58 anni fa l’ assassinio di Gandhi. La rivoluzione della non violenza
58 anni fa l’ assassinio di Gandhi. La rivoluzione della non violenza
Il 30 gennaio 1948, nel giardino della Birla House a Nuova Delhi, Mohandas Karamchand Gandhi venne ucciso con tre colpi di pistola. A sparare fu Nathuram Godse, un nazionalista indù radicale che rivendicò l’attentato come un atto di difesa della nazione. Con quell’omicidio non venne colpito solo un uomo, ma l’idea stessa di una convivenza possibile tra popoli e religioni diverse.
Gandhi era diventato il simbolo mondiale della nonviolenza e aveva guidato l’India all’indipendenza dal Regno Unito, ottenuta nel 1947, attraverso decenni di disobbedienza civile, mobilitazione di massa e lotta politica all’interno del Partito del Congresso. Il suo progetto era quello di un’India laica, inclusiva, capace di riconoscere le differenze religiose senza trasformarle in motivo di esclusione o conflitto.
Le radici dell’assassinio affondano nella fase finale del dominio coloniale britannico. L’incapacità, o la mancanza di volontà, di gestire le tensioni tra la maggioranza indù e la minoranza musulmana portò alla drammatica Partizione del subcontinente indiano nel 1947. Nacquero così due Stati: l’India, a maggioranza indù, e il Pakistan, allora diviso in Pakistan Occidentale e Pakistan Orientale, l’attuale Bangladesh, concepito come patria dei musulmani.
Gandhi si oppose fino all’ultimo a questa divisione, convinto che avrebbe aperto una spirale di violenza incontrollabile. Proprio questa sua posizione gli valse l’odio dei settori più radicali del nazionalismo indù, che lo accusavano di essere troppo conciliante con i musulmani e di aver accettato, seppur controvoglia, la nascita del Pakistan. Per Godse e per l’ambiente ideologico in cui maturò l’attentato, Gandhi rappresentava un traditore della nazione indù.
La Partizione si rivelò una tragedia umanitaria di proporzioni immense. I confini, tracciati in modo frettoloso dalle autorità coloniali britanniche, provocarono il caos. Oltre dieci milioni di persone furono costrette a spostarsi in pochi mesi, attraversando territori devastati per raggiungere il Paese che corrispondeva alla propria fede religiosa.
Le violenze esplosero in maniera brutale. Indù, musulmani e sikh si affrontarono in massacri, saccheggi, incendi di villaggi e vendette incrociate. Le stime parlano di circa tre milioni di morti. Fu una delle migrazioni più violente e disordinate della storia moderna, una ferita che segna ancora oggi il subcontinente.
L’assassinio di Gandhi non chiuse quella stagione di sangue, ma ne segnò simbolicamente la sconfitta morale. L’inimicizia tra India e Pakistan, con guerre, tensioni permanenti e il conflitto irrisolto sul Kashmir, resta una delle eredità più pesanti di quella fase storica. Anche all’interno dell’India, i conflitti religiosi non sono mai stati completamente superati.
Negli ultimi anni, a rendere questo quadro ancora più inquietante, si è aggiunta la rivalutazione di Nathuram Godse da parte dei settori più fanatici del nazionalismo indù, che arrivano a celebrarlo come un patriota o un martire. Un segnale che indica quanto il messaggio di Gandhi venga oggi messo in discussione.
L’India contemporanea, guidata dal governo di Narendra Modi e dal partito BJP, è spesso accusata di alimentare un nazionalismo indù sempre più marcato. Le politiche adottate, dalla riduzione dell’autonomia del Kashmir alle leggi sulla cittadinanza che penalizzano la minoranza musulmana, hanno suscitato critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani e osservatori internazionali.
A più di settant’anni dalla sua morte, la figura di Gandhi continua a interrogare il presente. La scelta tra una società fondata sulla convivenza e una basata sull’esclusione resta aperta, e la storia dell’India dimostra quanto alto possa essere il prezzo pagato quando l’odio prende il posto del dialogo.
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