giovedì 3 maggio 2018

Gig economy: cosa succederà nei prossimi mesi ai lavoratori digitali?

Forse è arrivato il momento di schierarsi anche per i lavoratori della gig economy, giusto per non cadere nell'equivoco che una loro rappresentanza possa essere fagocitata dal sindacato complice con la precarizzazione del lavoro e delle nostre esistenze. E' già accaduto nel passato con la nascita del Nidil Cgil e, oggi, leggere che una delle soluzioni per i lavoratori atipici sarebbe rappresentata dalla loro copertura assicurativa ci sembra francamente un approccio non solo riduttivo ma finalizzato a gestire la precarietà in termini subalterni e compatibili con il capitale.

 Sia ben chiaro che il primo ruolo del sindacato dovrebbe essere quello di offrire tutele collettive ed individuali, cosa ben diversa dalla supina accettazione di tutte le regole imposte nel corso degli anni. Non è che  facendosi rappresentare dai paladini del lavoro gratuito (ricordate Expo e l'accordo sottoscritto da cgil cisl uil?), i lavoratori della gig economy arriveranno a risultati migliori o al riconoscimento dei loro diritti.  Questo valga per loro come per tutte quelle figure precarie che negli anni passati hanno ceduto la loro rappresentanza sindacale e politica a terzi con risultati a dir poco deludenti.
Ciascuno poi farà le scelte che vuole, resta ineludibile una questione: puo' un sindacato che ha taciuto sulla Fornero, sul jobs act e sullo stravolgimento dell'art 18 rappresentare le istanze dei lavoratori digitali?
La nostra risposta è negativa pur ammettendo che i processi di automazione dovrebbero essere presi in seria considerazione anche dal sindacalismo di base perchè il problema non è rappresentato dai robot e dalla tecnologia ma dall'uso che il capitale intende farne disconoscendo il ruolo della stessa forza lavoro.

Restano linguaggi diversi e anche un approccio culturale e analitico che almeno da parte nostra non significa abbandonare la natura subordinata di tanti lavoretti o pensare che il lavoro autonomo sia il punto di partenza per la liberazione dal lavoro salariato e dallo sfruttamento soprattutto perchè conosciamo bene quel mondo e vediamo condizioni di vita e di lavoro precarie e sottopagate.

La rivoluzione digitale ripropone nuova dialettica tra il lavoro e la tecnica e fin qui siamo tutti d'accordo, è  tuttavia innegabile che i lavoretti siano all'insegna del disconoscimento di diritti, di un contratto degno di questo nome, di livelli retributivi dignitosi. La rivoluzione digitale si avvale allora dei processi di sfruttamento selvaggio di epoche assai lontane dalla odierna tecnologia ma si tratta di epoche capitalistiche. 

L'idea dei produttori-consumatori collaborativi, l'esaltazione di presunte e innovative forme di organizzazione della vita economica stride invece con la realtà di lavori mal pagati e con la tendenza  contrattare individualmente le condizioni retributive giusto per evitare che la forza collettiva possa determinare rivendicazioni salariali che ridurrebbero i margini di profitto.
Il neo capitalismo delle piattaforme  non è qualcosa di neutro perchè a gestire le piattaforme sono gli uomini e una logica capitalistica che vuole ridurre il costo del lavoro, i tempi morti e accrescere i margini di profitto . Forse la rivoluzione digitale presenta connotati piu' fordisti del previsto secondo la logica di massima razionalità del capitale per produrre maggiore e continuo valore, insomma chi pensava al lavoro liberato forse si imbatterà in condizioni di sfruttamento da rivoluzione industriale del sec XIX.

