La democrazia come dialogo tra diversi
Tra destra e sinistra, la democrazia come dialogo tra diversi. Nel nome di Giorgio Gaber
Attualmente, si dice, viviamo in democrazia. Quindi sarebbe improprio parlare di utopia. A sostegno di questa affermazione si citano spesso i tanti luoghi della terra in cui le istituzioni democratiche non esistono, sono state abbattute o sono appena allo stato nascente. Ma non possiamo accontentarci di queste ipotesi consolatorie, né possiamo dimenticare le gravi imperfezioni delle nostre democrazie.
È fondamentale ricordare che ogni conquista può essere sempre perduta, perché nulla in questo mondo è dato per sempre. Né possiamo accettare una democrazia che dimentichi i sacrifici compiuti per realizzarla, o una democrazia che tolleri, produca e incrementi ingiustizie e disuguaglianze, gettando le basi per il suo rigetto a favore di forme autoritarie di governo.
Se le cose stanno così, come possiamo difenderci dalla componente egoistica della nostra natura e impedire di fare cattivo uso di un mezzo giusto come quello democratico, fondato sulla ricerca del dialogo tra diversi?
Mantenendo la democrazia “giovane”, cioè evitando che un individuo, un gruppo o un partito occupino a lungo il potere che, pur con mezzi democratici, è stato loro concesso. Evitando l’incistarsi, la pietrificazione di maggioranze e minoranze precostituite. Dando movimento a un sistema che tende naturalmente a bloccarsi, irrigidirsi o ribaltarsi nel suo contrario.
La democrazia è una concezione di vita che si apprende vivendo: in famiglia, a scuola, nel lavoro, in tutte le nostre relazioni. Come ogni buon dialogo, è movimento, alternanza e rispetto per le (provvisorie) minoranze, in un clima di accettazione delle regole del gioco. A patto, naturalmente, che di gioco si possa parlare.
Come per le articolazioni del nostro corpo, occorre avere cura del “gioco democratico” attraverso esercizio continuo e movimento, per evitare due esiti disastrosi: la disarticolazione, la perdita di contatto, la disintegrazione oppure, all’altro estremo, l’irrigidimento e il blocco, che espongono a fratture irreparabili.
A questa concezione dinamica della democrazia si oppongono ostacoli immani: particolarismi, fanatismi, integralismi, muri contro muri. È necessario sperimentare, in famiglia, a scuola, nel lavoro, nella vita comunitaria, tutte le forme di confronto e incontro che possano salvaguardare il valore del conflitto, impedendo che si pietrifichi trasformandosi in guerra.
Il conflitto è necessario e fertile, ma smette di esserlo quando è negato per quieto vivere o si trasforma in accanita battaglia tra nemici che cercano di eliminare l’altro anziché gestire il problema. L’utopia può essere la nostra comune giovinezza: nulla è così vecchio da non poter rinascere, nulla è così nuovo da non poter diventare antico. Utopia e realismo non si escludono, ma si intrecciano.
Forse mai come oggi, in un’epoca di massimo sviluppo delle comunicazioni, l’uomo ha conosciuto tante difficoltà a dialogare: panico davanti alla differenza e alla diversità, chiusura in se stessi, integralismo e razzismo criminale per evitare il rapporto con l’altro. Si diffondono comportamenti che privilegiano lo scontro più che il confronto. Ciò che allarma è l’irritualità di questi comportamenti e la perdita di prestigio, efficacia ed efficienza di individui, gruppi e istituzioni chiamati a mediare interessi in conflitto.
Occorre chiedersi: perché sono nati organismi rappresentativi e percorsi ritualizzati per incanalare controversie, se poi assemblee, aule giudiziarie e arene sportive si trasformano in campi di battaglia? Dove è finito il senso dello Stato, cioè la capacità di agire oltre i nostri interessi personali, immaginando e lavorando per il benessere di una comunità che esisterà anche quando noi non ci saremo più?
Nella vita quotidiana proliferano comportamenti irrituali che privilegiano l’azione diretta a vincere, primeggiare, affermare il proprio potere, ignorando l’altro. Sempre più si tollerano, e talvolta si premiano, atteggiamenti che rivelano avversione al dialogo, prevaricazione, militarismo, confusione tra parlare e dialogare, sadismo nel trasformare in spettacolo ciò che divide e masochismo nell’assistervi o parteciparvi.
