell'emigrazione che è stato veramente il problema sociale della nostra
terra così come quello ancora più grave del condizionamento della criminalità
organizzata e la cosiddetta questione meridionale che ancora oggi ci opprimono
e non ci lasciano spazio per creare e costruire e immaginare un futuro
possibile. Non avevo studiato per diventare un esperto delle politiche
dell’immigrazione. Mi sono trovato per una casualità a accogliere una nave
sulle coste di Riace, con dei profughi: da quello sbarco mi sono avvicinato a
questi esseri umani. Tanti elementi hanno fatto breccia nella mia sensibilità.
Per esempio la questione curda e le loro rivendicazioni politiche che durano da
più di un secolo: questo popolo senza uno Stato e a cui viene impedito anche di
poter parlare il proprio idioma. La questione curda è stato uno degli elementi
che mi hanno coinvolto sul piano emozionale. Volevo in qualche modo essere
amico dei curdi, essere utile per loro: andavo a casa loro, mangiavo con loro,
ho condiviso tantissime cose. Ma soprattutto ho condiviso l’idea di raggiungere
un senso di giustizia che è una prospettiva, è una prerogativa di tutti gli
esseri umani a prescindere dalla provenienza e dalla nazionalità. Attraverso di
loro ho capito l’importanza che le nostre realtà non devono essere chiuse, ma
destinate dalla storia a accogliere chi ha un sogno nella propria vita. Nelle
nostre realtà ci sono stati periodi di colonizzazione magnogreca, turca,
saracena. I nostri luoghi sono stati crocevia di scambi, di incontro, di
contaminazioni tra culture, tra popoli, tra etnie e questo ci permette di
incontrare con soddisfazione e orgoglio e senza pregiudizi le altre persone.
L'emigrazione è un problema, l'immigrazione è una
speranza.
Nelle strategie locali, abbiamo capito che nei luoghi dove si emigra, dove
si è svolta la storia dell’emigrazione e dove sussistono forme di precarietà
sociale, il fenomeno dell'immigrazione al contrario non è stato per noi un
problema, ma è stata la speranza che si è inserita nell’oblio sociale. Nei
silenzi dei borghi di Riace quasi abbandonati, l’arrivo delle persone, dei
migranti in fuga con le ondate migratorie ha fatto ripartire l’idea di
costruire una piccola comunità globale. È stato poi bellissimo, anche come
messaggio estetico, vedere, specialmente i primi tempi, quando i curdi sono
arrivati… E poi abbiamo aderito a vari programmi di accoglienza che nascevano
in Italia come il programma nazionale Asilo dello SPRAR... e poi sono arrivate
persone dall’Africa subsahariana, dalla Palestina, dall’Afghanistan e da tutto
il mondo, soprattutto da queste provenienza di mondo dove vivono gli ultimi
dell’umanità. E quindi era bellissimo osservare nelle stradine dei borghi di
Riace queste donne del luogo vestite di nero - i costumi tradizionali di Riace
erano questi - con persone magari vedove che si vestono di nero e vanno in giro
per le stradine strette di Riace con questo idioma che per quelli che non sono
del luogo è quasi incomprensibile. E poi si incontravano con donne arabe e con
donne afghane con il burka e con donne dell’Africa subsahariana e anche con
persone provenienti dalle più svariate parti del mondo. E poi abbiamo avuto
esigenza di trovare soluzioni di integrazione e interazione tra le culture e questo
ci ha fatto scavare nelle nostre identità per trovare anche nuove opportunità.
Perché i progetti magari finivano e subentrava l’esigenza di capire come
aiutare queste persone. La soluzione abitativa è stata quella più facile perché
Riace, prima dell’ultima ondata emigratoria, di emigrazione, verso il sud
America e verso il Nord Italia, aveva quattromila abitanti; specialmente la
parte del centro storico, il borgo rurale, aveva una dimensione di comunità
contadina, un borgo che si fondava prevalentemente su un’economia agricola e
un’economia basata sulla pastorizia. La casa è un piccolo ricovero per l’asino,
per gli asini che sono mezzi di locomozione, gli unici. Non c’erano automobili.
