Una partita truccata. La farsa teatrale della liberazione del Venezuela con l’attacco, il bombardamento e il rapimento di Maduro e Cilia Flores
Una partita truccata. La farsa teatrale della liberazione del Venezuela con l’attacco, il bombardamento e il rapimento di Maduro e Cilia Flores
di Laura Tussi
La narrazione dominante nei Paesi occidentali tende a presentare questi eventi come azioni di giustizia o di sicurezza, giustificate dalla lotta al narcotraffico e al terrorismo. Ma dietro questa rappresentazione si intravede una strategia più ampia, in cui il controllo delle risorse, il posizionamento geopolitico e la punizione dei governi non allineati assumono un ruolo centrale. Il Venezuela, con le sue immense riserve energetiche e la sua storia di autonomia politica, diventa così un bersaglio emblematico delle dinamiche del potere unipolare.
La reazione di Caracas è stata netta e non lascia spazio a ipotesi di addomesticamento del governo come falsamente lascia trapelare la Casa Bianca (l’ uso delle fake news del resto è ormai una tradizione in questa guerra ibrida al Venezuela che dura ormai da 25 anni). Il sequestro del capo dello Stato è stato infatti correttamente denunciato come un atto di aggressione che mina le basi stesse delle relazioni internazionali e apre un precedente pericoloso: quello di un mondo in cui una potenza può arrogarsi il diritto di catturare un leader straniero e trasferirlo altrove, piegando il diritto alla forza. Le conseguenze di questa vicenda si riflettono ben oltre i confini venezuelani, alimentando tensioni, repressioni e nuove fratture regionali.
Questa crisi mette a nudo il vuoto di credibilità del diritto internazionale e delle istituzioni multilaterali, sempre più incapaci di garantire equità e giustizia. Nel capitalismo unipolare, la legge viene piegata alle esigenze del potere, mentre la sovranità degli Stati più deboli viene sistematicamente calpestata. Le guerre non sono più dichiarate: sono permanenti, diffuse, amministrate come settori produttivi, sostenute da apparati militari, finanziari e mediatici.
In questo contesto, anche l’Europa e l’Italia appaiono subalterne, incapaci di esprimere una posizione autonoma e critica. Il silenzio o l’acquiescenza diventano la cifra di una politica estera che rinuncia alla difesa dei principi fondamentali pur di non incrinare gli equilibri di alleanza. Ogni evento viene trasformato in una messa in scena, una rappresentazione teatrale che serve a costruire consenso e a mascherare interessi economici e strategici.
La cosiddetta liberazione, come già avvenuto in altri scenari di crisi, si riduce così a una farsa. Persone, leader politici, attivisti e interi popoli vengono trasformati in strumenti di un gioco cinico, in cui le vite umane contano meno degli equilibri di potere. La regia non è mai locale, ma risiede nei centri decisionali globali, dove si stabiliscono tempi, narrazioni e obiettivi.
La Santa Sede, in più occasioni, ha richiamato l’attenzione della comunità internazionale sul rispetto della dignità umana, sulla necessità di fermare l’escalation dei conflitti e di contrastare la logica della guerra come strumento di dominio. Questi richiami risuonano con particolare forza di fronte alla vicenda venezuelana, che mostra come la politica internazionale rischi di trasformarsi in una tragicommedia, in cui la legalità viene invocata solo quando serve ai più forti.
Le guerre del capitalismo unipolare non sono deviazioni accidentali, ma il cuore stesso di un sistema fondato sul profitto, sul controllo delle risorse e sull’espansione militare. Sono enormi fabbriche di morte, alimentate da investimenti in armamenti e da una logica di potere che non tollera alternative. Finché questo modello resterà intatto, ogni discorso su pace, democrazia e liberazione resterà una formula vuota. Una partita truccata, giocata sempre e solo sulle spalle dei popoli.
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