La democrazia come dialogo tra diversi

 Tra destra e sinistra, la democrazia come dialogo tra diversi. Nel nome di Giorgio Gaber 

di Laura Tussi


«Destra… sinistra… destra… sinistra…» cantava Giorgio Gaber,  quasi che la democrazia per lui fosse una danza ripetitiva, fatta di passi avanti e indietro, di alternanze a volte comiche, a volte tragiche. Ma al di là della musica, resta la questione seria: cosa significa vivere in democrazia?

Attualmente, si dice, viviamo in democrazia. Quindi sarebbe improprio parlare di utopia. A sostegno di questa affermazione si citano spesso i tanti luoghi della terra in cui le istituzioni democratiche non esistono, sono state abbattute o sono appena allo stato nascente. Ma non possiamo accontentarci di queste ipotesi consolatorie, né possiamo dimenticare le gravi imperfezioni delle nostre democrazie.

È fondamentale ricordare che ogni conquista può essere sempre perduta, perché nulla in questo mondo è dato per sempre. Né possiamo accettare una democrazia che dimentichi i sacrifici compiuti per realizzarla, o una democrazia che tolleri, produca e incrementi ingiustizie e disuguaglianze, gettando le basi per il suo rigetto a favore di forme autoritarie di governo.

Se le cose stanno così, come possiamo difenderci dalla componente egoistica della nostra natura e impedire di fare cattivo uso di un mezzo giusto come quello democratico, fondato sulla ricerca del dialogo tra diversi?

Mantenendo la democrazia “giovane”, cioè evitando che un individuo, un gruppo o un partito occupino a lungo il potere che, pur con mezzi democratici, è stato loro concesso. Evitando l’incistarsi, la pietrificazione di maggioranze e minoranze precostituite. Dando movimento a un sistema che tende naturalmente a bloccarsi, irrigidirsi o ribaltarsi nel suo contrario.

La democrazia è una concezione di vita che si apprende vivendo: in famiglia, a scuola, nel lavoro, in tutte le nostre relazioni. Come ogni buon dialogo, è movimento, alternanza e rispetto per le (provvisorie) minoranze, in un clima di accettazione delle regole del gioco. A patto, naturalmente, che di gioco si possa parlare.

Come per le articolazioni del nostro corpo, occorre avere cura del “gioco democratico” attraverso esercizio continuo e movimento, per evitare due esiti disastrosi: la disarticolazione, la perdita di contatto, la disintegrazione oppure, all’altro estremo, l’irrigidimento e il blocco, che espongono a fratture irreparabili.

A questa concezione dinamica della democrazia si oppongono ostacoli immani: particolarismi, fanatismi, integralismi, muri contro muri. È necessario sperimentare, in famiglia, a scuola, nel lavoro, nella vita comunitaria, tutte le forme di confronto e incontro che possano salvaguardare il valore del conflitto, impedendo che si pietrifichi trasformandosi in guerra.

Il conflitto è necessario e fertile, ma smette di esserlo quando è negato per quieto vivere o si trasforma in accanita battaglia tra nemici che cercano di eliminare l’altro anziché gestire il problema. L’utopia può essere la nostra comune giovinezza: nulla è così vecchio da non poter rinascere, nulla è così nuovo da non poter diventare antico. Utopia e realismo non si escludono, ma si intrecciano.

Forse mai come oggi, in un’epoca di massimo sviluppo delle comunicazioni, l’uomo ha conosciuto tante difficoltà a dialogare: panico davanti alla differenza e alla diversità, chiusura in se stessi, integralismo e razzismo criminale per evitare il rapporto con l’altro. Si diffondono comportamenti che privilegiano lo scontro più che il confronto. Ciò che allarma è l’irritualità di questi comportamenti e la perdita di prestigio, efficacia ed efficienza di individui, gruppi e istituzioni chiamati a mediare interessi in conflitto.

Occorre chiedersi: perché sono nati organismi rappresentativi e percorsi ritualizzati per incanalare controversie, se poi assemblee, aule giudiziarie e arene sportive si trasformano in campi di battaglia? Dove è finito il senso dello Stato, cioè la capacità di agire oltre i nostri interessi personali, immaginando e lavorando per il benessere di una comunità che esisterà anche quando noi non ci saremo più?