Il consenso non significa unanimità totale, ma convivenza delle differenze. In una decisione consensuale ci sono gradi di accordo, sfumature di impegno, ma tutto avviene in modo esplicito e accettato globalmente. Il metodo del consenso riconosce grande potere al singolo perché ne rispetta dignità e unicità. Il singolo può bloccare il gruppo solo se dimostra la validità della sua opposizione. Altrimenti, la responsabilità torna al gruppo, con chiarezza.
Perché il consenso funzioni, il singolo deve riconoscere i limiti del proprio potere, il gruppo deve riconoscere e risolvere i problemi sollevati. Bisogna considerare che dall’altra parte ci sono persone con sentimenti, valori, convinzioni e storie diverse. Ogni giudizio sulla persona può danneggiare la relazione e alterare il clima necessario per utilizzare al meglio la creatività e l’intelligenza collettiva.
È fondamentale rimanere aderenti ai fatti, “attaccando” idee e proposte senza attaccare le persone. Non identificarsi con le proprie idee: “le mie idee non sono mie”. Il cuore delle questioni non sta nelle posizioni iniziali, ma nei bisogni, preoccupazioni e convinzioni delle parti, nei “fondamenti” dei problemi.
Spesso si discute su soluzioni senza scandagliare i bisogni in gioco. Ogni bisogno può avere molte soluzioni; fissarsi su una sola idea impedisce il negoziato costruttivo. Abbandonare una proposta non significa rinunciare ai propri principi, ma cercare altre soluzioni. Il consenso diventa così un processo costruttivo e nonviolento di gestione dei conflitti, con il conflitto visto come naturale, né giusto né sbagliato.
Un gruppo che facilita l’espressione del disaccordo costruisce le basi per decisioni più funzionali. Comunicare è gestire relazioni e conflitti. Anche con metodo e comunicazione perfetti, problemi complessi possono rimanere irrisolti. Con cura e fiducia, però, il “paesaggio decisionale” diventa chiaro e comprensibile, offrendo terreno fertile per soluzioni rispettose dei bisogni essenziali. A volte bisogna accettare di non poter decidere subito.
Saper gestire il disagio personale e collettivo è indispensabile: pazienza e fiducia sono qualità fondamentali. Il consenso costruisce “accordi nel disaccordo”: il disaccordo particolare dentro un quadro di accordo generale fondato su rispetto e fiducia reciproci. In sostanza, il consenso è la volontà di continuare a camminare e sperimentare insieme. Ed è questo in definitiva il messaggio di Gaber, il quale oltre a essere stato un musicista e cantautore di grande talento, si è distinto anche per il suo impegno politico e sociale, che ha permeato gran parte della sua carriera artistica. La sua capacità di coniugare satira, riflessione e critica sociale gli ha permesso di affrontare temi complessi con una leggerezza apparente, che però nascondeva una profonda analisi della società italiana. Gaber non si è mai schierato in maniera propagandistica, ma ha sempre cercato di stimolare la coscienza critica del pubblico, invitando a riflettere sulle contraddizioni e le ingiustizie del mondo contemporaneo.
Il teatro-canzone, che Gaber sviluppò insieme a Sandro Luporini, diventò il mezzo privilegiato per veicolare il suo pensiero politico e sociale. Attraverso spettacoli come “Il Signor G” e “Qualcuno era comunista”, affrontava tematiche quali la politica, la libertà individuale, i conformismi della società e le difficoltà di rapportarsi agli altri. La sua satira non risparmiava né la destra né la sinistra, ma mirava a smuovere le coscienze, a far emergere i limiti del sistema e le contraddizioni dei comportamenti umani.
Inoltre, Gaber si è sempre mostrato attento ai cambiamenti culturali e ai fenomeni sociali, criticando l’individualismo e il consumismo crescente degli anni ’80 e ’90. La sua arte rifletteva una sensibilità civica rara, trasformando la musica e il teatro in strumenti di partecipazione attiva e di dibattito pubblico. La sua eredità non è solo musicale, ma anche morale e civica, incarnando l’idea che l’artista abbia la responsabilità di contribuire alla consapevolezza sociale dei cittadini.
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