E i lavoratori, considerati subordinati a tutti gli effetti, rappresenterebbero per il capitale un  ostacolo per l'utilizzo in termini ultraflessibili di questa manodopera . Non a caso, alcuni teorici del capitale stanno parlando dei lavoratori autonomi come la tipologia di lavoratore che meglio potrebbe raccogliere e valorizzare la nuova tecnologia dignitale ma si tratta di falsi lavoratori autonomi che pur essendo a tutti gli effetti subordinati non vengono considerati tali per essere sfruttati maggiormente. Gli effetti positivi in termini di partecipazione al mercato del lavoro, occupazione sono difficili da riconoscere se pensiamo che l'economia dei lavoretti produce salari ridicoli soprattutto se rapportati alle ore effettivamente lavorate o nelle quali si è a disposizione dell'azienda. Dove sta allora il problema?

I padroni sono ben consapevoli che presto si presenterà la necessità di costruire una rete di tutele contrattuali e di welfare, nel frattempo i lavoratori subordinati vedono scambiare parte del loro salario con i bonus. Sicuramente un riders, in linea teorica, potrebbe essere interessato a una copertura assicurativa o a cedere la propria rappresentanza sindacale e politica in cambio di una indennità per i tempi morti. La nostra è una provocazione ma siamo certi che la necessità di conquistare condizioni lavorative e salariali migliori sarà cosi' forte da indurre molti a cedere a qualche compromesso lasciandosi fagocitare dentro il calderone dei sindacati complici
Allo stesso tempo se il diritto del lavoro non esiste piu' su innumerevoli materie, dovrà ripensare la sua funzione anche in rapporto a queste nuove attività lavorative, tra il pianeta assicurativo e le forme di sussidio in assenza di lavoro 

Non ci sembra casuale poi che tanto ilTribunale di Torino quanto la Cour d'Appel di Parigi abbiano ritenuto non subordinato ma autonomo il lavoro rispettivamente dei postini di Foodora e degli autisti di Uber, una volta disinnesacata la minaccia del riconoscimento della natura subordinata di queste prestazioni, con l'ausilio dei sindacati complici, passeranno a costruire qualche riconoscimento per i lavoratori digitali nell'ottica tuttavia di riportarli dentro le compatibilità capitalistiche e dei sindacati subalterni al capitale. E in questa ottica ci verranno a raccontare della urgenza di un nuovo statuto dei lavori (ricordate lavori contro lavoratori come libertà in antitesi a liberazione?)  magari con principi  guida uguali per tutti i paesi, una sorta di statuto su scala globale per i lavoratori digitali.

Una volta negato il carattere subordinato di questi lavori, il legislatore e il sociologo di turno potranno dedicarsi alla creazione di figure intermedie , al loro status, al ricoscimento di una generica  «responsabilità sociale delle piattaforme» che poi si tradurrà nella assicurazione sociale in caso di infortuni e malattie professionali,  nel diritto alla formazione al riconoscimento di una loro rappresentanza dentro le regole vigenti nei singoli paesi.
 All'indomani del disconoscimento del carattere subordinato delle prestazioni lavorative, arriva la necessità di ridefinire il quadro legislativo dentro cui far operare i lavoretti della gig economy, pensare a un sistema di tutele che poi potrà essere gestito anche attraverso il sistema della previdenza e della sanità integrativa dentro cui operano i sindacati complici.
Di questo ormai si parla in Francia , in Germania e in Inghilterra dove per i lavoratori della fig economy si va definendo il concetto di dependent contractor al posto del tradizionale worker  . La strada è già indicata per il legislatore italiano, basta trovare un accordo con i sindacati complici, cedere loro la gestione delle assicurazioni e delle coperture sanitarie e riconoscere qualche condizione di miglior favore dentro un contesto di precarietà salariale e lavorativa, di sfruttamento selvaggio e di padroni invisibili dietro alle piattaforme. Come già accaduto con gli interinali, la parabola dei lavoratori della gig economy, che hanno saputo costruire momenti significativi di proteste e di mobilitazione, potrebbe avere un epilogo diverso da quello auspicato:dalla critica al capitalismo digitale al riconoscimento dei bonus che annullano ogni effettivo riconoscimento contrattuale e salariale.
 La precarietà lavorativa ed esistenziale insomma come unico orizzonte possibile nell'era del capitalismo digitale.

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