La tragedia dei suicidi in età adolescenziale e giovanile
Questo fenomeno non è semplicemente un dato statistico, ma una tragedia che investe famiglie, comunità e intere generazioni. L’adolescenza è un periodo di transizione, di passaggio da una fase all’altra della vita, carico di cambiamenti fisici, emotivi, relazionali. In tale passaggio, le dinamiche di relazione, l’isolamento sociale, l’uso precoce e spesso disorientante dei social media, la mancanza di spazi di ascolto autentico, l’ansia da prestazione e la percezione di non appartenere a nulla possono diventare fattori che aggravano la sofferenza psicologica dei giovani e contribuiscono alla costruzione di un senso d’insensato.
Gesti inspiegabili?
Per molte persone il gesto suicidario è inspiegabile. Si sentono spesso frasi del tipo: “Andava bene a scuola, non aveva grossi problemi con i genitori e aveva anche degli amici”. Ma viene da chiedersi: il gesto suicida è veramente incomprensibile o piuttosto non intuitivamente prevedibile? Non è forse sempre preceduto da una richiesta d’aiuto non ascoltata e segnali che non sono stati colti?
Esiste un’Atlantide sommersa, nascosta dietro la maschera degli adolescenti, un mondo non così roseo come può sembrare. Ecco perché, se si vuole capire, aiutare e contemporaneamente prevenire le recidive, non resta che ricostruire minuziosamente le storie dei giovani che si sono tolti la vita o hanno tentato di farlo. Servirebbe scoprire le caratteristiche personali, così come il quadro d’inserimento, l’ambiente socio-culturale, i significati del gesto suicida e le connessioni tra questi fattori.
Papa Francesco, nella sua attenzione verso le nuove generazioni, ci ha invitato a cogliere il valore profondo della vita e a guardare i giovani non come “problemi da risolvere”, ma come persone da accompagnare, ascoltare e valorizzare. Nell’Esortazione apostolica Christus Vivit, rivolta ai giovani e a tutto il popolo di Dio – affermava che “Cristo vive e ti vuole vivo”, un’espressione che non è solo teologica ma anche antropologica: la vita dei giovani, con tutte le sue difficoltà, è preziosa e merita di essere sostenuta, compresa, accompagnata senza giudizio.
Quando riflettiamo sul suicidio giovanile, dobbiamo chiederci cosa spinge tanti ragazzi a guardare alla morte come a una possibile soluzione alle proprie difficoltà. Non è certo il modo in cui il gesto viene compiuto a essere centrale, ma il significato profondo che quel gesto assume per chi lo compie. Dietro ogni suicidio c’è un’esperienza di dolore interiore, di perdita di speranza, di difficoltà comunicative, di relazioni interrotte o mancanti. È dunque urgente parlare di suicidio, di comunicazione in adolescenza e dei modi in cui i giovani cercano di esprimere il proprio disagio, spesso con strumenti che sembrano insensati, ma che rappresentano richieste di attenzione, di cura, di ascolto.
Questi gesti non sono rivolti in modo esclusivo a se stessi, né sono messaggi diretti solo agli adulti, ai genitori, alla scuola o alla società. Spesso sono tentativi di dialogo interno fra pari, espressioni di un disagio che non trova spazio nel linguaggio tradizionale degli adulti, né nella cultura dominante. Capire queste comunicazioni significa, per noi che ci occupiamo di educazione, di cura, di relazioni di aiuto, non semplicemente descrivere un fenomeno di disagio con approcci sociologici dettagliati, ma cogliere gli aspetti affettivi e simbolici profondi che questi comportamenti manifestano.
Il compito educativo non è quello di reprimere o di negare, né tantomeno di banalizzare o patologizzare i comportamenti giovanili, ma di sviluppare competenze relazionali, comunicative ed emotive che permettano di raccogliere i messaggi impliciti in questi gesti, arricchirli di senso e di significato, e trasformarli in possibilità di crescita, di dialogo e di trasformazione. Comunicare con i giovani, comprendere i loro modi di rappresentarsi il mondo, significa contribuire alla costruzione di una cultura che sappia fare dialogo intergenerazionale, che sappia trasformare la sottocultura giovanile in risorsa creativa anziché in emarginazione.