Questo ha portato al recupero di un’identità molto aperta, plurale, nel
riconoscere nelle altre persone non un problema, ma con naturalezza, una
risorsa non per perseguire un credo politico e religioso, ma semplicemente
perché l’accoglienza è un gesto spontaneo e anche la felicità di conoscere e
incontrare un’altra persona. Questo l’avevo sempre capito. È uno degli elementi
più importanti per strutturare il processo dell’accoglienza, proprio perché non
è stata solo una persona, ma un’intera comunità a volere questo cambiamento.
Riace: "un'utopia possibile"?
Avevo capito che più le realtà non sono totalmente contaminate dalla
società dei consumi che tende a far prevalere gli aspetti della materialità,
della competizione, e dell’egoismo, più sopravvive questo spontaneismo
dell’animo. E questo è stato un elemento fondamentale. Nessuno ha mai detto
"sono arrivati, ci rubano il lavoro". L’apertura ci ripagava e
nasceva il turismo solidale e nascevano queste attività di artigianato nelle
cantine abbandonate dove lavorano persone del luogo e rifugiati insieme. È uno scambio,
una possibilità per le persone di Riace di conoscere il mondo da vicino
attraverso i veri protagonisti, coloro che hanno subito la guerra, coloro che
hanno subito spesso torture, vittime di guerre e conflitti armati. Questo ha
portato a una conoscenza diretta e a una nuova dimensione e direzione della
coscienza. Questa è la verità più forte che lascio personalmente, dopo aver
fatto il sindaco per quindici anni, perché non sono importanti tutti gli
aspetti delle opere pubbliche eccetera, ma soprattutto aver avuto un ruolo
nelle coscienze: è più difficile, ma così si dà un contributo a livello locale,
ma soprattutto a livello globale. Se oggi qualcuno mi dicesse, dopo tanti anni,
qual è l’opera pubblica più importante, qual è il motivo per cui le persone
arrivano e sono attratte da quest’idea che sta dietro a questo luogo Riace, io
dico non esiste un’opera pubblica che si può vedere con gli occhi, non esiste
un momento, un qualche cosa di materiale, ma l’opera pubblica più grande è
qualcosa che non si vede, è immateriale. Però, io dico, avere accolto persone
in fuga dalle guerre, dai drammi dell’umanità, dalla miseria in un periodo in
cui nel mondo vengono proposte le soluzioni finali dei lager, dei campi di
internamento, dell’odio razziale e fascista, allora questa di Riace è davvero
l’opera pubblica più grande che si poteva realizzare. A livello del messaggio
estetico nel centro del borgo abbiamo costruito questo percorso di botteghe di
artigianato dove si incontrava la magliaia di Herat, poi gli aquiloni di
Islamabad, il vasaio di Kabul, dove c’era un ragazzino dell’Afghanistan che
costruiva gli aquiloni e poi giocava con i bambini del luogo. Anche dal punto
di vista estetico è stata veramente, come ha detto Wim Wenders, che ha dedicato
un film, un'opera a Riace, ha detto “ho visto l’utopia possibile".
Il Comune di Riace, per volontà popolare, potrebbe
richiedere l'affiliazione al Premio Nobel per la Pace ICAN per apportare a
questa realtà il suo spirito di concretezza umile sì, ma insieme carico di
ideali?
Sì certamente. In questo momento non sono Sindaco. Sono un Sindaco sospeso.
Il 26 febbraio 2019 ci sarà una decisione in cassazione e almeno nei prossimi
mesi spero possa tornare a essere sindaco. E questo della filiazione a ICAN è
uno degli atti che subito sottoscriverei. Così come vorrei sottoscrivere subito
l’uscita dallo SPRAR come soddisfazione per non avere a che fare con questo
governo italiano. Sono delle cose che farei subito.
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