La strana " tregua" di Gaza: oltre 600 morti e un “Board of Peace” che ripropone una logica neocoloniale

 

La strana tregua di Gaza: oltre 600 morti e un “Board of Peace” che ripropone una logica neocoloniale

di laura Tussi


La tregua a Gaza, annunciata come un possibile punto di svolta, si è rivelata ancora una volta fragile e insufficiente. Secondo le autorità sanitarie locali, nelle ultime settimane il bilancio delle vittime ha superato quota 600, un numero che incrina qualunque retorica di “de-escalation” e restituisce l’immagine di un territorio in cui la violenza continua a scandire la vita quotidiana. Ospedali allo stremo, quartieri rasi al suolo, famiglie in fuga: il cessate il fuoco, più che una pausa, appare come una sospensione precaria del disastro.

In questo contesto si inserisce l’avvio dell’inquietante Board of Peace, promosso dall’ex presidente Donald Trump. L’organismo, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe guidare la ricostruzione di Gaza finanziandola attraverso proventi legati al petrolio venezuelano rubato e a un sistema di garanzie internazionali. Ma il progetto, fin dall’annuncio, ha suscitato perplessità diffuse: chi controllerebbe davvero le risorse? A beneficio di chi verrebbe attuata la ricostruzione? E, soprattutto, quale sovranità resterebbe ai palestinesi?

Parole chiare dai cardinali Parolin e Pizzaballa 

Le critiche più nette arrivano anche dal mondo ecclesiale. Il cardinale **Pietro Parolin**, Segretario di Stato vaticano, ha espresso forti riserve sull’impostazione del Board, sottolineando il rischio che iniziative calate dall’alto, prive di un reale consenso locale, finiscano per aggravare le fratture invece di sanarle. Ancora più duro il giudizio del cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, che ha definito l’organismo “neocoloniale”, denunciando una visione in cui la pace viene amministrata come un affare economico e geopolitico, piuttosto che costruita attraverso giustizia e diritti.

Sul terreno, intanto, la popolazione palestinese continua a pagare il prezzo più alto. Organizzazioni umanitarie e osservatori internazionali parlano di crimini sistematici, mentre una parte crescente dell’opinione pubblica globale utilizza il termine “genocidio” per descrivere quanto sta accadendo. È una definizione giuridicamente e politicamente controversa, ma che riflette un sentimento diffuso di fronte alla ripetizione delle stragi, alla distruzione delle infrastrutture civili e all’assedio che soffoca ogni prospettiva di vita normale nella Striscia di Gaza.

La tregua, così com’è, non basta. E il Board of Peace, lungi dall’apparire come uno strumento di riconciliazione, rischia di essere percepito come l’ennesima imposizione esterna, capace di ridisegnare equilibri economici senza affrontare la radice del conflitto: l’occupazione, la negazione dei diritti fondamentali, l’assenza di una reale autodeterminazione. Senza verità e giustizia, la pace resta uno slogan. E a Gaza, ogni slogan si infrange contro il rumore delle bombe e il silenzio dei morti.

L’ adesione non innocente dell’Italia al Board  of Peace 

La vergognosa adesione dell’Italia, anche solo in veste di osservatore, a iniziative e schieramenti che avallano politiche di aggressione, sanzioni illegittime e violazioni del diritto internazionale rappresenta una ferita profonda alla sua stessa storia costituzionale. La Costituzione italiana, nata dalla Resistenza e dalla tragedia della guerra, ripudia esplicitamente la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. Eppure, dietro la formula ipocrita dell’“osservazione” o della “neutralità tecnica”, l’Italia finisce spesso per legittimare scelte dettate da alleanze asimmetriche e da una sudditanza politica verso Washington e la NATO, rinunciando a un ruolo autonomo di mediazione, pace e cooperazione internazionale.

Questa adesione passiva, ma non innocente, trascina il paese in una spirale di corresponsabilità morale e politica: silenzio di fronte ai blocchi economici che affamano intere popolazioni, ambiguità rispetto a colpi di mano militari e chiusura degli occhi davanti a massacri e genocidi. Essere “osservatori” non significa essere estranei: significa assistere senza opporsi, accettare senza denunciare. In questo modo l’Italia tradisce non solo i principi del diritto internazionale, ma anche la propria tradizione diplomatica e il sentimento di larga parte della sua popolazione, che continua a vedere nella pace, nella solidarietà e nel rispetto dei popoli oppressi l’unica strada credibile per un ordine mondiale più giusto.

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