Prevenzione dei conflitti anziché nelle spese militari

 Il messaggio di Alberto L’Abate: reagire all’ingiustizia senza riprodurre la violenza subita; significa investire nella prevenzione dei conflitti anziché nelle spese militari 

di Laura Tussi


La pace come scelta radicale di vita, come pratica quotidiana e come progetto politico capace di incidere nella storia. È questo il filo rosso che lega il percorso umano e intellettuale del professor Alberto L’Abate, figura centrale del pacifismo italiano e internazionale, scomparso nel 2017 ma più che mai attuale nel suo insegnamento. Ne ricordiamo il pensiero e l’azione con profonda gratitudine, riproponendone i contenuti come orizzonte necessario per il nostro tempo.

L’incontro di L’Abate con Aldo Capitini segnò l’inizio di un cammino coerente e rigoroso nella nonviolenza attiva. Non una teoria astratta, ma un metodo di trasformazione sociale. Laura Tussi sottolinea come per L’Abate la nonviolenza dovesse operare su tre piani strettamente connessi: il cambiamento delle strutture sociali ingiuste, la costruzione di una democrazia realmente partecipata e la prevenzione dei conflitti armati attraverso strumenti civili. In un mondo segnato da squilibri sempre più profondi tra ricchi e poveri, la nonviolenza rappresenta una proposta concreta per superare le disuguaglianze e riconoscere piena dignità a ogni essere umano, indipendentemente da religione, cultura o provenienza.

L’Abate insisteva sulla necessità di un “potere di tutti”, riprendendo l’intuizione capitiniana. Non una democrazia limitata al voto periodico, ma una partecipazione diffusa, fondata su assemblee, referendum, centri di orientamento sociale capaci di informare e responsabilizzare i cittadini. Questa visione appare oggi quanto mai urgente: la crisi delle istituzioni rappresentative e la distanza tra cittadini e decisori politici rendono indispensabile riscoprire forme di controllo dal basso e di corresponsabilità collettiva.

La nonviolenza, ricordava L’Abate, non riguarda soltanto i conflitti armati. È un atteggiamento complessivo che investe il rapporto con se stessi, con gli altri e con la natura. Significa imparare a reagire all’ingiustizia senza riprodurre la violenza subita; significa investire nella prevenzione dei conflitti anziché nelle spese militari; significa ripensare un modello di sviluppo fondato sullo sfruttamento delle risorse e sulla cosiddetta “violenza strutturale”, che condanna milioni di persone alla povertà e alla marginalità. Laura Tussi riprende questi concetti evidenziando come la crisi ambientale e le guerre contemporanee siano manifestazioni di un medesimo paradigma violento che deve essere radicalmente superato.

Un punto centrale della riflessione di L’Abate riguarda le cosiddette “operazioni di pace”. Troppo spesso, osservava, si tratta di interventi armati che congelano i conflitti senza risolverne le cause profonde. La vera alternativa è la costruzione di Corpi Civili di Pace, organismi preparati alla mediazione, alla trasformazione nonviolenta dei conflitti e alla prevenzione delle escalation. Laura Tussi ricorda l’impegno di L’Abate in questa direzione, anche a livello europeo, e la lungimiranza di chi, come Alex Langer, aveva intuito la necessità di dotare l’Europa di strumenti civili di intervento prima che fosse troppo tardi.

Emblematica è stata l’esperienza in Kosovo, dove L’Abate, insieme alla Campagna Kosovo per una soluzione nonviolenta, tentò di sostenere la resistenza civile della popolazione albanese contro la repressione del regime di Milosevic. Per anni quella popolazione scelse la via della nonviolenza, organizzando istituzioni parallele, scuole e servizi sanitari. Ma la comunità internazionale rimase sorda finché il conflitto non degenerò in guerra aperta. Laura Tussi ricorda come L’Abate avesse denunciato questa miopia politica: si interviene solo quando scoppiano le armi, mentre la prevenzione viene trascurata.

Eppure, anche in uno scenario così drammatico, l’azione nonviolenta non fu vana. L’esperienza dell’Ambasciata di Pace a Pristina, il dialogo interetnico, il sostegno alla riconciliazione dimostrano che un’altra via è possibile. Particolarmente significativa è la vicenda delle vedove di Krusha Grande, che dopo il massacro dei loro familiari seppero organizzarsi in cooperativa agricola, unendo i terreni e avviando una produzione capace di garantire autosufficienza e dignità. Il progetto sostenuto dall’IPRI-Rete Corpi Civili di Pace, presieduta da L’Abate per oltre dieci anni, contribuì a trasformare un’esperienza di dolore in un laboratorio di giustizia riparativa e sviluppo dal basso. Non assistenzialismo, ma autonomia. Non dipendenza, ma responsabilità condivisa.

Occorre mettere in luce come questa esperienza incarni perfettamente l’idea di L’Abate: “prendere in mano il proprio futuro”. In un contesto in cui ingenti finanziamenti internazionali spesso si disperdevano tra corruzione e interessi di potere, un progetto radicato nella comunità locale ha prodotto risultati concreti e duraturi. È la dimostrazione che la pace si costruisce con pazienza, competenza e fiducia nelle persone.

Ricordare oggi il professor Alberto L’Abate significa dunque riaffermare che la nonviolenza non è utopia ingenua, ma realismo profondo. È la scelta di investire nella prevenzione anziché nella distruzione, nella partecipazione anziché nell’imposizione, nella giustizia anziché nella vendetta. Dobbiamo raccoglierne l’eredità con uno sguardo rivolto al futuro, consapevole che la pace non è un traguardo definitivo ma un processo continuo, che richiede studio, impegno e coraggio. In un mondo attraversato da nuove guerre e vecchie disuguaglianze, il suo insegnamento resta una bussola preziosa per chi crede che un’altra storia sia ancora possibile.

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