Scuole sotto silenzio per disposizione di Valditara. Limitare le assemblee significa colpire la democrazia

 

Scuole sotto silenzio per disposizione di Valditara. Limitare le assemblee significa colpire la democrazia

di Laura Tussi

La nuova direttiva del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara che restringe il diritto di assemblea nelle scuole non è una semplice misura amministrativa: è un segnale politico grave, che colpisce al cuore uno dei pochi spazi di partecipazione democratica reale rimasti alle nuove generazioni. Ed è difficile non provare indignazione di fronte a un atto che, sotto il linguaggio apparentemente neutro dell’“ordine” e dell’“efficienza”, riduce diritti e silenzia voci.

Il diritto di assemblea studentesca non è un capriccio né una concessione benevola dell’autorità scolastica. È un diritto sancito, conquistato, riconosciuto come parte integrante della funzione educativa della scuola pubblica. Limitare le assemblee, renderle più difficili da convocare, svuotarle di contenuto o sottoporle a controlli sempre più stringenti significa lanciare un messaggio chiaro: la partecipazione è tollerata solo finché non disturba, il confronto solo finché resta innocuo, la parola solo finché non diventa critica.

Si dice che la direttiva serva a evitare “abusi”, “strumentalizzazioni”, “perdite di tempo”. Ma la storia insegna che ogni compressione delle libertà comincia sempre così: con la promessa di proteggere, di razionalizzare, di mettere ordine. In realtà, ciò che si colpisce è la possibilità per studenti e studentesse di discutere, di organizzarsi, di maturare coscienza civile. Una scuola senza assemblee vive è una scuola che educa all’obbedienza, non alla cittadinanza.

Colpisce, inoltre, la totale mancanza di fiducia nei confronti dei giovani. Invece di accompagnare, formare, responsabilizzare, si preferisce limitare. Invece di affrontare eventuali problemi con il dialogo e con strumenti educativi, si sceglie la scorciatoia del divieto. È una visione autoritaria della scuola, che tradisce la sua missione costituzionale: formare persone libere, critiche, capaci di partecipare alla vita democratica.

Non è un dettaglio che questa direttiva arrivi in un clima più ampio di compressione degli spazi di dissenso, di sospetto verso ogni forma di conflitto sociale, di fastidio per chi prende parola. Le assemblee studentesche, spesso, sono luoghi in cui si parla di guerra e di pace, di diritti, di ambiente, di discriminazioni, di futuro. Sono luoghi imperfetti, certo, talvolta caotici. Ma la democrazia è sempre imperfetta e rumorosa. Il silenzio, invece, è tipico di altri modelli.

Ridurre il diritto di assemblea significa anche impoverire la scuola come comunità. Significa trasformarla sempre più in un luogo di mera trasmissione di nozioni, di performance e valutazioni, cancellando la dimensione collettiva, politica nel senso più alto del termine: quella che insegna a stare insieme, a discutere, a decidere, a dissentire senza violenza.

Per questo la direttiva di Valditara non può essere archiviata come un atto tecnico. È una scelta culturale e politica che va contrastata. Difendere il diritto di assemblea nelle scuole significa difendere la democrazia prima che arrivi all’università, prima che entri nei luoghi di lavoro, prima che si misuri con le istituzioni. Significa affermare che la scuola non è una caserma, ma un laboratorio di cittadinanza.

Se si abitua una generazione a chiedere il permesso per parlare, a rinunciare al confronto, ad accettare limiti ingiustificati, non ci si potrà poi stupire di una società più passiva, più rassegnata, più fragile. La scuola dovrebbe essere il luogo dove si impara la libertà. Questa direttiva va nella direzione opposta. Ed è per questo che va respinta con fermezza, con intelligenza e con una mobilitazione che coinvolga studenti, docenti e famiglie. Perché senza assemblee libere, la scuola perde la sua anima.

 

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