Nella vita quotidiana proliferano comportamenti irrituali che privilegiano l’azione diretta a vincere, primeggiare, affermare il proprio potere, ignorando l’altro. Sempre più si tollerano, e talvolta si premiano, atteggiamenti che rivelano avversione al dialogo, prevaricazione, militarismo, confusione tra parlare e dialogare, sadismo nel trasformare in spettacolo ciò che divide e masochismo nell’assistervi o parteciparvi.

Il consenso non significa unanimità totale, ma convivenza delle differenze. In una decisione consensuale ci sono gradi di accordo, sfumature di impegno, ma tutto avviene in modo esplicito e accettato globalmente. Il metodo del consenso riconosce grande potere al singolo perché ne rispetta dignità e unicità. Il singolo può bloccare il gruppo solo se dimostra la validità della sua opposizione. Altrimenti, la responsabilità torna al gruppo, con chiarezza.

Perché il consenso funzioni, il singolo deve riconoscere i limiti del proprio potere, il gruppo deve riconoscere e risolvere i problemi sollevati. Bisogna considerare che dall’altra parte ci sono persone con sentimenti, valori, convinzioni e storie diverse. Ogni giudizio sulla persona può danneggiare la relazione e alterare il clima necessario per utilizzare al meglio la creatività e l’intelligenza collettiva.

È fondamentale rimanere aderenti ai fatti, “attaccando” idee e proposte senza attaccare le persone. Non identificarsi con le proprie idee: “le mie idee non sono mie”. Il cuore delle questioni non sta nelle posizioni iniziali, ma nei bisogni, preoccupazioni e convinzioni delle parti, nei “fondamenti” dei problemi.

Spesso si discute su soluzioni senza scandagliare i bisogni in gioco. Ogni bisogno può avere molte soluzioni; fissarsi su una sola idea impedisce il negoziato costruttivo. Abbandonare una proposta non significa rinunciare ai propri principi, ma cercare altre soluzioni. Il consenso diventa così un processo costruttivo e nonviolento di gestione dei conflitti, con il conflitto visto come naturale, né giusto né sbagliato.

Un gruppo che facilita l’espressione del disaccordo costruisce le basi per decisioni più funzionali. Comunicare è gestire relazioni e conflitti. Anche con metodo e comunicazione perfetti, problemi complessi possono rimanere irrisolti. Con cura e fiducia, però, il “paesaggio decisionale” diventa chiaro e comprensibile, offrendo terreno fertile per soluzioni rispettose dei bisogni essenziali. A volte bisogna accettare di non poter decidere subito.

Saper gestire il disagio personale e collettivo è indispensabile: pazienza e fiducia sono qualità fondamentali. Il consenso costruisce “accordi nel disaccordo”: il disaccordo particolare dentro un quadro di accordo generale fondato su rispetto e fiducia reciproci. In sostanza, il consenso è la volontà di continuare a camminare e sperimentare insieme. Ed è questo in definitiva il messaggio di Gaber, il quale oltre a essere stato un musicista e cantautore di grande talento, si è distinto anche per il suo impegno politico e sociale, che ha permeato gran parte della sua carriera artistica. La sua capacità di coniugare satira, riflessione e critica sociale gli ha permesso di affrontare temi complessi con una leggerezza apparente, che però nascondeva una profonda analisi della società italiana. Gaber non si è mai schierato in maniera propagandistica, ma ha sempre cercato di stimolare la coscienza critica del pubblico, invitando a riflettere sulle contraddizioni e le ingiustizie del mondo contemporaneo.

Il teatro-canzone, che Gaber sviluppò insieme a Sandro Luporini, diventò il mezzo privilegiato per veicolare il suo pensiero politico e sociale. Attraverso spettacoli come “Il Signor G” e “Qualcuno era comunista”, affrontava tematiche quali la politica, la libertà individuale, i conformismi della società e le difficoltà di rapportarsi agli altri. La sua satira non risparmiava né la destra né la sinistra, ma mirava a smuovere le coscienze, a far emergere i limiti del sistema e le contraddizioni dei comportamenti umani.

Inoltre, Gaber si è sempre mostrato attento ai cambiamenti culturali e ai fenomeni sociali, criticando l’individualismo e il consumismo crescente degli anni ’80 e ’90. La sua arte rifletteva una sensibilità civica rara, trasformando la musica e il teatro in strumenti di partecipazione attiva e di dibattito pubblico. La sua eredità non è solo musicale, ma anche morale e civica, incarnando l’idea che l’artista abbia la responsabilità di contribuire alla consapevolezza sociale dei cittadini.

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