II suicidio degli adolescenti è il segnale di un fallimento profondo di tutti gli adulti l
Parlare di suicidio in adolescenza significa immergersi in un labirinto di emozioni fragili, dove il confine tra il disagio passeggero e il rischio reale è spesso sottile. Uno dei principali fattori critici è la presenza di disturbi psichici che rimangono nell’ombra, non riconosciuti o trascurati. In questi casi, segnali come una forte instabilità emotiva o il desiderio di isolarsi dal mondo (il cosiddetto ritiro sociale) funzionano come veri e propri campanelli d’allarme. Tuttavia, bisogna scardinare un pregiudizio comune: non tutti i ragazzi che arrivano a tentare un gesto estremo soffrono di depressione clinica.
Oltre la diagnosi: il peso del vissuto emotivo
La ricerca scientifica ci dice qualcosa di molto profondo: spesso, dietro un tentato suicidio, non c’è una patologia conclamata, ma un modo specifico di sentire e di abitare la realtà. Ci sono ragazzi che lottano con una tendenza naturale all’impulsività o che sono schiacciati da un senso di disperazione e autosvalutazione costante. Per altri, il problema risiede nella difficoltà di gestire le proprie emozioni o in una scarsa capacità di trovare soluzioni ai problemi della vita (problem-solving).
Anche l’eccessivo perfezionismo o rabbia accumulata possono diventare fardelli insostenibili. In questo quadro, l’abuso di sostanze agisce come un pericoloso acceleratore: l’alcol e le droghe, alterando la percezione della realtà, abbattono i freni inibitori e favoriscono gesti impulsivi che, in condizioni di lucidità, potrebbero essere arginati.
Il peso della storia e dell’ambiente
Non possiamo ignorare il contesto in cui un giovane cresce. Esistono dei fattori predisponenti, come la familiarità con episodi di suicidio o la presenza di disturbi psichici all’interno del nucleo familiare, che creano una vulnerabilità di base. Su questo terreno possono poi innestarsi degli eventi scatenanti, quelli che la letteratura definisce “precipitanti”: l’ essere vittima di bullismo o cyberbullismo, una piaga che distrugge l’autostima; il fallimento scolastico o l’isolamento sociale; i traumi profondi come una delusione amorosa devastante, il lutto per una persona cara o la separazione conflittuale dei genitori; le esperienze drammatiche di abusi o violenze subite durante l’infanzia.
L’autolesionismo: un grido d’aiuto silenzioso
Infine, un’attenzione particolare va rivolta alle condotte autolesive, come tagliarsi o bruciarsi. Anche se chi mette in atto questi comportamenti solitamente non ha l’intenzione immediata di morire (spesso è un modo paradossale per “gestire” un dolore interno troppo forte), il rischio resta elevatissimo. Questi ragazzi vivono una sofferenza relazionale estrema che può facilmente evolvere in pensieri suicidari. Inoltre, la pratica costante del farsi male porta a una progressiva desensibilizzazione al dolore fisico, rendendo il passaggio dall’autolesionismo al gesto estremo tristemente più “accessibile” nel tempo.
In questo scenario, la tendenza educativa non può essere quella di tornare a modelli autoritari o paternalisti che vedono nell’imposizione di limiti e nell’autorità l’unica soluzione. Al contrario, ci sono altri modi di accompagnare la crescita, basati sull’ascolto, sulla condivisione, sulla creazione di legami significativi. La funzione educativa non è più quella di castrazione o di limitazione, ma di accompagnamento e di facilitazione dell’incontro con sé stessi e con gli altri, con la propria capacità di amare, di creare senso e di progettare un futuro.
Parlare di suicidio giovanile significa affrontare domande complesse che riguardano l’essere umano nella sua interezza: la capacità di sperare, di creare relazioni autentiche, di trovare significato nella propria esistenza. Significa mettere in discussione le nostre pratiche educative, i nostri modelli sociali, la nostra capacità di ascolto. Significa anche ripensare il nostro impegno nel costruire comunità dove nessun giovane si senta solo, invisibile o inutile.
In questo lavoro culturale e relazionale, il dialogo tra generazioni diventa essenziale. Educatori, genitori, insegnanti, operatori sociali, professionisti della salute mentale e intere comunità sono chiamati a cooperare per creare spazi di ascolto autentico, di condivisione e di dialogo. Solo così possiamo sperare di dare alle nuove generazioni non solo strumenti per affrontare le difficoltà, ma anche motivi per vivere, sentendo che la vita stessa, con tutte le sue sfide e incertezze, è degna di essere vissuta.
Commenti
Posta un commento